L’Argante 156 Musica o Parole…!?

Prima la musica o prima le parole? Non è propriamente un dilemma ma più un dato di fatto come nella politica la destra e la sinistra, o come in ambito culinario tra il dolce e il salato. Dai vari racconti dei più famosi cantautori, sicuramente nella maggior parte delle canzoni, si evince che sia la musica la prima ad arrivare.  C’è anche un film italiano, tra l’altro ben fatto, che si intitola Prima la musica, poi le parole. (è anche un divertimento teatrale in un atto del compositore Antonio Salieri su libretto di Giovanni Battista Casti del 1786).

Ci sono poche eccezioni che proveremo a smarcare subito: Per esempio il mondo dei rappers, dove stravincono le parole e la musica (o meglio, la base) serve da vettore, da amplificatore del racconto che l’ artista fa o ha intenzione di fare… C’è il mondo dei poeti o pseudo tagli, che hanno assolutamente bisogno di raccontare, per impressioni o in maniera dettagliata un certo sentimento e\o un concetto; anche a loro spesso basta una chitarra o un pianoforte. Per questo genere di artisti è molto difficile galleggiare nel mondo della discografia, (mondo che dubito possa ancora esistere) per loro è importantissimo il ruolo dell’arrangiatore, ossia di colui che sia in grado di prendere uno spartito in mano e dire al poeta, narratore o attore: “ho bisogno che mi lasci le tue parole per un mesetto almeno, poi ti chiederò di tornare per farti ascoltare qualcosa”. Fra le eccezioni generalizzate, ne vorrei però fare una specifica ovvero il compianto Piero Ciampi: cantautore e poeta italiano quasi sempre accompagnato dal maestro Gianni Marchetti – suo pianista/musicista affezionato – quest’ultimo scriveva per Ciampi una musica adatta il più possibile, e in alcuni casi il risultato era e rimane a dir poco miracoloso.

Tolte queste eccezioni, nasce sempre prima la musica che molto spesso all’inizio non è altro che un motivetto elementare, un ritornello che si canta in scooter o sotto la doccia, il  la-la-laaa” per capirsi, che poi piano piano viene sviluppato e ampliato. L’ artista cantante e spesso anche musicista poi ha due chance: affidarsi ad un paroliere (Mogol per Battisti, un Brecht per Weill, un Prevert per Cosma e via) oppure provare a mettersi in proprio per il testo. A questo punto si sviluppano diversi stili di lavoro: chi canta in inglese maccheronico prima di arrivare alla forma di testo finale (Lucio Dalla e il suo entourage: Curreri, Bersani…), chi descrive situazioni assolutamente ispirate al ritmo o alle note. Il caso più eclatante in questo caso è Paolo Conte, che più volte ha dichiarato che per lui le parole erano un accessorio e che spesso lo mettevano in difficoltà preferendo di gran lunga la cura della musica.

Sicuramente per noi ascoltatori è l’ amore a guidare il nostro trasporto incondizionato per un cantautore, pertanto ci piace che sia lui a scrivere parole e musica e, se possibile, in contemporanea. È e rimane qualcosa di magico, quando questo avviene, ma succede ogni tanto, sempre di meno tra l’altro. L’ artista ha in testa un giro di accordi o una melodia e all’ improvviso vede scritta nel cielo la frase giusta. Ma anche i cantautori navigatissimi hanno avuto sul loro tavolo delle musiche non da loro scritte e si sono trovati a  metterci sopra le parole; tanto per citarne uno: Vasco Rossi con Vita Spericolata, non proprio l’ ultima delle canzonette…

Tornando alle parole, facendo una considerazione non sentimentale ma tecnica, ci sono cantautori monumentali che hanno lasciato canzoni bellissime ma che dal punto di vista metrico lasciano a desiderare. Probabilmente se certe canzoni le avessero date a cantanti sbarbati per un Sanremo di turno sarebbero state scartate ma, cantate dall’ autore beh assumono tutt’altro significato e aspetto… sto parlando di Battiato, De André, Jannacci…ma loro non cercavano ossessivamente il successo e se ne fregavano della metrica facendo un po’ quello che volevano, spesso parlando di tematiche scomode per il mainstream magari su musiche anche bislacche. Oggi la canzone di successo in Italia è scritta se va bene a 10 mani, è quindi evidente che il sentimento è messo da parte, non c’è o ce n’è molto poco di intimismo, si curano fino alla morte il tempo delle parole, creando frasi ad effetto. Se poi il testo contiene amore e guerra con pochissimo pathos gli autori e il cantante passa pure da impegnato. Ma l’istinto è la musica; nel film Scrivimi una canzone Drew Barrymore dice a Hugh Grant durante la scrittura di una canzone per una giovane diva: le parole sono il sentimento, la ragione, ma la musica è sesso. Io come il personaggio interpretato dall’attore inglese: sono pienamente d’accordo! Se si decide – o si sente dalle viscere – che le parole sono autonome allora si deve fare o il poeta o il giornalista; ma se si fanno canzoni e soprattutto per occasioni come Sanremo, la musica vince sulle parole a mani basse. Provate ad immaginarvi una qualsiasi canzone che passa alla radio divisa in: a) recitata\cantata dal cantante a “cappella” b) musica in versione strumentale. Una delle starebbe comunque in piedi da sola. É facile dedurre chi vincerebbe fra la scelta A e la scelta B.

 

Manuele Marchi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli correlati

Inizia a scrivere il termine ricerca qua sopra e premi invio per iniziare la ricerca. Premi ESC per annullare.