L’Argante #45 II Il teatro dell’assurdo: il nostro.

Correva l’anno 1961 quando Martin Esslin, scrittore, traduttore e giornalista di origini ungheresi coniò la definizione di: “teatro dell’assurdo”. In particolare egli si riferì ad una qualifica di opere pensate e scritte tra gli anni quaranta e gli anni sessanta circa, da alcuni drammaturghi il cui  genere teatrale di conseguenza rivestì la definizione di assurdo.

Dopo la seconda guerra mondiale, il valore e la percezione personale dell’individuo subì dei mutamenti inevitabili. Si diffuse l’esistenzialismo, colorata corrente di pensiero che trovò una sua espressione culturale e sociale nella filosofia, nella letteratura, nelle arti accendendo una riflessione “sul valore intrinseco dell’esistenza umana individuale e collettiva” ed insistendo sul carattere precario e finito, a volte insensato e vuoto dell’uomo moderno.

In un mondo diventato per i pensatori e per i sensibili ormai completamente estraneo e assurdo, la società del benessere faceva da padrona indiscussa.

In questo clima d’assestamento in corso, nei teatri personaggi come Samuel Beckett, Egène Ionesco, Jean Tardie, Arthur Adamov, Luigi Pirandello (solo per citarne alcuni), si fecero arditamente notare.

La ciascuna produzione teatrale si accomuna reciprocamente dall’abbandono di un razionale costrutto drammaturgico e dal disuso di un linguaggio logico-sequenziale. L’intreccio tradizionale della storia viene ribaltato da uno apparentemente privo di logica. Concatenando quindi, fatti ed eventi senza formalmente alcun significato. Stessa cosa vale per i dialoghi studiati appositamente per risultare sconnessi, ripetitivi, serrati e a volte ilari. Tutti riflettono il senso di smarrimento, di inquietudine, di angoscia e incongruenza davanti alla realtà. Scelgono di esprimere una concezione pessimistica del mondo in teatro; stravolgendone le regole. Un movimento drammatico immobilizzato, che si abbandona al rifiuto della razionalità fino ad allora adottata. La privazione di una trama come metafora di una perdita di certezza nella vita reale, viene incalzata da tematiche emotive quali l’amore, il concetto d’amicizia, la morte, l’indecisione…

Tutti ricorderanno il titolo dell’opera di Beckett italianizzata: Aspettando Godot, commedia dallo straordinario successo, la cui trama, parecchio anticonvenzionale, esprime altamente ansia ed incertezza per giungere ad un risultato deludente. Vengono interpellati in scena incertezza e scetticismo, protagonisti degli anni cinquanta, anni fortemente delusi in certi aspetti dalle più fiduciose previsioni della prima metà del Novecento.

L’originalità del teatro di Pirandello ad esempio, in questo stile si riflette nella deformazione della realtà e nella ricerca dell’assurdo in analisi ad essa, sfiorando anche il paradosso. Temi ricorrenti nei suoi drammi sono riferibili al dramma borghese.

Ma cosa rende “grandi” i “grandi” del passato?

Senza alcun dubbio il loro ricondursi ad un contesto contemporaneo e per questo sempre validi. Esaminando le loro opere ci si accorge come siano estremamente riferibili alla nostra condizione attuale.

Le stesse sensazioni di incertezza, sbigottimento, incredulità, si ripresentano davanti ai nostri occhi nel palcoscenico spontaneo qual è la strada.

Abitiamo una società il cui ordine logico è stato sostituito dal caos assoluto tanto che ci si chiede se sia più assurda la nostra realtà o quella scritta dagli autori sopra citati. Stiamo percorrendo una direzione in cui il genere del teatro dell’assurdo paragonato al nostro oggi sarà più vicino ad un realismo freddo e amareggiante.  

Assistiamo quotidianamente a spettacoli sconcertanti il cui dramma più complesso risiede nello starsene a guardare senza spendere soluzioni costruttive e suggerirle a chi possiede gli strumenti dell’agire. Perché in questo fare si preferisce anteporre un’ accozzaglia di opinioni futili e ridondanti. Proprio come la mia in questo momento!

L’ultima tragicommedia esposta in questi giorni sfiora il grottesco. La trama si compone di tre personaggi di cui uno è socio di un partito politico e due sono giovani escort invitati a tener compagnia al politico. Senza scendere nei demeriti della trama onde evitare spoiler ai lettori, lo spettacolo si contorna del paradosso della parola. Voi direte, che novità c’è? Anche personaggi come Pirandello, Totò, Fo, Sordi giocavano spesso nei loro spettacoli con l’uso articolato dei lemmi, inter-scambiandoli, rigirandoli, deformandoli fra loro al fine di creare malintesi, equivoci comunicativi…

Ma ho trovato esilarante e assai buffonesco applicare lo stesso metodo per deviare il senso del termine assai più gradito: “cessione”, una delle parole che appaiono in sceneggiatura della discussa rappresentazione. Il personaggio coinvolto, si vede che è di rango alto e quindi sarebbe stato scorretto attribuirgli una parola difforme e più realistica come “vendita”, “commercio illegale”, “scambio illecito”. Ancora una volta dunque ci troviamo di fronte al dramma della borghesia dove i potenti sono tutelati. Ecco un esempio del teatro dell’assurdo applicato ai nostri giorni.

Un altro dramma ancora, si ritrova nella storia di un uomo divenuto noto per il suo impegno civile e politico nella gestione dei rifugiati politici e immigrati di genere, tanto da aggiudicarsi il riconoscimenti di “attivista”. Pensate che per questa trama ci troviamo di fronte ad un capovolgimento logico-sequenziale in cui, in un primo momento, lo stesso viene condannato per “presunti illeciti della gestione di immigranti!” (nota per i più attenti in semantica che, questa volta il termine illeciti, a differenza della storia precedente viene non solo utilizzato ma anche ricoperta di maggior gravità per via della minor levatura sociale del protagonista). Tuttavia, il finale è ancora da svelare…

Come spesso accade nei racconti, il bene ed il male si avvicendano, la verità è quasi sempre svelata alla fine come deus ex machina in risoluzione al caso della storia. Ma il nostro teatro del quotidiano questo scioglimento sembra non concedercelo, sembra anzi che ci lasci sempre con una fine sospesa, irrisolta, tramutata o alterata proprio come nell’opera di Beckett.

 

Siamo sommersi da mille storie formate da inchieste, cronache, fatti quotidiani, anormalità generali che ci riporterebbero appieno a quelle sensazioni di inaffidabilità e sfiducia provate in quella prima metà del secolo del Novecento. E sebbene ci siano queste percettive similitudini temporali, in realtà una netta differenza esiste e riposa nella constatazione che almeno in quegli anni era chiaro che qualcosa non andasse, e attraverso l’uso delle diverse espressioni comunicative, si testimoniava con intelligenza la propria condizione.

 

In questo clima di surrealismo ordinario, mi vengono in mente le parole di Ionesco che recitano così:

 Tutto è assurdo, e tutti sono assurdi. Ma non trovo affatto assurdo il mio teatro.

A voi l’interpretazione.

 

Gaia Courrier.

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