L’Argante 161 I L’origine del mondo, ritratto di un interno di Lucia Calamaro

Di fronte al tempo, alle crisi, alle mutazioni esistenziali
Magari sotto pressione, impotente, spesso isolato
Comunque inadeguato al rapporto ma lo stesso presente.
Decisamente depresso e si vede, uno fa fatica però vive, trova strategie, si inventa.
Si tratta di reagire.
O al meglio: adattarsi.
Come si sta di fronte alle cose, quando peggio del rapporto con Uno, c’è solo il rapporto con gli Altri?
Lo sappiamo? Lo possiamo sapere? Esiste un IO generico guida?
Non so. Non mi pare. Da qui non mi azzardo alla teoria.
Passiamo allora allo studio di un caso.
Concita non esce più. Da qui, dalla tana, constata che lei di umano ne conosce veramente solo uno, convivono nello stesso corpo, e a volte si distrae anche da lui. Se lo perde, non lo capisce.
Questa relazione fluttuante e disattenta spesso fa si che si ritrovi a non essere contemporanea neanche di se stessa.
Un convivente, anche lui suo malgrado familiarizzato con l’umano di Concita, visto che ne dipende affettivamente, la richiama a lei e al tempo: la Figlia.
È lei che mantiene il mondo. Lei, Alice, è il suo Atlante domestico.
Tanto che a volte uno si chiede chi ha messo al mondo chi, in questa faccenda.
Nella casa in cui si muove con sua figlia, temporaneamente rinchiuse in cerca di un senso ritrovato, appaiono figure della soglia, abitanti del dentro-fuori, che irrompono e agiscono. Figure queste, tutte animate dalla stessa volontà: tirarla fuori. Si avvicendano su scena strappandole alla loro intimità duettistica l’analista,  e sua madre, Lucia.  Gente che sta più fuori che dentro, ma a volte anche troppo dentro o troppo fuori.
Insomma, ma che ne sanno loro della fatica necessaria a snodare gli intrecci traumatici nascosti nelle geometrie del profondo?
Eppure.

Lucia Calamaro

 

L’origine del mondo, ritratto di un interno nasce con una prima versione nel 2012. Scritto e diretto da Lucia Calamaro, dopo tre premi Ubu, oggi quella a cui assistiamo è una rivisitazione contaminata da un tempo presente “indubbiamente nevrastenico”, che non si ferma a riflettere, tirando avanti a vuoto. In collaborazione con il Teatro di Roma, questa piccola perla di riflessione umana e universale giunge ai nostri occhi in forma di spettacolo al Teatro Argentina.

Nel cast: Concita De Gregorio, Lucia Mascino, Alice Redini, in un intervallarsi di voci, di presenti, di passati, di futuri di dubbi e provocazioni. Una rappresentazione al femminile che ti trascina in un vortice di coscienze. Un’energia linguistica che si sprigiona magistralmente in scena, che da quelle poltroncine ti libera da ogni catena lasciandoti svuotata di ogni reazione possibile ma colma di adrenalina per aver assistito a qualcosa di potente. La Calamaro porta in scena il dramma di una condizione, il dramma di una depressione. Lo fa con intelligenza, sagacia, spigolosità e soprattutto con sarcasmo. Pillola agrodolce per alleviare i mali della verità che ci riguardano. L’autrice racconta che quando scrisse l’origine del mondo, quindici anni fa, per raccontare l’attraversamento e la riemersione da uno stato depressivo, ha intuito che quelli a seguire, sarebbero stati anni di isolamento psicologico e sociale profondo, dovuto a fattori diversi e per questo non pertinenti. “Era già nell’aria questa impossibilità, pure invivibilità dei rapporti umani e dell’esistenza così come la sperimentavamo”.

Stando ai dati dell’OMS ad oggi la depressione è tra le malattie più diffuse al mondo. Lo stesso ipotizza che nel 2030 vi sarà un’epidemia di depressione globale causata dalle emergenze più varie come insicurezza economica, rifugiati climatici, povertà crescente, rapporto quotidiano con la paura, fine del mondo, assedio dell’attenzione da iperconnessione, incertezza, disistima, incapacità di concepire esperienze estetiche non nostalgiche e anacronistiche rispetto a nostro presente… In questa analisi, la penna della Calamaro si inserisce in una dimensione estremamente contemporanea ed universale.

Un elenco puntato, smussato, circondato di parole ed oggetti del nostro quotidiano con cui ci interfacciamo, ci arrabbiamo, ci consoliamo conducendo la nostra esistenza in un coesistere continuo tra un interno ed un esterno senza confronto.

Il racconto di Concita, la protagonista, si fa portavoce di uno stare al mondo comune. I suoi problemi, sono anche i nostri, perché banali, perché esagerati, perché amplificati, perché reali. Per questo ridiamo per lei per ridere di noi. Per questo riflettiamo con lei per pensare a noi stessi. Una sorta di teatro terapia e non inteso come una pratica sana e convenzionale ma piuttosto come uno specchio della verità più cruda che evitiamo per non badare ai nostri traumi. La Calamaro ha sempre il potere di trattare l’introspezione senza filtri né fronzoli ma con la rara (oserei dire anche inarrivabile) semplicità di chi ha provato le emozioni che tratta e te le dice così come sono.

Estremamente moderno, estremamente al passo con la vita di chi, fa fatica ad esistere. Con chi nel mutamento del tempo rimane indietro o si perde o semplicemente decide di spegnersi. Di sopravvivere più che vivere perché stanco di qualcosa a cui non sa dare neanche un nome. Allora il nome diventa colpa, e la colpa diventa una scarica sociale per tutta la gente che non vede bene lo stare con l’altra gente, che vorrebbe tenersi compagnia, che vorrebbe colmare un vuoto con un alimento insoddisfacente, con un sentimento incalcolabile, con una risolutezza sempre incompleta.

Il teatro della Calamaro è una pura sperimentazione negli abissi di un io. Una caduta libera in una scrittura coscienziale. Concita uscirà dalla depressione perché possibile. Una lotta con l’umano più difficile, se stessi, contro un mondo che gira sempre troppo velocemente ma anche lentamente. Un ritratto, quello interno, di una realtà normalizzata perché ormai condizione familiare. Una depressione raccontata con una voce nuova ed esaustiva in grado di lasciarti senza fiato.

Il teatro si muove nel ritmo delle esperienze di una società in movimento. Il teatro racconta per regalare identificazione, immedesimazione, consolazione. In questo percorso, L’origine del mondo, ti fa compagnia facendoti sorridere in uno stato che almeno una volta nella vita hai provato. In questo senso, diviene parte di un tutto che ti riguarda.

Per chi ne ha la possibilità, è possibile unirsi a questo viaggio introspettivo fino al 28 marzo al Teatro Argentina.

Incipit dell’Origine del mondo:

 

Si, lo so
Eppure
esiste una genia
che  è diversa
intendo diversa dalla mia, mi pare.
Una genia di
…fortunati
direi

Gente tutta di un pezzo
Che taglia le teste ai tori
Guarda lontano
Si da una mossa
Sa stare al mondo

E usa queste
e altre espressioni del genere

adegua la realtà ai propri bisogni
e a suo favore c’è da dire  che da sempre
o quantomeno da un po’
li conosce

una genia che sa

e se non proprio sapiente
almeno saputa o saputella

quindi ecco invece Noi
gli altri
quasi tutti

i confusi
indecisi
melanconici
apatici
i pigri
quelli soli
gli strani
i timidi e quelli cosi-cosi
gli illusi, i disillusi
i cinici
gli atarassici ideologici, quelli metabolici
e poi
anche quelli sempre stanchi, stanchi dall’inizio
che in latino poi si dice fessus

ebbene noi…
ebbene… Noi.

Cosa?
No, niente, appunto.
Cosa… mi mangio (apre il frigo).

 

 

Foto di Scena – Concita De Gregorio

 

Gaia Courrier.

Laureata in Progettazione di Eventi Per l'Arte e lo Spettacolo, dopo un master in sceneggiatura attualmente lavora nel campo editoriale.
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