Le Interviste Mortificate #11 || Alessandra Comanducci ed il teatro del presente

Alessandra Comanducci in “Azione Artistica per Spettatore Solo”. Foto: Riccardo Pinna.

Alessandra Comanducci è uno dei pilastri fondanti di Cantiere Obraz e, più in generale, della scena teatrale fiorentina. Formatasi presso l’Accademia Teatrale di Firenze, diventa poi assistente di Gaddo Bagnoli della compagnia milanese Scimmie Nude. Approfondisce, inoltre, con Nikolaij Karpov, l’aspetto della biomeccanica teatrale, dando vita al Laboratorio Permanente di Biomeccanica Teatrale, vero antesignano, appunto, di Cantiere Obraz, associazione culturale fiorentina che lavora nell’ambito della formazione e della produzione teatrale al Teatro di Cestello, presso il quale ha una residenza artistica da più di dieci anni. Noi l’abbiamo incontrata per fare due chiacchiere sui suoi ultimi progetti teatrali.

Partiamo dagli ultimi progetti che avete messo “in cantiere”. A partire dal maggio dello scorso anno, attraverso il contenitore Il Respiro del Pubblico, avete voluto approfondire la relazione esistente tra attori e pubblico. Come è nata questa vostra ricerca?

In seguito allo scoppio della pandemia, ognuno di noi si è dedicato a ciò che gli sembrava più importante, ma sono emersi dei problemi. Ci siamo chiesti cosa fare, in particolar modo riguardo alla nostra scuola, che contava circa 120 allievi. Ci siamo a lungo interrogati sulla possibilità di fare lezione online, ma abbiamo dovuto accantonare l’aspetto della formazione, perché, a causa dell’improvvisa assenza della presenza, non era possibile proseguire.

Il rapporto con il pubblico è cambiato moltissimo, ma non sono sicura che prima fosse del tutto sano. Tutto è nato da una provocazione giocosa fatta dal mio collega Paolo Ciotti, con cui condivido la direzione artistica di Cantiere Obraz: “Ti rendi conto che il pubblico ha un potere incredibile, cioè quello di alzarsi in qualsiasi momento ed interrompere lo spettacolo, e non lo esercita mai?“. Questa è una frase che potrebbe apparire scontata, ma che non è poi così ovvia. Ha acceso in noi tutta una serie di riflessioni su quale fossero l’attività e l’azione del pubblico. Il lockdown ci ha dato la possibilità di studiare ed è stato naturale, per noi, porre lo spettatore al centro della nostra ricerca.

“Azione artistica per spettatore solo”, Cantiere Obraz. Foto: Riccardo Pinna.

Nell’ambito dell’Estate Fiorentina avete portato nelle strade di Firenze la performance Azione Artistica per Spettatore Solo. Di cosa si tratta e come è andato, dal tuo punto di vista, questo progetto?

Per me va sempre benissimo: è un momento di gioia e divertimento incredibile. Tra l’altro, è prevista un’altra data: il 24 luglio dalle ore 19.30 saremo sul sagrato di Santo Spirito.

Azione Artistica per Spettatore Solo aveva, in realtà, già debuttato in un primo evento il 7 settembre scorso, quando Alessandro Riccio, con Teatro di Città, organizzò una giornata dedicata alle associazioni del teatro, una giornata collettiva in giro per il centro. Noi, che già lavoravamo sul nostro progetto de Il Respiro del Pubblico, abbiamo voluto presentare questa performance, che è, di fatto, un’indagine sullo spettatore. Tutto si basa sull’ambiguità tra chi sia lo spettatore e chi sia l’artista. In quell’occasione, abbiamo capito che poteva funzionare: era sufficientemente ironica e giocosa da riuscire a raggiungere le persone.

Mi è capitato, infatti, molte volte di fare teatro o assistere a spettacoli in cui vi era una grande distanza tra gli attori e gli spettatori. I due non abitano sempre lo stesso spazio e gli artisti – in uno spazio chiuso – devono fare uno sforzo mostruoso per riuscire a “scendere” e “andare verso” il pubblico. Vi è una sorta di distanza quasi insormontabile. Con Azione Artistica per Spettatore Solo, invece, raggiungiamo le persone e le coinvolgiamo, mettendole al centro di un’esperienza divertente. Con le sette/otto date che abbiamo realizzato nell’ambito di Estate Fiorentina ci siamo spostati nei posti più assurdi, dal Mercato delle Cure alle 10 di mattina, vestiti in smoking, alle Serre Torrigiani, incontrando una varia umanità. La cosa incredibile è che la performance funziona in un caso e nell’altro perché è, appunto, un incontro con le persone, il nostro modo ludico di avvicinare gli attori agli spettatori.

E’ appena uscito un documentario realizzato da Federica Toci, sull’ultima giornata in giro per il centro, disponibile su YouTube.

Alessandra Comanducci in “Appunti di un pazzo”. Foto: Filippo Manzini.

Pensi che questo necessario riavvicinamento al pubblico, nella cui direzione la pandemia – che ha ridefinito molti aspetti del fare teatro – ha contribuito a spingerci, sarebbe avvenuto o dovuto avvenire comunque?

Penso che, in realtà, abbiamo preso molte direzioni diverse, ognuno secondo la propria ricerca e sensibilità, anche a seconda dei sostegni che ciascuna realtà ha ricevuto in questo periodo. Sicuramente, il tipo di ricerca che noi abbiamo intrapreso e che confluirà, spero tra ottobre e novembre, ne Il Respiro del Pubblico Festival, si inserisce in una linea di ricerca che avevamo già attivato in precedenza e che si basa, da un lato, su tutta la nostra formazione sul ludico e sul rapporto particolare con lo spettatore. Ad esempio, erano sei anni che nell’ambito della nostra Summer School ospitavamo il Maestro Anatolij Vasile’v, che queste strutture ludiche le ha pensate, inventate, codificate e diffuse nel mondo.

Dall’altro lato, a partire più o meno dal 2016, abbiamo avuto un sempre più forte rapporto con il territorio, specialmente con l’Oltrarno. Più di una volta ci siamo sentiti stretti in teatro ed abbiamo deciso di portare i nostri progetti in luoghi non convenzionali. Ad esempio, abbiamo realizzato Alice nella Firenze delle Meraviglie, un percorso itinerante che incrociava il fantastico con l’urbano e che ha visto come protagonisti i ragazzi della nostra scuola. E’ stato come aprire degli squarci di teatro, di magia e di fantasia all’interno della città. Noi vogliamo abitare i luoghi, facciamo una sorta di invasione degli spazi: facciamo teatro non di strada, ma in strada.

Alessandra Comanducci in “Azione Artistica per Spettatore Solo”. Foto: Riccardo Pinna.

Come Cantiere Obraz, avete una sorta di aura da compagnia di Primo Novecento, non disdegnate pièce teatrali tutt’altro che recenti, eppure avete la straordinaria capacità di ‘svecchiare’ il teatro. Come fate e quale è il punto di equilibrio tra tradizione e innovazione?

Ci abbiamo messo moltissimi anni a costruire la nostra identità. Il Cantiere Obraz è nato in seno a dei laboratori di biomeccanica teatrale realizzati fin dal 2005 con Nikolaij Karpov e questo filone di teatro da regia pedagogica russa ci è rimasto un po’ attaccato. Abbiamo anche avuto l’occasione di studiare per tanti anni con Vasile’v. Siamo in continua evoluzione. Di sicuro, amiamo fare teatro, ma il performativo di per sé, quello visivo, di rottura o di impatto, quello che esclude il lavoro dell’attore e l’aspetto dell’azione teatrale, non ci interessa. Personalmente, quando mi capita di dirigere i ragazzi o di partecipare ad uno spettacolo, ciò che mi interessa è il concetto di azione presente, che avviene qui ed ora e che non racconta sul palco un tempo altro rispetto a quello della sala e del pubblico.

Ad esempio, in Appunti di un Pazzo, una coproduzione con Teatro dell’Elce e Teatro della Toscana per la regia di Alessio Bergamo, abbiamo stabilito un gioco per cui siamo tutti, attori e spettatori, consapevoli di essere qui in questo momento: noi giochiamo e voi giocate con noi. La presenza ha a che fare con il presente. Allo stesso tempo, mi interessa il percorso dell’attore e, quindi, l’azione come motore delle cose. Al contrario, in uno spettacolo che è stato molto importante per noi, Maskarad, con la regia di Karpov e Maria Shmaevich, non avevamo questa ottica del presente ed il nostro lavoro partiva dalle azioni fisiche.

Abbiamo avuto poi un’evoluzione che emerge anche nello spettacolo Cane, in cui abbiamo fatto un lavoro di oggettivizzazione del pubblico. Altro punto di svolta è stato quando nel 2020 ci siamo inventati la Storia del Teatro dal Punto di Vista dello Spettatore, che ci ha dato l’occasione di studiare e riflettere su nozioni che magari conoscevamo dall’università, ma su cui normalmente ci soffermiamo poco, come – ad esempio – sul fatto che fino all’Ottocento tutte le luci della sala teatrale erano accese durante lo spettacolo. Equivaleva a dire: “Siamo qua, insieme“.

La locandina di “Cane”, Cantiere Obraz. (Tom Harris)

L’aspetto dell’identità è fondamentale per la sopravvivenza ed il successo di una realtà teatrale. Come è il lavoro di gruppo in Cantiere Obraz?

Siamo un gruppo molto coeso, un collettivo molto unito, composto da persone che lavorano insieme da anni. Non è facile: abbiamo avuto strappi, allontanamenti, competizioni ma devo dire che mi sento molto fortunata. Il Cantiere ha un obiettivo comune, che è far vivere il Cantiere. Il Cantiere viene prima di qualsiasi cosa, anche di matrimoni e funerali. Abbiamo sviluppato in maniera armonica una realtà in cui ognuno di noi, oltre alla sua porzione artistica, ha accolto su di sé un ruolo che non è stato imposto. Abbiamo un’ottica molto comunitaria e facciamo circa quattro riunioni a settimana. Abbiamo inoltre un tessuto formativo analogo, condividiamo un linguaggio, una grammatica, un vocabolario di gruppo per cui per il regista di turno – che sia Alessio (nda Bergamo) o io stessa – è più facile entrare in relazione con gli attori. Direi che il segreto è “obiettivo e metodo”. E non farsi abbattere.

Alessandra Comanducci in “Appunti di un pazzo”. Foto: Flora Braschi.

Quali sono i vostri prossimi progetti, oltre alla data del 24 luglio di Azione Artistica per Spettatore Solo? Ripartirete anche con la formazione?

Abbiamo intenzione di ripartire, ma non ti nego che questo anno e mezzo di studio ha “spostato” alcune cose e, soprattutto, ha attivato tutta una seria di progetti da portare a termine. Riattiveremo la formazione e partiremo dai bambini, dai ragazzi e dagli adolescenti, perché per noi sono stati sempre il senso centrale del nostro lavoro.

Abbiamo due progetti distinti: uno sarà legato all’Odissea, per cui realizzeremo una serie di laboratori intensivi, che dovrebbero confluire nel 2022 in un percorso itinerante che coinvolga anche le fasce over 18. Il secondo progetto è intitolato Ciuchi Mannari – Gruppo di Visione per Adolescenti ed uscirà presto l’avviso di selezione per ragazzi tra i quindici e i venticinque anni. Coloro che verranno selezionati parteciperanno ad un laboratorio di critica teatrale gratuito – finanziato dalla Fondazione CR – con quattro critici italiani, in modo che i ragazzi possano fare la critica dei sei spettacoli in programma per Il Respiro del Pubblico Festival.

Il Festival, che si terrà verso novembre, dovrebbe iniziare con Il Cappotto, per il quale abbiamo appena terminato la quarta residenza con Alessio Bergamo e con il quale continuiamo il filone gogoliano, iniziato con Appunti di Un Pazzo e giocato sempre tra il fantozziano ed il surreale. Dovrebbe poi proseguire con Teatro dei Borgia, Gogmagog, Tri-boo con D’Argenio e Panella, il Teatro dell’Elce ed una riproposizione di Azione Artistica per Spettatore Solo.

Silvia Bedessi

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