L’Argante #47 || L’arte è essenziale e le sale sono sicure: ho visto dei “Re”

Ottobre 2020, i teatri chiusi praticamente da marzo dello stesso anno si apprestano a riaprire; alcuni accennano un’apertura, qualcun altro senza essere influenzato presenta una vera a propria stagione. Purtroppo però fin dai primi giorni del mese la situazione pandemica precipita e fra la fine di ottobre e i primi giorni di novembre i grandi portoni di tutti i teatri italiani, praticamente all’unisono chiudono ancora una volta. Sconforto generale, amplificato dal fatto che, in prospettiva, non si rinuncerà ad un paio di mesi di fine stagione in primavera inoltrata ma ad un intero cartellone. Un anno intero! Il settore è in ginocchio, annaspa il Teatro pubblico, quello privato è praticamente passato a miglior vita (anche se dovremmo dire “peggior”). Tutto giusto, tutto corretto! Si, ma il pubblico che ne pensa? La gente come sta? Ad essere sinceri i sentimenti del pubblico pagante sembrano passare del tutto in secondo piano, figuriamoci, è anche normale, tutto sta dalla prospettiva da cui si guardano le cose…

Dalla prospettiva dei lavoratori dello spettacolo (quelli rimasti) e che aspettano ancora giorni migliori.

Il primo dato da prendere in considerazione è che dopo il covid ci sono 70 mila lavoratori dello spettacolo in meno. Quelli che hanno avuto la fortuna (forse) di non perdere il lavoro si sono ritrovati con un calo della retribuzione media annua e di conseguenza anche delle giornate retribuite (medie annue). Inoltre bisogna considerare la natura del rapporto lavorativo che questa tipologia di lavoratori incarna: la quasi totalità è sotto regime di partita iva, risulta quindi essere un libero professionista, si paga perciò anche i contributi in autonomia. La mancanza totale di attività è stata quindi una calamità naturale dagli esiti infernali per tutti i lavoratori in queste condizioni. Il dato esaminato nel dettaglio ci porta poi ad osservare un curioso “reparto” tra i più colpiti: conduttori, cantanti e musicisti, molto più dei tecnici perché non assorbiti da nessuna grande società, ma solitari verso la tempesta. Unica parvenza di ascolto in questi ultimi 19 mesi? Gli Stati Generali di “Contiana” memoria a Villa Pamphilj dove a dire il vero per lavoratori dello spettacolo si è pensato bene di non invitare nessun tecnico, nessun amministratore di compagnia (appeso al filo del prolungamento della tournée), nessun rappresentate dei piccoli teatri (molto spesso fucina del teatro che verrà o punto di riferimento delle comunità di quartiere) etc…etc…etc… Sarà un caso ma coloro i quali presenziarono in rappresentanza dell’intero settore hanno goduto di un incremento di proposte lavorative e di visibilità, speriamo sia servita ad assumere più tecnici e precari. La domanda a conclusione è: quanto ad un lavoratore bistrattato dello spettacolo, in fin dei conti, in questa fase può realmente importare dei gusti artistici o di esigenze d’altra natura da parte del pubblico?

Fondazione Torino Musei – Archivio fotografico

I vecchi abbonati, le paure, le scelte, la volontà.

Fanno sempre più effetto le foto (in bianco e nero) di Teatri gremiti in ogni ordine di posto (e anche di più). Bisogna ricordare che da questi scatti molto è cambiato, sono subentrate diverse norme sulla sicurezza (per fortuna), una diversa volontà del pubblico pagante (osservate quanti ne restano in piedi pur di vedere lo spettacolo) ma anche una quasi totale disaffezione allo spettacolo dal vivo inteso come prosa. Lo zoccolo duro dei pochi abbonati (alla stagione completa) di tutti i Teatri Nazionali e via via degli altri, in quella che è la gerarchia cultural-teatrale dalla riforma del FUS, sono probabilmente “i figli” diretti di queste straordinarie fotografie, nel senso che l’abbonato che sceglie di sottoscrivere l’intera stagione senza battere ciglio da ormai mezzo secolo si porta dietro un altro modo di vivere, che sempre meno, a parte qualche rara eccezione trova appiglio nelle nuove/nuovissime generazioni.

Dario Fo – Mistero Buffo

Diverso è il concetto di saperli attirare i giovani poi, appartenuto a mostri sacri del nostro Teatro: era difficile distinguere le poltrone negli spettacoli di Dario Fo, era difficile soffermarsi sulla comodità del posto a sedere perché quando “il poterlo vedere a tutti i costi” sostituisce la stantia e borghese polemica sul come (il mio palco, la mia poltrona, il mio posto) vuol dire che il Teatro morto e sepolto ha un sussulto, rivive, spadroneggia e quindi l’intero universo ritrova un equilibrio.

Le paure si sa sono invece legate alla mancanza del distanziamento: il pubblico su questo è bipolare, vuole le riaperture e le vuole al 100% ma vuole stare a distanza; non essendo i Teatri italiani dei gonfiabili, difficilmente questo è possibile e in molti scelgono di non tornare a Teatro, nonostante tutto quello che è stato detto e fatto per farli riaprire. Al di là della tradizione si è infatti imparato a farne a meno ed è senz’altro questa la cosa più grave, chi ne risponde di questa nuova prassi istaurata nelle persone che pur amavano recarsi a teatro? Chi? Siamo in Italia e i colpevoli morali e materiali non si troveranno mai, sparare qui e ora su Franceschini (come spesso ho fatto) è sprecare un colpo, poiché in verità Franceschini non esiste e nemmeno il ministero dei beni culturali è tutto frutto della nostra mente contorta.

Le scelte sono sempre un azzardo degli organizzatori, ma bisogna dare atto a questi ultimi che comunque la si decida di mettere, probabilmente avranno una sala poco piena. Se scelgono un programma improntato sul vecchio abbonato, per riconoscenza e per conoscenza dei gusti, rischiano pochissime nuove adesioni da parte sia dei nuovi abbonati, sia da chi “metti una sera ti porto a teatro”. Se vanno verso una scelta puramente “giovanile” atta a fidelizzare un nuovo blocco di futuri abbonati, con ogni probabilità, la battaglia è persa in partenza, per via del fatto che i ragazzi si abbonano a tutto tranne che al Teatro (salvo eccezioni rarissime è un dato di fatto) e con il rischio enorme di perdere anche quelli storici. Pochi Teatri in Italia “azzeccano” le stagioni o parte di esse e quando il meccanismo fra pubblico e Teatro si “ingrippa”, nemmeno tirare fuori un grande nome dal cilindro risolve le situazioni.

Il fenomeno teatrale è tristemente legato alla popolarità. Si è invertito il percorso dell’attore tipo che arrivava alla popolarità solo dopo aver fatto tanto palcoscenico. Avrete sicuramente sentito dire a qualcuno dei vostri attori (vintage) preferiti: Io vengo dal teatro!

Ora al massimo sentirete dire loro: Ma si… quest’anno che sono fermo, faccio un po’ di Teatro!  Fondamentalmente ci fanno un favore e poi però ci si chiede senza riuscire a trovare risposte: com’è che i Teatri sono vuoti? 

Gaber, Jannacci, Fo

Essenziale è l’arte o le sale resteranno vuote

Questo articolo ha nel titolo una citazione: “Ho visto un Re” di Jannacci, molto spesso cantata insieme a Gaber, Fo… e molti altri. Il titolo dice: “L’arte è essenziale e le sale sono sicure” (un mantra che ci ripetiamo e ci appartiene da giugno 2020) eppure a me quando lo sento parte in automatico l’attacco di quella meravigliosa canzone:

Ah beh, sì beh
Dai dai, conta su
Ah beh, sì beh
Dai dai, conta su
Ah beh, sì beh
Dai dai, conta su
Ah beh, sì beh
Ah beh, sì beh

 

Cominciamo con l’arte che è essenziale. Bene, allora perché non la si ricerca? Perché è del tutto sparita? Qualche sera fa ho assistito ad una scena che forse ci può essere d’aiuto: una signora dopo spettacolo (cito il fatto ma non i dettagli, non servono) ha sentito il bisogno di andare in camerino a trovare il regista (con cinquant’anni di carriera alle spalle). La signora ha esordito così: “ultimamente ho visto tante letture, il suo spettacolo ci voleva”. Risposta del regista: “sono venti mesi che mangiamo letture a che servono? Abbastano i preti e le monache per quelle”.

La forma e il colore dell’arte

Io ho una strana sensazione ed è quella di un Teatro di maniera, totalmente ininfluente, non in grado di incidere. Sembra quasi di essere tornati a quel Teatro di rivista, squisitamente e inutilmente di sottofondo di epoca fascista, con la differenza che allora gli spettacoli non dovevano dire nulla e significare meno, ma in assenza di televisione, cinema e quant’altro erano sempre pieni. Ora che invece sono stati ampiamente sostituiti si è precipitati nel punto più basso mai toccato, proprio mentre la torre d’avorio su cui siedono alcuni “re” e “regine” si allunga, costruisce piani e a stento distingue il palco, dal pubblico e le poltrone. Su dall’alto l’aria forse è rarefatta e non si riesce bene a vedere la totale assenza di coinvolgimento che c’è quaggiù. Ben inteso io parlo della prosa sempre più sola e abbandonata, altre forme di spettacolo procedono ben spedite e con il vento in poppa. Ma in tutto questo marasma una cosa è fondamentale:

E sempre allegri bisogna stare
Che il nostro piangere fa male al “grande attore”
Fa male alla “grande attrice” e ai “super registi” e ai “grandi autori contemporanei
Diventan tristi se noi piangiam
E sempre allegri bisogna stare
Che il nostro piangere fa male al “direttore artistico”
Fa male all’ “organizzazione” e all’ “pseudo-intellettuale”
Diventan tristi se noi piangiam
Ah beh!

Marco Giavatto 

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