L’Argante #99 La chiave. Solo cinema erotico?

 

 

La trama, in breve, è presto detta: durante il periodo fascista il Prof. Nino Rolfe (Frank Finlay), direttore della Biennale d’Arte, e la giovane moglie Teresa (Stefania Sandrelli), che gestisce una pensione nel cuore della città, sono alla ricerca di una nuova e diversa affinità sotto le lenzuola. Un giorno il marito lascia, di proposito, sul pavimento del suo studio la chiave che apre il cassetto in cui tiene nascosto il diario dove descrive le sue inconfessabili fantasie. Teresa, per caso, la trova, apre il cassetto, legge ed è a sua volta spinta a scriverne uno suo in cui confessa la sua passione amorosa e gli inganni che consuma insieme a Laszlo (Franco Branciaroli) giovane fidanzato ungherese della figlia Lisa (Barbara Cupisti).É 1983, in Italia… esce nelle sale “La Chiave” di Tinto Brass prodotto da Giovanni Bertolucci.

   (FOTO1 – Frank Finlay e Stefania Sandrelli, fotogramma del film)

La pellicola entra a far parte di quel genere di cinema definito “erotico”, e questo è fuor di dubbio, ma relegarlo semplicemente a questo è forse riduttivo. Confesso di aver visto questo film diversi anni fa, periodo adolescenziale, ma non girando sul web (come si potrebbe pensare) bensì trovando, in una soffitta, una serie di VHS della raccolta “Il cinema proibito” de “L’Espresso”. Che le forme di Stefania Sandrelli abbiano attirato la mia attenzione credo sia superfluo dirlo, ma alla fine del film resta una strana sensazione di sospensione, di asetticità e di vuotezza. Per spiegare queste sensazioni potrebbe essere utile approfondire la trama.

Siamo a Venezia: città fatta di canali e calle appartate e misteriose, città degli intrighi e delle passioni amorose di Giacomo Casanova, con quella luce unica e quelle atmosfere che la contraddistinguono rendendola così seducente.  Luogo perfetto per far da sfondo a questo ménage. 1940, pieno regime fascista, periodo di repressione di idee ed opinioni, di controllo e sospetti: ambientare un racconto di liberazione sessuale, tradimenti e tabù violati rappresenta il contrasto ideale che dà ancor più efficacia alla narrazione. 

FOTO3 – Venezia

Tra i due coniugi, quindi, si stabilisce questo dialogo tramite i rispettivi diari. Il Prof. Rolfe sa dell’attrazione tra sua moglie ed il più giovane Laszlo, ne è geloso e questa gelosia fa crescere il suo desiderio e la sua eccitazione. Decide allora di condurre questo gioco perverso: lasciare a Teresa, quasi favorendoli, gli incontri col giovane amante che ne spezzeranno i tabù, condizione che si riverserà anche nel rapporto matrimoniale. Il diario di Teresa diventa quindi un modo per monitorare l’andamento di questo gioco, e dei suoi incontri extraconiugali.

(foto4 – Prof. Nino Rolfe e teresa)

L’intesa a letto tra i coniugi cresce, con la soddisfazione del Professore, ma dall’altra parte crolla la loro comunicazione e affinità, le interazioni si riducono al minimo,  vuote. Nino si accorgerà di essersi fatto sfuggire completamente la situazione di mano.

“(…) Teresa, ti scongiuro, mentimi se devi ma dimmi che ti servi di lui solo per provocare la mia lussuria (…)

(diario di Nino Rolfe)

Cosi le redini del gioco passano alla “nuova” Teresa, che fa ciò che vuole sia di Laszlo che del marito. Le due situazioni vengono raccontate, cinematograficamente, in modo diverso: le sequenze di eros con Nino, uomo di cultura e di arte, non risultano volgari, sono quasi quadri, composizioni che non infastidiscono anzi tutto il contrario con giochi di luce e ombra; quelle con Laszlo, il giovane opportunista, sono più crude, grottesche, pornografiche ai limiti del ridicolo e senza poesia con una semplice luce ambientale.

“(…) ti avevo barattato troppo a lungo Teresa (…)”

(Nino Rolfe)

Tutti, in questo film, vengono usati e usano tutti. Il Prof. Rolfe venera Teresa come un’opera d’arte e come tale la condivide e la cede per il suo tornaconto. Teresa usa Laszlo, i loro incontri restano fini a se stessi. Laszlo, giovane artista, sfrutta la relazione con la figlia del professore per ingraziarsi il padre e poi Teresa per i suoi comodi. Lisa sa tutto degli incontri di sesso tra madre e fidanzato ma non batte ciglio fino a quando non legge al padre le pagine più scabrose, rimaste segrete, del diario della madre, per vendetta, procurandogli il malore che gli sarà fatale.

(foto5 – Teresa)

Non ci sono legami che si creano, ma solo individualità che si incrociano: egoismo ed egocentrismo che, insieme alla vuotezza di cui parlavo prima, ritroviamo nelle parole di Teresa al funerale del marito:

“(…) non mi viene da piangere, non soffro nemmeno. Almeno fare finta, la faccia della vedova (…)

Non che si debba sempre creare qualcosa: spesso gli incontri restano una mera questione superficiale, fisica, biologica, meccanica, senza complicazioni o implicazioni di altro tipo. La componente carnale (esaltata dalle scenografie di Paolo Biagetti e soprattutto dalla fotografia di Silvano Ippoliti e dalle musiche di Ennio Morricone) passa, in tutto ciò, in secondo piano lasciando spazio alla componente psicologica molto più complessa.

Frank FINLAY, Stefania SANDRELLI

È innegabile il successo della pellicola, ispirata al romanzo omonimo dello scrittore giapponese Jun’ichirō Tanizaki e maggior successo di Tinto Brass, dovuto senza dubbio alla sensuale, voluttuosa presenza di Stefania Sandrelli.In Italia la pellicola fu il maggior incasso italiano e secondo in assoluto della stagione cinematografica 1983-84, preceduta solamente da Flashdance(ARTICOLO DELL’ARGANTE N°98). Non può essere, forse, altrettanto innegabile la qualità del recitato nel suo complesso, ma tutto è funzionale allo stile narrativo a tratti surreale, anche per la scelta degli interpreti secondari. Resta il fatto che, probabilmente, “La Chiave” non è semplicemente un film erotico ma qualcosa di più: è il racconto di quanto siano complesse le relazioni umane, della vergogna e della difficoltà nel vivere alcuni aspetti della sessualità, di come a volte l’egoismo (anche a letto) porti a considerare l’altro o l’altra un mero strumento/oggetto sessuale con l’idea che

“non è importante chi ho di fronte: uno vale l’altro, l’importante è solo il mio appagamento”. 

O forse è semplicemente un film che racconta fantasie e perversioni dell’autore.

Marco Bernardini 

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