Le Interviste Mortificate #17 II I Sotto l’Arco – L’Arte del Busking.

L’intervista di oggi approda sulla nostra rivista su piacevoli note tutte musicali. Perfettamente accordati tra loro, I Sotto l’Arco ci regalano una conversazione corale dove è impossibile non rimanerne affascinati. Un trio musicale che ha sposato il busking come loro percorso artistico. Loro sono Juana, Andres e Benjamin. Personalmente, trovo negli artisti di strada quell’autenticità artistica fatta da una trasmissione di bellezza senza pretese, esplicando così, il concetto stesso di Arte pura.

Come nascono i sotto l’Arco?

Benjamin: Nasciamo facendo serate in centro a Perugia. Abitavamo tutti lì, avevamo un amico in comune e uscivamo la sera tra di noi. Facevamo delle semplici suonate, James section improvvisate. Loro due già suonavano per strada regolarmente e io da che li vedevo per divertimento, un giorno abbiamo detto: “Ei, ci piace la stessa musica!” e abbiamo iniziato a vederci più spesso, il pomeriggio per i fatti nostri e poi per suonare anche in strada. Juana: Il nostro nome deriva dal luogo in cui suonavamo: sotto un arco. Perugia è medievale e c’era un bell’arco di questo stile con una bella acustica, così, ci mettevamo nel corner perché si sentiva meglio e ogni volta che andavamo a suonare era: “ok, andiamo là” era il posto sicuro e non c’era nessuno. A Perugia ci sono tanti artisti di strada quindi a volte ci sono dei conflitti: “quando finisci, quando inizi…” lì eravamo solo noi.

Se doveste presentare la vostra musica d’autore come la descrivereste? Anche in quanto a contaminazioni…

Nasce da molta improvvisazione sicuramente. Spesso le nostre canzoni hanno una struttura abbastanza semplice, alcune parti lo sono e ogni volta che le suoniamo improvvisiamo come arrangiarle su quella struttura di partenza.

Suonate spesso in strada, quanto incide questo luogo sul vostro carattere, sulla vostra esperienza/formazione personale?

Andres: Io ho imparato a suonare davvero quando l’ho fatto per strada! Suonavo dapprima ma succedeva che  facevo una cosa, poi un’altra e un’altra ancora e conoscevo la fine di queste suonate. Invece, se vai in strada arrivi e non sai mai come finisce. Viene uno che può dirti “canta”, “suona qualsiasi canzone, di qualsiasi tipo”, insomma, ti influenza. Juana: Suonare per strada per me incide molto nel senso che ti rendi conto che puoi essere indipendente in un paese che non è il tuo, nel mio caso. Quindi puoi dire Wao! Posso vivere di musica, se voglio. Incide ovviamente perché non è così formale come quando uno va a suonare in un bar e deve avere le cose  organizzate però, è bello per questo perché puoi improvvisare tanto. Fai una cosa, dopo viene una persona e ti chiede di farne un’altra, forse la fai e ti fa piacere o forse devi dire “guarda, io non faccio questa musica.” Posso essere autonoma. Anche nel carattere a volte uno dev’essere un pochino più forte nel dire dei no:“io non faccio questo, per favore non interrompere!” Ad esempio è successo un sacco di volte che viene il pazzo della strada (c’è sempre un pazzo in ogni paese, in ogni posto) quindi, devi sapere anche come gestirlo senza impazzire tu. Benjamin: Secondo me suonare in strada porta anche un po’ di più al senso autentico della musica, quello di dare qualcosa di bello ad una persona a caso, senza un motivo ma solo per il gusto di farlo. Devi riuscire ad arrivare in modo veloce e questo ti fa essere molto più giocoso nel modo di fare piuttosto che serio, organizzato. Ti porta ad essere più teatrale e anche molto più umano perché cerchi di trasmettere qualcosa ad uno che non se l’aspetta attirando la sua attenzione, il suo sguardo. Allo stesso tempo devi suonare anche per te.

Suonare in un ambiente chiuso per i motivi appena dettomi è quindi psicologicamente diverso. Quali differenze riscontrate?

Juana: Sul pubblico soprattutto. Se sei in un locale le canzoni devono durare un tot di tempo, per strada no. Puoi suonare anche due ore un brano. Invece in un posto chiuso, se suoni una canzone due volte la gente se ne accorge. Prestano molta più attenzione a quello che stai facendo perché sei quello che intrattiene ed è diverso perché nella strada sei una parte in più della strada e la gente passerà comunque. Non hai più quella responsabilità. I bar in generale ti spingono ad essere più preciso, a presentare i brani, te stesso, senti più pressione perché è come una cosa che va completata, portata al termine. Andres: In strada, se succede qualcosa, ti stufi, ti si rompe la chitarra, ti scoccia, mai nessuno ti vien a dire nulla. Ma nei locali puoi fare una musica migliore perché ti puoi concentrare di più. Tecnicamente è più professionale e gli ascoltatori sono più inclini ad apprezzarla, mentre per strada magari è più impegnativo gestire tante cose come il pazzo, la gente che si lamenta per il rumore, oppure le condizioni del tempo. Benjamin: La strada ha anche un altro suono, quindi non devi essere così professionale e preciso ma devi essere più attore, spontaneo, più una persona che ha del carisma. Juana: Penso che è come in un qualsiasi lavoro dipendente o indipendente. Quando suoni in un bar c’è anche lì il capo che vuole che suoni una determinata cosa o che venga più gente o che consumino più alcool, cibo… Invece per strada no, sei tu, non hai limiti.

Cosa vuol dire vivere un percorso artistico come il vostro in un’epoca come la nostra?

Andres: Oggi è un’altra cosa. Questo percorso artistico a me ricorda di più  la musica per come io credo che sia il concetto stesso di Musica, ovvero, senza critiche ad altri stili, apprezzo quella che secondo me ha una storia dietro. Fatta dai racconti di chi la fa quindi, il suo modo di pensare, di suonare… qualcuno che mette qualcosa di suo, che sia il sentimento. Oggi è molto facile copiare una determinata musica  come una formula matematica che ti dà un semplice esito. In Argentina avevo un gruppo dove suonavamo musica per tutti, commerciale, facile, ballabile… in quel caso fai una cosa che va in una sola direzione soltanto perché  ti devi adattare alla gente che ascolta quello. Penso invece, tornando alla domanda, a cosa significa portare qualcosa di tuo che credi migliore. Quello secondo me è più importante, è il valore aggiunto. Benjamin: In quest’epoca, si son formate un sacco di categorie, di idee precise su cosa è la musica, su come dev’essere, sui generi. La musica si ascolta tantissimo su internet, gli eventi si seguono sui social network, tutto ciò che si fa viene fotografato e registrato ecc… e per me è tutta un’astrazione della cosa reale e invece suonare per strada e la cosa che va più per la realtà.

Juana: Per me, in quest’epoca ci vuole coraggio, perché anche se il busking è conosciuto, viene sempre visto come una cosa un po’ anarchica, un po’ strana… che alle volte viene un vecchio e ti domanda se dormi per strada perché non lo capisce ancora cosa fai. A volte ti trovi con quei personaggi che non capiscono il tuo mestiere (e va bene perché è nuovo) e devi quindi avere il coraggio di dire “nono guarda io, lo faccio perché mi piace!” è comunque un tipo di lavoro, anche se un po’ anomalo. C’è sempre qualcuno che pensa tu sia un barnone che chiede l’elemosina o magari lo stesso, lascia i soldi senza guardarti perché si vergogna. Andres: Quando abbiamo cominciato a suonare, non era facile prendere una custodia e lasciarla lì davanti. La mettevo più distante da me e mi allontanavo cercando i posti in cui sapevo che tanta gente non mi vedeva sentendo così meno pressione. Quindi si, il coraggio prima di tutto.

In base ai luoghi in cui suonate l’approccio del pubblico è diverso?

Benjamin: Si. Siamo stati alcuni mesi a Capo d’Orlando, un paesino sul mare in provincia di Messina, di 10 mila abitanti circa e lì si sentiva che la gente la vedeva come una cosa molto strana. Non ci sono tanti eventi di musica, cultura, non c’è quella gran varietà di gente che cammina. Eravamo gli unici, forse nella storia di quel paese ed eravamo quindi, addirittura famosi. Ogni tanto conoscevamo una persona nuova e ci diceva “Ah, voi siete quelli che suonano!”. Anche nel paesino accanto “Ma voi siete argentini, voi suonate per strada”. Ci hanno notato.

Juana: Quello che facciamo è un ritorno alla semplicità. Perché quando sei in un locale puoi avere tutti gli impianti elettrici, collegare tutto in un super amplificatore, suonare con il tuo operale, mille cavi e cose, mentre in strada devi cercare il metodo più pratico, leggero, efficace e devi essere semplice in quello che porti, in quello che sai che userai, non porterai tutto ma quello di base. In questo senso ritorni un po’ alla base stessa e dunque al semplice.

Andres: Quando suoni vedi tutto e tutti, vedi l’errore, vedi anche le nostre espressioni che cambiano perché forse è successo una cosa che ti fa suonare in un modo o in un altro, un bambino stupito ad esempio. È tutto più reale in strada e sei completamente esposto al corso degli eventi. Se prendi tutto e lo trasformi in qualcosa di positivo è come un gioco e viene fuori una cosa dove tu impari e tutto quello che ne deriva diventa musica.

Benja: La cosa bella è che in strada sei esposto a qualunque cosa, ma non solo come musicista ma come chiunque cammini per strada. Ho visto che questa cosa si sente istintivamente. Quando vai ad un concerto, sai già che ascolterai qualcosa di buono o quando compri un cd o vai su youtube in un video con un miliardo di visualizzazioni, te l’aspetti. Per strada invece non ti aspetti niente e quando fai della bella musica e fai arrivare qualcosa di buono, il risultato sarà molto più amplificato e sorprendente, magico.

Quanto è importante saper gestire la pazienza in questo mestiere?

Benjamin: La pazienza è molto importante, sempre. Dipende anche da che persona sei. Sicuramente, ci sono molte cose che possono appesantire e fartela perdere, ma se penso al lavoro che ho fatto in questi ultimi tre settimane, a  tempo pieno e anche più, per me ci vuole molta meno pazienza a suonare per strada, anche se è più difficile sostenerti ma lo preferisco. Juana: Pazienza nel mio caso è prendere la chitarra e dopo pian piano, prendere l’amplificatore, poi l’asta, il microfono, il cavo, e dire “ok, ora sono attrezzata!”. Hai tutto, lo fai e dopo, come in qualsiasi lavoro autonomo, devi avere anche la pazienza che un giorno ti va benissimo, un altro giorno meno, un altro giorno piove, un altro c’è il sole e sono tutti felici e non sai perché ti amano, quindi, devi essere molto flessibile perché ci sono tante situazioni che possono compromettere quello che fai. Per esempio, sei nella strada e c’è un altro artista di strada che fa graffiti e mette musica e devi avere la pazienza di parlare con lui o cercare un altro posto che non è proprio quello che piace a te… Benjamin: Anche quando uno vede solo il lato economico importante, occorre averne. Questa preoccupazione a volte influisce sulla musica e può essere stressante. Del resto, l’altra cosa che più richiede pazienza è il gestire le persone, le situazioni… avere polso. Se ce l’hai, se ti vengono naturali questi rapporti con le persone va bene. Come ogni lavoro devi essere bravo a saper gestire questi comportamenti. Juana: Gestire le persone soprattutto, perché non sai cosa ti può aspettare. L’altro giorno stavamo suonando ed è venuto il padre di un ragazzo a dirci “ragazzi, mio figlio è chitarrista” e non potevamo rispondergli perché appunto eravamo concentrati e gli ho detto “non posso parlare sto suonando.” Andres: Porge la banconota da 10 euro e dice “pago 10 euro se fate suonare mio figlio” io gli ho urlato che non era per i soldi, “10 euro a parte, se aspetti che finiamo la canzone, forse tuo figlio suona.” Come puoi venire ad offrire soldi e provare a fermare tutto? . Quella è la gente che tu la guardi e alla fine rispondi quello che pensi e per fortuna in quello che facciamo hai il potere di avere una chitarra in mano, un basso o quello che sia e gli puoi far capire le tue impressioni con un gesto soltanto e rispondere con della musica. Puoi chiuderti in questo mestiere come aprirti completamente. È una componente importante, più ti apri, più riesci a trasmettere ed a creare collegamenti con gli altri però a volte questo può esser dispersivo e puoi perdere la concentrazione. Juana: In quei casi torniamo a dire lo stesso, “oh, questo è il nostro lavoro”, e sembra che almeno quando dici la parola lavoro lo capiscono.

Momento più difficile e quello più bello che avete vissuto suonando insieme?

Benjamin: Un giorno che ricordo tostissimo è stato il primo che siamo venuti a Catania. Eravamo in visita, l’abbiamo fatta anche a Palermo, a Taormina, cercando dove stare. Passavamo delle giornate in un posto, dove porti le cose per suonare e puoi vedere il luogo, farti un’idea, suonare per rifarti le spese del viaggio o della notte… e quel giorno non conoscendo bene la città, non siamo riusciti a trovare un punto strategico, il tempo non era neanche ideale e non lo era il nostro umore. Insomma una serie di fattori che non ci hanno portato ad un buon busking.

Juana: Per me il più bello è stato a Taormina, durante questi viaggi di prova, dove conosci e lavori al tempo stesso. Avevamo pochissime cose, non avevamo gli amplificatori, solo due chitarre acustiche ed una pentola che suonava Ben di percussione e siamo riusciti a suonare anche se eravamo leggeri. Il posto era buono, ci siamo divertiti, ambientati e alla fine, c’era un tizio che avevamo conosciuto che ci ha trasmesso una “Buena Onda” e dopo abbiamo montato una tenda e abbiamo dormito in spiaggia. Ma per me la cosa bella è stato il viaggiare collegato con il lavoro che ci piace ed è il top sapere che lo puoi fare e che le due cose insieme funzionano.

Benjamin: è stato bello anche perché quel giorno siamo andati più minimalisti del solito in un posto da noi sconosciuto e anche quello era un paese piccolo, inizialmentenon sembrava ideale come atmosfera, c’era anche la tipica banda professionale a 100 metri da noi ed eravamo decisamente a contrasto, ma eravamo sereni e abbiamo detto “ma si, mettiamoci!”, e la gente ha apprezzato, siamo riusciti a creare qualcosa.

Un brano che pensiate vi rappresenti?

Uno è un brano di Andres si chiama Zazas, uno dei primi che ho sentito il giorno stesso che ci siamo conosciuti. Lo abbiamo suonato molte volte. È il genere tipico che suoniamo da sempre. Juana: per me Sotto l’arco, che si chiama come noi. È uscito sotto l’arco di Perugia, in quel momento eravamo presi bene e abbiamo cominciato a fare una cosa, per prima Ben, poi Andres si è aggiunto, poi io e non so perché quella volta stranamente ho deciso di registrarlo con un cellulare e dopo non potevamo credere a cosa fosse uscito di buono dal nulla. Quella volta non c’era nessuno ad ascoltarci. È nata proprio improvvisandola al momento, non è stata studiata in camera, l’abbiamo scritta la prima volta che l’abbiamo suonata ed è proprio questa la cosa bella.

Per chi volesse continuare ad ascoltarli, ecco il link della loro pagina Facebook dove potete trovare alcune loro esibizioni: https://www.facebook.com/sottolarcoo/ Ai più fortunati auguro di incontrarli in giro.  

 

Gaia Courrier.

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