L’Argante #118 || DELTA

EST. ONDE – GIORNO

In un crescendo sentiamo le note della Berté cantate in acustico:

E la luna bussò alle porte del buio
“Fammi entrare”, lui rispose di no

E la luna bussò dove c’era il silenzio
Ma una voce sguaiata disse “Non è più tempo”

Quindi spalancò le finestre del vento e se ne andò
A cercare un po’ più in là
Qualche cosa da fare
Dopo avere pianto un po’
Per un altro no, per un altro no
Che le disse il mare…

L’acqua è torbida e le onde propagano la loro esistenza con lentezza. La voce cantata sfuma…

Se vi dicessi DELTA a cosa pensereste?

È molto probabile, come prima cosa, visualizzare un simbolo. Un grecismo. Un’immagine contenente un sottotesto denso di significati altri. Eppure, a queste reference si somma l’ultimo film diretto da Michele Vannucci. L’arena scelta è proprio quella del Delta del Po. In questa acquatica e fangosa pista, si consuma lo scontro tra pescatori/ambientalisti e bracconieri. Un moderno noir che vede protagonisti Osso (Interpretato da Luigi Lo Cascio) ed Elia (Alessandro Borghi) che difendono ciascuno il proprio corrispettivo nucleo d’appartenenza. E da quest’ultima definizione è possibile entrare nella dinamica fazionale dell’intero film. In un’atmosfera paludosa, mimetica e apparentemente anonima, si dà sfogo alla natura più istintiva ed animalesca dell’uomo: la rabbia. È una storia senza filtri che procede ad impulsi chimici travolgendoti e divorandoti in uno stallo senza vincitori. Un patteggiamento perso in partenza. Osso prova a proteggere il fiume dalla pesca feroce praticata dalla famiglia di Elia, membro adottivo della famiglia Florian. Elia che reagisce. Un vortice conseguenziale di scelte umane che provocano un effetto domino irreversibile. Nella pittura grigia e nebbiosa si aggiunge l’acceso colore della follia che contorna i tratti dei personaggi. In questo turbinio di violenza e vendetta il paradosso di rivedersi. Riconoscersi in quella natura disumana che abita nei sotto-io di tutti noi. L’arte del racconto in questo caso, da mera metafora estetica diviene compimento della stessa.

INT. PERSONE – GIORNO

E la luna bussò su due occhiali da sole
Quello sguardo non si accorse di lei
Ed allora provò ad un party in piscina
Senza invito non entra nemmeno la luna

Quindi rotolò su champagne e caviale e se ne andò
A cercare un po’ più in là
Qualche cosa da fare
Dopo avere pianto un po’ per un altro no…

Come uno scarto della società in cerca di un luogo di riposo mentre la voce trema e si allontana…

Ecco che riaffiora il significante grafico della lettera Delta in origine: una forma triangolare, usata anticamente come simbolo di lunghezze relativamente piccole, di deviazioni e deflessioni di decrementi logaritmici. Un misuratore di distanze che in questo caso prendono eccezioni relazionali. La parola fu usata dagli antichi Greci per denominare la regione delle foci del Nilo, il quale, presso Eliopoli, incominciava a dividersi in rami sfocianti nel Mediterraneo in modo che i due principali e la linea della costa descrivevano una figura simile a un Δ. Un allontanarsi e un ricongiungersi naturale come le dinamiche personali. Un metafisico e allegorico significato intrinseco nella narrazione. E in questa allusione, il film di Vannucci non ci lascia passivi spettatori bensì, attivi e immedesimativi partecipanti della stessa lotta che ci divide e ci separa quotidianamente dal senno della ragione. Una perdita di dialogo e chiarificazione di una realtà non distinta, che tutti i giorni fomenta l’ira e la brutalità delle parole che scegliamo di scagliare contro il nostro nemico. Una rabbia cieca. Istintiva. Animalesca per l’appunto. Nata dalla più banale delle scintille o dalla più incontrollata frustrazione che soffochiamo o sottovalutiamo. Una pratica atavica che tiriamo fuori quando diventiamo feroci difensori di partito, di conformisti ideali e di ignoranti notizie. E proprio come la palude del delta ci mimetizziamo in un ambiente arido. E dentro lo stesso complesso di preoccupanti reazioni ci scordiamo l’appartenenza, la comunità o più semplicemente: l’origine della fonte di tutto.

Un film che conduce alla riflessione dello stare soli in gruppo, del rischio di diventarlo o dell’esserlo già,  proprio come il tema della potente colonna sonora scelta che accompagna questo realistico e crudo racconto

EST. BARCA – GIORNO

E allora giù
Quasi per caso
Più vicino ai marciapiedi
Dove è vero quel che vedi
E allora giù, giù
Senza bussare
Tra le ciglia di un bambino
Per potersi addormentare
E allora giù
Fra stracci e amore
Dove è un lusso la fortuna
C’è bisogno della luna
E allora giù
Giù
Giù, giù, giù, giù
Giù

La voce cantata si muta pian, piano lasciando all’immagine il dondolio di una barchetta che si trasporta verso la corrente di quel DELTA diramato del PO’…

 

Gaia Courrier.

Laureata in Progettazione di Eventi Per l'Arte e lo Spettacolo, dopo un master in sceneggiatura attualmente lavora nel campo editoriale.
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