L’Argante 131 || Solo canzoni d’autore

Milano, 2 ottobre 1960 – Corriere d’informazione.

 

“Sono state gettate le basi della categoria « cantautori ». Cosa vuol dire? È il sogno di alcuni giovani e quotati compositori di canzonette. Vogliono mettersi insieme, unire le ispirazioni e presentare una parata di cantanti-autori, di quelli però che scrivono testi « mica stupidi », canzoni che abbiano un significato nelle quali cuore non faccia rima con amore.”

 

Questo articolo dà un’idea temporale di quando l’Italia si sarebbe arricchita, da lì a poco, di un nuovo modo di concepire la musica. La musica leggera, o se vogliamo dire, non in senso dispregiativo, le canzonette , stanno per essere affiancate da brani costruiti e ispirati da storie vere, tratte dal vivere quotidiano, o anche dal bisogno, o se vogliamo l’urgenza di condividere temi ed emozioni comuni. All’inizio questo fenomeno sarà prettamente di nicchia, circoscritto fra Milano e Genova, ma in poco tempo si allargherà a tutto il territorio nazionale, e sarà un fiorire di nuove voci , nuove idee , sia a livello culturale che musicale. Il genere cantautorale crescerà e si rinforzerà negli anni ’70 in modo molto variegato. Per citare solo alcuni esempi, dagli stimoli provenienti dai francesi Brassens e Brel, per quanto riguarda Tenco e De Andrè, oppure da Dylan e Seeger, americani, passando per Guccini, dal jazz per Dalla e Conte. Il blues per Pino Daniele.

Le classiche orchestre o band che accompagnavano i cantanti, verranno sostituite dal prototipo del Cantautore, che diverrà un immagine precisa: uno o al massimo 2 artisti sul palco, strumenti pochi… chitarra o pianoforte. Ed è questa visione cari lettori e amici che caratterizzerà il periodo 70/80! Le chitarre poi, spuntano da ogni dove e i giovani si ritrovano per suonare queste nuove canzoni che si possono suonare in modo semplice e diretto, creando comunicazione e voglia di stare insieme. Condenso il tutto in una frase tratta da “Una storia disonesta “ di S. Rosso

“Che bello, due amici una chitarra e lo spinello e una ragazza giusta che ci sta, e tutto il resto che importanza ha”

Dopo questa introduzione storica stringatissima, poichè nomi, dischi, brani sono tanti, e varie sfaccettature del formerebbero cento arcobaleni. Voglio in realtà raccontarvi dei miei esordi nella musica, proprio legati a doppio nodo alla canzone d’autore.

Immaginate di cantare strimpellando una chitarra, strizzato nell’ultima fila dei sedili di un pullman, pieno di ragazzi e ragazze in gita scolastica… o immaginate di essere su una spiaggia di notte, seduto in cerchio a cantare in coro al suono intorno a un falò, oppure suonare seduti su una scalinata in piazza di Spagna a Roma con qualche amico un fiasco di vino e un quaderno di canzoni scritte a mano, o ancora su un prato a Vallombrosa, con i plaid di tutti gli amici a formare un mosaico colorato, a cantare e stonare vicino a una griglia fumante… Questo tipo di esperienze, grazie ai cantautori, le ho vissute davvero e, intensamente, le ricordo o forse le ricordiamo tutti con piacere . La mia prima chitarra mi fu donata da una coppia di amici di famiglia per il mio dodicesimo compleanno, mi confessarono che era un regalo riciclato perché, la loro figlia, aveva aperto la custodia e dopo averla guardata e aver fatto vibrare una sola corda, aveva poi richiuso il tutto e via in un angolo a prendere polvere: lei non sa cosa si è persa e io ho trovato un modo per passare momenti bellissimi e imparare tante cose oltre alle canzoni.

Ovviamente la prima canzone che ho imparato è la famigerata “Canzone del sole” di Mogol-Battisti (accordi maggiori LA-MI-RE-MI …ma lo sanno tutti). Allargando il mio cerchio di conoscenze con altri giovani di ambizione pseudo musicale, ho scoperto altri cantautori e mi sono buttato, inizialmente su Guccini ,“Il vecchio e il bambino” e la classicissima “Locomotiva”, Bennato tutto il disco “Burattino senza fili” quello del brano “Il gatto e la volpe” per capirsi , poi “Rimmel” di De Gregori , la poetica tristezza di “Marinella” De Andrè, e via così verso nuovi orizzonti e spartiti musicali sparsi in una cartelletta! Ad una stazione della vita ho tradito, o per meglio dire, parzialmente accantonato, la mia 6 corde, per la batteria e le percussioni. E fra pelli di tamburo bucate e bacchette spezzate e tante serate estive, ho sperimentato un po’ di generi musicali: dal liscio revival alle cover dei Pooh, dal blues al progressive rock. Dopo la bella esperienza con le varie band, il mio bagaglio culturale musicale si è arricchito in modo considerevole. La fine del periodo dei gruppi coincide con l’inizio dell’anno 2000 e sono tornato dalla mia adorata “Madame Guitar” (brano di Sergio Endrigo) e dai miei complici cantautori. Ho così ricominciato a cantare e suonare da solista, oltre che per il piacere, anche in modo professionale, in vari locali dove la musica d’autore era ancora molto presente e apprezzata. Quando faccio qualcosa mi piace farla bene! (si lo so lo diceva Pelè in una vecchia reclame anni 70!) ho deciso di approfondire l’argomento Cantautori in modo più serio e di studiare i testi delle canzoni, scollegandoli dalla musica . In questo modo, ho scoperto un mondo di prosa e poesia. Scavando nel sottotesto mi sono messo a cercare anche da che storia è nata quella particolare canzone. Così sono arrivato ad un livello di consapevolezza maggiore sul potenziale emotivo che possono dare certi brani.

Lo so, è il segreto di Pulcinella, ma entrando dentro i testi di questi grandi autori italiani, si vanno a toccare tasti sensibili delle nostre emozioni. Quello che cerco dire è che io come interprete, grazie anche alle esperienze teatrali che ho avuto ed ho un diverso approccio all’esecuzione del brano dando una forma quasi visiva alla storia che racconto. E così facendo , come altri interpreti e cantautori che conosco, i dischi dei cantautori assumono un altro aspetto che esula dal semplice prodotto discografico, va oltre la letteratura o la composizione melodica, e supera il confine fra l’autore e l’ascoltatore, sfondando, come nel teatro, la cosiddetta quarta parete. Le nostre esperienze di vita, i nostri errori, le nostre conquiste e i nostri sogni sono lì a portata di stereo, per non parlare dei palasport o stadi riempiti dai cantautori da persone di tutte le età. A questo proposito mi ricordo i concerti a cui ho assistito: “Banana Republic” di Dalla- De Gregori nei primi anni ’80, i concerti di Guccini che partivano da “Canzone per un amica” e finivano dopo quasi 3 ore con la già citata  locomotiva, Venditti nel piccolo stadio della polisportiva Reman nel quartiere dell’Isolotto a presentare “Sotto il segno dei pesci” , il concerto all’ex cinema Apollo col trio Graziani-Ron-Kuzminac, e poi De Andrè con uno dei suoi ultimi concerti, al Palasport il 4 aprile 1997 il mio 33esimo compleanno e chi se lo scorda quel concerto! Ma torniamo a noi, anzi torniamo ai motivi per cui dopo tanti anni e una miriade di dischi, oltre ai miei coetanei, ci sono molti giovani che apprezzano ancora oggi i cantautori, e riempiono gli stadi per Vasco Rossi e Ligabue, o i teatri per Venditti e De Gregori.

Durante i miei recital, capita spesso che mi vengano fatte delle richieste, in molti casi sono richieste fatte proprio da giovani. Ovviamente accetto e eseguo di buon grado i brani scelti e poi a fine serata, magari bevendo insieme qualche bicchiere di vino come la tradizione esige, chiedo loro di spiegarmi i perché di questa voglia di riascoltare, per esempio, una canzone di De Andrè tipo “Via del campo“ uscita nel 1967 quando probabilmente anche i loro genitori erano solo ragazzini. Le risposte sono interessanti: nei testi trovano simbologie o frasi, di cose che hanno dentro ma che non riescono ad esprimere con parole proprie. Le melodie, la musica diretta senza artifizi, melodie che si possono rifare con una chitarra o una tastiera e quindi replicare ciò che facevamo noi 40 anni fa, fare gruppo, stare insieme in modo sano uscendo dal guscio dei social e delle chat! Si riconoscono in alcune situazioni e si immedesimano nel brano. In conclusione hanno il bisogno di sentire Storie vere o Storie inventate che parlano di noi tutti, dei luoghi dell’anima, dei nostri sogni, della nostra vita e anche “ D’amore, di morte e di altre sciocchezze” come suggerisce l’album di Guccini. Ci sono sparsi in giro dei giovani cantautori e cantautrici che creano ancora quel tipo di atmosfera, ma purtroppo siamo in zona di etichette discografiche indipendenti o CD auto-prodotti . Nonostante la qualità dei contenuti sia alta, la stragrande distribuzione discografica, fisica o digitale sulle piattaforme, dominata dalle Major, è dedicata , dico senza convinzione, ai nuovi generi musicali predisposti al consumo e al ricambio veloce , votati al (tanto) guadagno facile: su questo dato di fatto, non vado oltre e mi fermo sennò divento antipatico, polemico e brutale.

Mi avvio con baldanza anche verso i miei primi ’60 anni, ma continuerò imperterrito “in direzione ostinata e contraria” a riproporre, sia con gli amici sia su piccoli palchi, il repertorio con cui sono cresciuto mentalmente e culturalmente. Ancora a muso duro “canterò le mie canzoni per la strada”  e le storie da osteria di Guccini, l’impegno politico di Bertoli, Pietrangeli e Venditti, i racconti di vita di De Gregori e Vecchioni, il folk rock di Ivan Graziani, la poesia e la rabbia di De Andrè, l’intimismo di Tenco e Concato, l’ironia sottile di Gaber e Jannacci, il blues partenopeo di Pino Daniele, il pianoforte di Dalla, il jazz ruspante di Paolo Conte, l’intelligente nonsense di Rino Gaetano e poi e poi…Stefano Rosso, Alberto Fortis, Claudio Lolli, Luigi Grechi, Edoardo Bennato, Tito Schipa Jr., Franco Califano, Franco Battiato, Ivano Fossati, Branduardi, Eugenio Finardi, Alberto Camerini, Gianfranco Manfredi… scusatemi se ho lasciato indietro qualcuno, ma adesso devo sistemare gli spartiti e accordare la chitarra (la mia quinta “ Madame guitar” per la cronaca) perché…

“E un’altra volta è notte e suono , non so nemmeno io perché motivo forse perchè …son vivo!”

(cit. Guccini)

 

Blaco Massimo

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