Anno 1979. Una sala d’incisione e Michael Jackson davanti al microfono, bloccato da un inconveniente decisamente seccante. Sta registrando She’s Out of My Life, ma ogni volta che arriva all’ultima frase gli si forma un groppo in gola e la voce si spezza.
Si ricomincia. Stesso punto, stessa incrinatura, e partono le lacrime. Si rifà il take, ma niente da fare. Dopo l’ennesimo tentativo, Quincy Jones capisce che non c’è scelta: se Michael non riesce a smettere di piangere, allora tanto vale registrare anche il pianto. È così che quel singhiozzo è finito sul disco. Il frammento spietatamente autentico di un artista che, sul finale, si rompe davvero. Mentre incide quel brano non sta piangendo per una storia d’amore finita: non è soltanto lei a essere fuori dalla sua vita, è il mondo intero che sembra esserlo. Il senso di esclusione costella la sua vita, la frustrazione di trovarsi davanti a barriere «temptingly low and seemingly easy to jump over», ostacoli all’apparenza facili da superare, ma che per lui rimangono tragicamente insormontabili.
Eccoci al quarto tassello del nostro Puzzle Jackson. Dopo aver esplorato le sue contraddizioni più profonde (trovi qui l’ultimo articolo su erotismo e castità), ci addentriamo oggi in un paradosso ancora più doloroso: com’è possibile che l’uomo più visibile del pianeta non riuscisse a trovare nessuno in grado di raggiungerlo davvero?
Imparando a non fidarsi

Sulla carta, Michael Jackson avrebbe dovuto avere pochissime possibilità di conoscere la solitudine. La sua è una famiglia extralarge: nove fratelli compagni di giochi, di palco, di tournée e di riflettori, cresciuti stipati in una casa minuscola a Gary. Eppure, proprio al centro di quella simbiosi forzata, comincia a germogliare una delle sue contraddizioni più laceranti: le persone che gli sono state più vicine sono esattamente quelle da cui sentirà il bisogno disperato di allontanarsi. Il legame con i fratelli diventa un territorio ambiguo, un misto di profonda dipendenza e sorda necessità di difesa. Man mano che la sua stella brilla di luce propria, la famiglia smette di essere un rifugio e si trasforma in un luogo difficile da abitare. I fratelli sono gli unici a poter dire «noi ti conosciamo davvero», ma sono anche quelli che gli ricordano costantemente da dove viene, che avanzano pretese sul suo successo, che competono con lui o finiscono per deluderlo. Per un uomo ossessionato dalla domanda «mi vogliono bene per quello che sono o perché sono Michael Jackson?», la differenza è abissale. Se c’è un’unica, spietata lezione che Michael impara fin da bambino, infatti, è che gli altri vogliono sempre qualcosa da lui. Suo padre Joseph, con il suo controllo maniacale, gli pianta nella testa questo tarlo velenoso da cui non si libererà mai più.
Jermaine si trasforma nel fratello con cui è impossibile comunicare; Janet, la sorellina prediletta, in una potenziale rivale; La Toya arriva a un punto di rottura tale da muovergli accuse pubbliche. Ogni volta che la famiglia busserà alla sua porta, il pretesto sembrerà tragicamente sempre lo stesso: incastrarlo nell’ennesima reunion a cui lui non vuole più piegarsi. È il logorio infinito di una trappola infantile che non si chiude mai, in cui Michael si sente trattato, ancora e sempre, come la gallina dalle uova d’oro. Un marchio da cui vorrebbe disperatamente smarcarsi per poter essere, per una volta soltanto, un individuo. Ed è esattamente a questo punto che la solitudine cambia pelle: smette di essere una condanna subita e diventa una fortezza edificata con le sue stesse mani.
E poi ci sono i fan. Quello con il pubblico è il rapporto più carnale, morboso ed estremo che possa sperimentare. Ma ciò che per il resto del mondo rappresenta l’apoteosi del successo, per il Re del Pop assomiglia a un’invasione barbarica: un’orda di sconosciuti che sa tutto di te e che pretende di possederti. Nella foga isterica dei raduni, le fan si avventano come Erinni affamate, gli conficcano le unghie nella carne, finendo per lasciargli cicatrici vere sulla pelle. L’amore delle masse può anche essere genuino, ma non per questo è innocuo; più la sua stella sale in alto, più il confine fisico e psicologico tra sé e il mondo esterno deve farsi impenetrabile.
I’m living lonely, baby

Nel 1981, a soli ventitré anni, quando il giornalista Robert Hilburn gli chiede per quale motivo non vada finalmente ad abitare da solo come hanno fatto tutti i suoi fratelli, Michael gli consegna una confessione spiazzante: «Penso che morirei da solo. Ma anche in questa casa sono solo. Me ne sto chiuso nella mia stanza e a volte piango».
Tra le pagine dell’autobiografia Moonwalk, riavvolgendo il nastro fino all’epoca di Off the Wall, il ritratto si fa ancora più nitido. Confessa di non avere amici intimi, di sentirsi talmente isolato da spingersi a vagare di notte per le strade del quartiere nella speranza surreale di imbattersi in uno sconosciuto con cui scambiare due parole, qualcuno che non abbia la minima idea di chi lui sia. «Credo di essere una delle persone più sole al mondo».
C’è un senso di gelida distanza che attraversa da cima a fondo la sua produzione musicale. È il singhiozzo soffocato di She’s Out of My Life, sono gli interrogativi angosciati di Who Is It, è la solitudine raggelante di Stranger in Moscow. Cambiano le latitudini, le stagioni e i decenni, ma lo scenario resta immutato: una desolazione priva di vie di fuga.
Ed è precisamente in questa crepa che fa il suo ingresso uno dei dettagli più inquietanti e malinconici della sua parabola: i manichini. Michael ne colleziona diversi, li dispone nelle stanze, ci parla come fossero compagni in carne ed ossa. Archiviata frettolosamente dalla stampa dell’epoca come l’ennesima bizzarria dell’eccentrico padrone di Neverland, la presenza di quei corpi di plastica nasconde in realtà una verità rassicurante per un uomo tormentato dal sospetto: il manichino non chiede nulla in cambio. Sarà anche un simulacro grottesco di presenza umana, ma possiede un pregio imbattibile: non tradisce, non complotta e non vende le tue debolezze al miglior offerente.
Le amiche del Re

Se c’è un filo rosso che lega le figure femminili più importanti nella vita di Michael Jackson, è la loro incrollabile indipendenza. Elizabeth Taylor, Jane Fonda, Diana Ross, Lisa Marie Presley: donne affermate, icone di per sé. Nessuna di loro aveva bisogno della sua fama per emergere né cercava in lui un rifugio per definire la propria identità. E proprio lì, lontano dal peso delle aspettative e dalle dinamiche di sfruttamento, Michael poteva finalmente spogliarsi dell’abito da popstar globale ed essere soltanto se stesso.
Il legame con Elisabeth Taylor, in particolare, va ben oltre la facciata di una vicinanza tra superstar. Liz si trasforma in una delle rarissime figure capaci di attraversare le sue barriere nei momenti in cui Michael sceglie di scomparire. Nel 1993, mentre il primo scandalo per le accuse di molestie travolge la sua vita e lui si trincea in un isolamento totale al punto da respingere persino la madre Katherine, Elizabeth riesce a rompere l’assedio. Sarà lei, insieme a Lisa Marie, a convincerlo a fermarsi e ad affrontare la riabilitazione per la dipendenza da farmaci. Non figure salvifiche o angeli custodi, come certa storiografia agiografica ha voluto dipingerle, ma semplicemente le poche persone a cui viene concesso di varcare la soglia dopo che il resto del mondo è stato chiuso fuori.
Ma cosa inseguiva davvero in queste donne? Probabilmente quella forma di protezione assoluta che gli era mancata da bambino. La madre era una figura amata visceralmente, certo, ma non si era mai eretta a scudo per difendere i figli dalle brutalità di Joseph. Al contrario, lo richiamava continuamente ai suoi doveri, spingendolo a mettere sempre il bene della famiglia davanti a tutto. La madre che lo amava era anche colei che gli ricordava il tributo che doveva pagare agli altri. Ed è qui che amiche come Liz diventano insostituibili: non surrogati materni, ma donne capaci di preoccuparsi di Michael senza dover prima pensare ai Jackson.
Quando la solitudine cerca compagnia

E poi c’è il capitolo bambini. Un capitolo che non si può ignorare, perché ci consegna forse l’aspetto più complesso e vertiginoso della parabola di Michael Jackson. Con alcuni di loro non si limita a un’amicizia superficiale o a qualche invito al ranch di Neverland. Entra letteralmente nelle loro esistenze. Dorme sulle brandine nelle loro camerette, li porta in tournée ai quattro angoli del pianeta, passa ore e ore a giocare con loro come se quella barriera invisibile che separa l’adulto dal bambino potesse, d’incanto, dissolversi.
Con Jordie Chandler questa dinamica tocca vette quasi inconcepibili. Jackson parla di «amore cosmico», piange a dirotto ogni volta che deve separarsi da lui; arriva a sostenere, con assoluta convinzione, che per quel ragazzo sarebbe immensamente meglio seguirlo in tour anziché tornare sui banchi di scuola. Quando la madre, June Chandler, prova a mettere un freno, a tracciare un confine, Michael non capisce. Non può capire perché per lui stare insieme non è un capriccio, è una necessità vitale.
È qui che il puzzle si fa drammaticamente contorto, perché in quel bambino Michael trova esattamente ciò che insegue da una vita intera: un rifugio, qualcuno con cui ridere, giocare, spogliarsi finalmente dell’armatura soffocante di King of Pop. Ma quando questa ricerca diventa totale, il confine sfuma, si perde. Il bisogno dell’adulto finisce per sovrapporsi a quello del ragazzino. La percezione scivola impercettibilmente da un ingenuo «ho bisogno che tu stia con me» a un ben più rigido «stare con me è la sola cosa giusta per te».
Un copione destinato a ripetersi nei racconti di molti altri: contatti simbiotici, fughe dalla quotidianità, viaggi, posti d’onore riservati a un ristretto cerchio di ragazzini prescelti.
Al di là delle aule di tribunale, al di là delle accuse e della cronaca giudiziaria, c’è un dato umano oggettivo che emerge con una forza dirompente: dietro quella ricerca spasmodica di affetto privo di filtri si nasconde sempre lo stesso fantasma: il tentativo disperato e mai risolto di costruire un legame abbastanza forte da sconfiggere una solitudine infinita.
Serena Politi




