L’Argante #13 ITsArt: La sintesi di quel che resta dell’idea di cultura italiana

STIAMO ARRIVANDO” è la prima cosa che leggi sul sito in costruzione https://www.brand-news.it/wp-content/uploads/2021/01/itsart.jpg “E chi vi ha chiamati?” è il naturale proseguire della conversazione per quanto mi riguarda. Ma io sono un abile polemista; quest’articolo perciò sarà dalla parte del torto soltanto nelle prime righe, poi proverà a portare tutta la documentazione necessaria per farsene un’idea personale e perché no…generale.

Un’emergenza culturale all’italiana

È appena passata la prima metà d’aprile (2020, pieno e totale lockdown) quando il nostro attuale Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo (già titolare del medesimo Dicastero nel governo Renzi-Gentiloni 2014-2018) Dario Franceschini (per gli amici Francey) intervistato su Rai3 dichiara: “In queste settimane di lockdown si è capita la potenzialità enorme del web per la diffusione dei contenuti culturali, c’è stato un esplodere di creatività, ed è proprio questa la base di partenza per sviluppare un progetto più strutturato“. Ora, l’esplodere di creatività era perlopiù un fastidioso rito di letture non richieste in cam da parte di qualsiasi entità sotto il segno della cultura, come se di colpo più che di bisogno culturale avessimo esigenza di alfabetizzarci (abile polemista, abile polemista). Sentivamo veramente il bisogno di qualcuno che ci leggesse un libro di 900 pagine tutte le sere, con immagini sgranate e audio d’oltre tomba? La mia personale risposta è no, ma siamo qui per un altro motivo. Dovremmo stupirci che “Francey” si sia accorto solo nell’Aprile del 2020 che oggi giorno anche per la cultura serva il web? Addirittura folgorato, come San Paolo sulla via di Damasco, ha preso contezza dell’enorme potenzialità che esso ha come arma di diffusione di contenuti culturali. Ora sento di dover cambiare il nome a “Francey” e chiamarlo “Ministr-Commodore64“. Si! Carissimo è arrivato il web e i prodotti (alti e bassi) culturali vengono diffusi anche e soprattutto lì; si chiama, secondo me, “globalizzazione” ma mi potrei anche sbagliare.

Un paragone che non regge

In ogni caso l’idea prende piede: lo si chiamerà fin da subito il “Netflix della cultura italiana” e ancora una volta ci si chiede se le parole siano importanti oppure no. Netflix conta circa 2800 titoli di cui 1600 film e 600 serie e in più 600 prodotti originali. Non che manchi il materiale perché solo andando a bussare negli archivi Rai (che ha rifiutato la partnership per perplessità legate all’aspetto economico) la quantità si raggiunge facilmente. Il problema è: chi sceglie cosa? Quale sarà il criterio per cui un titolo d’opera teatrale in una certa versione sarà preferito ad uno stesso titolo in versione diversa. Primo punto a sfavore del paragone con la piattaforma statunitense è che di ogni titolo troviamo un esemplare; sembra una cosa ovvia ma non lo è. Prendendo solo l’esempio del teatro (lasciando cioè fuori: Letteratura, Opera, Mostre e Visite Museali virtuali etc…) si ha a che fare con diversi cloni dello stesso testo e per quanto riguarda i nostri illustri portatori d’arte sul palcoscenico si innescherà una guerra patetica al “poteretto” su chi e perché deve avere la versione giusta sulla piattaforma. Ogni anno (sempre per esempio) Pirandello in Italia viene rappresentato tante (troppe) volte da chiunque, mentre abbiamo il dato sul flusso di spettatori fornito da SIAE o ISTAT (falsato da una miriade di fattori che ci sarebbe da scrivere una tesi al riguardo, uno a caso: tantissime le rappresentazioni, che sfuggono ai controlli qualsiasi essi siano, di compagnie sulla carta inesistenti ma che hanno spesso nell’ambito locale un seguito non indifferente). Non abbiamo nemmeno idea invece di quante siano le rappresentazioni, proprio per lo stesso motivo. Volendo escludere i lavori dei non professionisti, rimarrebbero sempre troppe copie della stessa opera da parte anche dei super titolati attori nazional popolari; allora la prima domanda è: ogni anno verrà cambiata la versione del “Berretto a Sonagli – Pirandello” o di “Casa di Bambola – Ibsen” o della “Dodicesima Notte – Shakespeare” per dare visibilità a tutti? Si… lallero. Vi prego signori non prendiamoci in giro, già ora esistono delle corsie preferenziali per arrivare al Ministro e al ministero (ex-politici divenuti drammaturghi che girano l’Italia con sale mezze vuote sono un esempio fortissimo del sistema teatrale malato italiano). Esistono poi vere e proprie confederazioni occulte formate da produttori e direzioni di teatri nazionali create ad hoc e chiuse a riccio con un solo scopo: delineare le stagioni teatrali di tutti (Teatri Nazionali e T.R.I.C) con le solite facce da copertina purché si sbiglietti (a volte, spesso, non si sbiglietta nemmeno così).

Le cifre dell’operazione e quello che sembra stonare

Stiamo ragionando sulla creazione di una piattaforma italiana che consenta di offrire a tutto il mondo la cultura italiana a pagamento, una sorta di Netflix della cultura, che può servire in questa fase di emergenza per offrire i contenuti culturali con un’altra modalità, ma sono convinto che l’offerta online continuerà anche dopo: per esempio, ci sarà chi vorrà seguire la prima della Scala in teatro e chi preferirà farlo, pagando, restando a casa“. Sempre dalle parole del Ministro nasce un’altra considerazione: è vero, siamo ancora in una fase di emergenza, ma quanto ci vuole ad aprire una piattaforma? Probabilmente nel momento in cui questo esperimento sarà pronto i teatri ricominceranno a produrre dal vivo per cui, come nella più consueta prassi italiana, ci si limiterà a parlare di flop, di intervento inutile e tardivo e poi, ma questa è una domanda che lascio a chi legge: perché dovrei seguire la prima della Scala, restando a casa (specie se ho comprato un visone € 3985.00 – seppur scontato al 50%! Prima era segnato € 7970.00, un vero affare!)? Quello che è dettato da un’emergenza che sia “Statale/Sanitaria” o “Mentale/Morale” è giustificabile, non per tutti tra l’altro, fino a quando sussiste l’emergenza, appunto, ma non lo è e non lo sarà mai quando si parla di spettacolo dal vivo in un momento di normalità. Inoltre il socio di Cassa depositi e prestiti (51% da cdp e al 49% da CHILI) – nella piattaforma che parte con 10 milioni di euro pubblici – ne sarà anche il primo ricco cliente. Il rischio di impresa è tutto a carico dei teatri, dei cantanti e delle compagnie. O dello Stato. Quindi non è un aiuto agli artisti come la narrazione ci invita a pensare ma come al solito ad un’azienda privata.

Il sistema culturale italiano di fronte ad una possibile idea innovativa

ITsArt (specie di acronimo di Italy is Art) ha un nome che ha già sollevato l’antico orgoglio italico poco incline all’Itanglese, (a dire il vero fa un po’ tristezza come quelle persone che ogni tre per due devono per forza infilarci dentro una parola inglese di cui non se ne capisce il senso) e ha un logo che pare una compagnia aerea, però ci assicurano essere una piattaforma con modalità di fruizione innovative per attrarre nuovi pubblici con contenuti disponibili in più lingue. Un ricco catalogo che attraversa città d’arte e borghi, teatri e musei anche grazie al repertorio delle più grandi istituzioni culturali del nostro Paese, e una forte attenzione ai nuovi talenti. Ma non è credibile: per chi conosce la gestione delle strutture dalla più piccola alla più grande, per ogni spettacolo, buono o cattivo che sia, ci vuole sicuramente il benestare del proprietario o della direzione di una struttura e poi ci vogliono soldi, soldi per pagare maestranze e attori e anche se vendi tutte le proprietà e decidi di finanziare il più spettacolare degli spettacoli spettacolosi, serve sempre qualcuno che conosce un amico, che è vicino all’assessore, che forse ha il numero del vicino di casa del sottosegretario del segretario, della moglie di chi in realtà legge le email per quanto riguarda le scelte di contenuti da mettere in piattaforma; se invece appartieni al mondo dei predestinati probabilmente sarà ITsArt stessa a venire da te. Sulla carta è un’idea meravigliosa che tende a portare la cultura nelle case di tutti, contenuti in zone d’Italia dove non c’è una struttura teatrale o culturale nemmeno in grado di sostenere un saggio di danza o di canto paesano. In pratica sarà però un altro piano da aggiungere alla torre d’avorio della cultura, dove per partito preso, è già stato tutto deciso.

Non ci aiuta nemmeno l’antica arte dello scopiazzare…

Visto che ci tocca copiare facciamolo almeno dai migliori. All’estero ci sono dei teatri che hanno la propria piattaforma e il proprio abbonamento, in Italia pagare per avere un abbonamento in ambito culturale è quasi sempre visto come una bestemmia, sembra mancante la predisposizione sia da parte delle organizzazioni che da parte dei consumatori/spettatori a creare un asse: produzione/apprezzamento(consumo) di singoli eventi anche e soprattutto telematici. Non va così in Inghilterra, come nel caso del Royal National Theatre di Londra che a 9,99 £ al mese (poco più delle nostre 11,00 €) offre dei contenuti internazionali di qualità eccelsa riconosciuti in tutto il mondo (ve ne abbiamo già parlato nelle nostre IGM NEWS). Si dirà che sono facilitati dall’uso della lingua comune a mezzo pianeta, ma mi piacerebbe capire perché almeno nel giro dei Teatri Nazionali italiani (Dieci) non sia mai venuto in mente a nessuno di creare un consorzio per mettere insieme le forze su una piattaforma digitale che preveda anche solo con l’aggiunta di sottotitoli alcuni delle nostre più belle (e faraoniche, talvolta) produzioni.

Partita male, ci auguriamo non finisca peggio

Tornando a ITsART sorprende che a vederla nascere non ci sia nemmeno l’ombra di un bando pubblico; perché poi sia stata scelta una piattaforma che sebbene più vecchia di Netflix non abbia mai nemmeno veramente conquistato quote importanti di mercato risultando essere in rosso da diversi bilanci, non è dato saperlo. Aspettando di vedere cosa sarà realmente non possiamo fare a meno che pensare che lo spettacolo ripreso in streaming non è un’esperienza che facciamo noi ma il punto di vista di operatori e registi televisivi che scelgono cosa farci vedere. Quello dal vivo è un momento da tutelare come un patrimonio essenziale della nostra esistenza; rari sono, anzi erano, i momenti in cui decidevamo di staccare dalla routine e su una poltroncina più o meno scomoda di una sala buia, ci connettevamo ad un mondo creato lì, in quel momento, apposta per noi. Somiglia ad un colpo di grazia e se la direzione era già segnata da un declino dell’arte attoriale e autoriale, ora in maniera definitiva pare che i sogni ricorrenti di un attore/trice cambieranno per sempre. Si sentirà dire, tra le tante, sempre più raramente: “ieri sera il pubblico era un po’ freddo, però a metà del primo atto l’abbiamo prima ripreso e poi ce lo siamo mangiato.” C’è, infatti, un’antica, bella e sana sfida fra chi sale sul palco e chi osserva; tenendo a casa il pubblico si vuole, a mio avviso, farlo scomparire. L’attore/trice così avrà completato la sua metamorfosi nella più mostruosa e oserei dire insignificante delle creature: parlerà da solo e crederà che un click sia un applauso. Chi lo ferma più? Altro che tenere la voce o presenza scenica… via il fiato e l’animale da palcoscenico, tutte cose fuori moda; sarà bravo/a per dichiarazione ufficiale di qualche oscuro algoritmo.

Marco Giavatto

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