L’Argante #142 || Il femminile nell’immaginario della Grecia Antica parte 2: Donne che amano troppo, ovvero Medea

Eros è tiranno e, quando è senza freni, è solo fonte di sventura. Medea ne è vittima privilegiata,
preda di passioni smodate, sempre eccessive. Medea si nutre di un erotismo selvaggio e insaziato che colora ogni altro sentimento ed emozione e li trasforma in distruzione e morte.

Una Medea politica

Medea è forse la tragedia euripidea più sconvolgente e carica di valenze simboliche, più ambivalente e ambigua che la cultura occidentale abbia ereditato dai Greci e rimane, ancora oggi, un invito alla riflessione e alla discussione.
Per il pubblico dell’ Atene democratica del sec. V a.C. presentava anche valenze politiche antitiranniche e antiautoritarie di attualità, evidenziate attraverso il personaggio di Creonte, tiranno di Corinto, che, sebbene vissuto ai tempi eroici del mito, si imponeva all’immaginario collettivo degli ateniesi come un modello negativo. Nel 451 a.C., inoltre, era entrata in vigore la legge di Pericle che concedeva la cittadinanza ateniese soltanto ai figli di due ateniesi uniti in legittimo matrimonio. La posizione di Medea e Giasone, straniera e barbara l’una, straniero in Corinto ma pur sempre greco l’altro, uniti in nozze cementate da sacri giuramenti dalle quali erano nati due figli maschi, è affine a quella degli stranieri residenti nell’Atene del sec. V a.C. Per diventare cittadino a pieno titolo di Corinto, acquistare uno status sociale più elevato e sicuro e garantirsi figli cittadini e regali Giasone è “costretto” a sposare con un matrimonio politico Glauce, figlia del tiranno di Corinto, rinnegando però così Medea e i giuramenti fatti a lei.

 

Una donna diversa

Medea, come lei stessa dice di se stessa, non è una donna come le altre

“Certo, per molti aspetti sono diversa dalla maggior parte dei mortali”

sebbene a Corinto, dove è giunta in esilio con il marito e i figli provenendo dalla Tessaglia, sia gradita e apprezzata dalla gente del posto e dal marito, per il quale è stata una moglie e una madre perfetta, in sintonia erotica con lui e del tutto accondiscendente alla sua volontà. La nutrice, il pedagogo e le donne di Corinto, che formano il Coro, ne conoscono e ne temono la terribilità e la folle smania di vendetta sul re di Corinto, sul marito che ha tradito i giuramenti nuziali sposando la figlia del re, sulla nuova giovane moglie di lui e forse perfino sui suoi stessi figli, che ormai sembra odiare e sui quali lancia orribili maledizioni. Eppure le donne di Corinto, che da Medea e dalla sua sapienza hanno ricevuto grandi benefici, nutrono nei suoi confronti l’amicizia sincera che Medea non trova altrove, provano per lei una tenera sollecitudine, accettano le sue confidenze promettendole il silenzio e la sostengono sempre, anche apertamente, negli infuocati dibattiti con il marito. Medea è una donna barbara, figlia del re della Colchide, la terra da cui è fuggita con vergogna tradendo la patria e i genitori e uccidendo il fratello per aiutare Giasone a conquistare il Vello d’oro. Medea è dunque per i Greci l'”altro” per eccellenza. In quanto donna, barbara e maga, Medea è sempre eccessiva e trasgressiva, sia nell’amore, fonte di sventure, sia nell’odio, La sua anima è “orgogliosa e ostinata, dolente e furiosa per la rabbia scatenata in lei dall’ingratitudine del marito che ha tradito il letto nuziale, selvaggia e crudele. Medea ribalta dunque la concezione tradizionale della donna greca e propone una visione della femminilità tanto pericolosa e perturbante quanto capace di sollecitare e nutrire con nuova linfa vitale l’immaginario maschile della Grecità, suggerendo addirittura al pubblico, come si vedrà, l’idea inquietante che i figli appartengono alla madre che li ha nutriti dentro di sé e partoriti anziché al padre che li ha “seminati” nel suo corpo.
Per quanto iperbolico e provocatorio sia il grido di dolore lanciato da Medea alla Corifea, il pubblico del teatro non poteva non essere turbato fin nelle sue più intime fibre dalle dichiarazioni dell’eroina tragica e non poteva non porsi difficili quesiti sulle caratteristiche e sull’essenza del genere femminile.

Una moglie tradita


Medea è una donna sapiente ma non abbastanza assennata per tollerare silenziosamente il dolore, la collera e l’amore per “il letto insaziato” come prevede la cultura maschile e maschilista della Grecità. Ella non riesce ad accettare la tormentosa e assillante perdita di un letto coniugale che ha dato al marito due figli maschi. Lo strazio della carne e dei sensi inappagati, che Medea denuncia come sofferenza gravissima per una donna, è sfruttato da Giasone per evidenziare la misura dell’ irragionevolezza femminile e per esporre le motivazioni del suo nuovo matrimonio che non è stato causato né dall’odio per il letto di Medea né dal desiderio di avere una nuova sposa né dall’ambizione di avere molti figli, ma dall’ansia di sicurezza propria dell’esule e dalla possibile felicità di congiungere nuovi figli a quelli avuti da Medea. La resistenza di Medea ad accettare una realtà per lei penosa e inconcepibile induce Giasone ad auspicare, con un paradosso inopportuno e offensivo per tutte le donne, l’avvento di una procreazione umana esclusivamente maschile, che escluda l’apporto del ventre femminile

“bisognerebbe che i mortali generassero figli in qualche altro modo e che non esistesse la razza delle donne; così per gli uomini non ci sarebbe alcun male”

 

La negazione del peso della donna nel concepimento, espressa con decisa fermezza da Apollo nelle Eumenidi di Eschilo si trasforma in Euripide in desiderio lancinante e impotente del maschio greco il una possibile liberazione da un genere femminile che, diventando ogni giorno (almeno nel perverso immaginario maschile) più potente, lussurioso e aggressivo, più consapevole e autodeterminato, erodeva sensibilmente i potere maschile e ne frenava lo sviluppo.

Una madre amorosa


Nonostante le invettive e le maledizioni che, nel Prologo della tragedia, Medea, sconvolta dalla rabbia, scaglia contro i figli, colpevoli soltanto di avere un padre traditore e una madre odiosa, l’eroina tragica è colma di un amore materno tenerissimo ma eccessivo e stravolto.
I figli che ha partorito con tanto dolore sono per lei carissimi eppure li ucciderà osando l’azione più empia di tutte. Lo scopo che Medea, dopo essersi procurata, più che la complicità, il silenzio e la solidarietà femminile del Coro, si prefigge e ottiene è quello di straziare il cuore del marito, privandolo dei figli avuti da lei e di quelli che egli potrebbe avere dal nuovo matrimonio.
Nel monologo finale Medea appare in preda a un conflitto interiore tra due forze entrambi di matrice sentimentale: l’eros tradito che la spinge alla vendetta e il proposito di salvare i figli dal sacrificio che ella intende compiere. L’odio e la smania di vendetta sul marito colpisce i figli adorati: al culmine del pathos, il sentimento che lega madre e figli si esprime soprattutto attraverso la comunicazione non verbale degli sguardi e dei sorrisi, del contatto fisico, dei baci, degli abbracci e, somma invenzione poetica, degli odori corporei. Lei sa che lasciare  figli al padre significherebbe affidarne la cura a una matrigna infida.
Quand’anche fossero riusciti ad arrivare all’età adulta, essi sarebbero infatti divenuti alleati del padre, uomini utili e devoti a lui e pertanto facile preda di chiunque avesse avuto motivi di ostilità nei confronti di Giasone. Miglior morte, dunque, sarebbe stata per loro quella ricevuta dalle mani amorose di chi li aveva generati, che li avrebbe dimenticati come figli per un giorno soltanto, ma li avrebbe pianti per sempre.

 

Restano nel pubblico inquietanti insolubili dubbi sulle atrocità perpetrate da Medea, sul ruolo che gli dei svolgono nella vita degli uomini e sulla giustizia divina, espressi per bocca del Coro con versi che contribuiscono a scagionare Medea attribuendo agli dei la piena responsabilità della sofferenza umana.

“Di molte cose è dispensatore Zeus che sta sull’ Olimpo; e molte cose gli dèi portano a compimento in modo imprevedibile.
Non si avvera ciò che sembrava doversi avverare e il dio trova una via d’uscita alle cose inaspettate. Così ha termine questa vicenda”

 

Cfr. Lo Sapio G., Donna danno, donna angelica creatura

Serena Politi

Articolo creato 25

7 commenti su “L’Argante #142 || Il femminile nell’immaginario della Grecia Antica parte 2: Donne che amano troppo, ovvero Medea

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