L’Argante #04 Immaginiamo un Neorealismo 2.0.

La nostra società sarebbe in grado di riproporre valide espressioni artistiche all’altezza di tale corrente?

Correva l’anno 1943. Il dopoguerra italiano lasciava ancora molte macerie nel cuore dei superstiti, tra questi: pittori, intellettuali, scrittori, fotografi, teatranti e registi, che mossi dalla loro spiccata sensibilità di guardare al presente, sentirono tutti l’imminente bisogno, di raccogliere le polveri cadute dagli animi delle vite infrante del popolo per farne un’Arte.

Il Neorealismo si piazza così, nella memoria culturale e storica del nostro paese, come una corrente del tutto nuova, naturale, scollegata dalle precedenti e priva di artifici scenici che ben caratterizzavano invece il sistema classico prima d’allora in voga. Proprio nel cinema dunque, questa espressione trova il suo più alto compimento. Registi come Visconti, Rossellini, De Sica, Zavattini (solo per citarne alcuni), eseguivano le loro riprese all’esterno, utilizzando la realtà come loro scenografia. Protagonista delle loro opere era l’emotività umana espressa nel suo complesso sviluppo e rivelazione. Non c’era il tempo né l’esigenza per le inquadrature perfette, per recitazioni curate e modelli programmati, l’obiettivo principale era dire più cose possibili allo spettatore, con urgenza, con espressione. Era un cinema sporco, disordinato, impreciso, che rifletteva il caos della realtà quotidiana e il turbamento all’epoca percepito come sentir comune. Nondimeno ad oggi il neorealismo viene ricordato come una corrente preziosissima, soprattutto per i contributi che ci ha lasciato in eredità. Ci ha insegnato la narrazione del vero, l’importanza di testimoniare fatti di cronaca, il volgere l’attenzione ai particolari del quotidiano e non darli mai per scontato, Realismo delle cose semplici ma belle, delle emozioni condivise e di quelle custodite, l’osservazione e la comprensione dei rapporti umani, ma forse queste nozioni rimangono chiuse tra gli archivi meramente di materia cinematografica ed artistica.

Ma se volessimo adoperare lo sguardo neorealista di un tempo e trasporlo sulla nostra attuale società, che cosa ne uscirebbe fuori? Quali valori riusciremmo ad esprimere davanti una camera cinematografica che ci chiede di essere semplicemente noi stessi?

Potremmo di certo copiare il tema del caos, della confusione che invade anche le nostre vite attuali, ma c’è da chiedersi poi se questi disordini siano gli stessi di allora, e naturalmente sappiamo che non lo sono. Noi rappresentiamo l’era della velocità, quella dell’impazienza, sì. L’era del “non ho tempo, scusa” (a volersi spendere con una parola cordiale di troppo quando va bene), del “meglio il libro del film” quindi del giudizio gratuito. L’era della comunicazione globale ma senza una comprensione effettiva.

Incapaci di ascoltare, vediamo ma non guardiamo, sopravviviamo e poco viviamo, parliamo molto ma non dosiamo le parole, come disse Nanni Moretti in Palombella Rossa: “Le parole sono importanti”, ma a noi questo sembra non interessare. Che tipo di realtà custodiamo dunque? Cosa avremmo da raccontare? Il neorealismo di allora, prestava molta attenzione allo sguardo dei bambini, i futuri grandi di domani, perciò si sottolineava la responsabilità delle proprie azioni. Le nostre generazioni si stanno formando secondo una morale deformata, o intrisa di un’etica convenzionalmente modificata, di conseguenza accettata senza domandarsi se sia poi quella giusta. I teatri, le sale cinematografiche, le accademie, si stanno svuotando sempre di più, venendo rimpiazzate da strumenti digitali, che, come nuovi imbonitori, ti fanno credere di poter accedere a tutto e di poter essere tutto ciò che si desidera attraverso uno schermo soltanto, basta un attimo che ci si improvvisa attori, cantanti, politici, critici, modelli e tuttologi. “Grandi e forti”, ma in verità vuoti e deboli. La facilità con cui si ottiene qualcosa, non è mai stata la migliore amica dei buoni risultati, piuttosto è la costanza, il buon gusto dell’esperienza, l’intelligenza e la riflessione che spingono all’ottenimento di risultati positivi, ma queste vanno a spasso col tempo, si misurano con la sua saggia e dispensabile lentezza, e questo l’Arte lo sa, ed è per questo che anche se faticosamente, cerca di farsi spazio per brillare ancora davanti gli occhi dei suoi spettatori, con la speranza di stupirli sempre, di poter essere fruita, ascoltata, studiata, amata da essi. Antico non vuol dire vecchio, né incapace di stare al passo coi tempi, antico spesso significa anche necessario, tradizione che insegna. Se c’è una cosa di essenziale nella vita dell’uomo è l’espressione artistica, che tutto abbraccia e rappresenta. Non bisogna perdere la fiducia su di essa ma darle la possibilità di manifestarsi nelle sue sedi che in principio sono state create per lei, come i cinema, i teatri, le sale, le gallerie, sono la casa dell’Arte create appositamente per accogliere numerosi ospiti (noi tutti), e favorire una coesistenza tra uomo e spettacolo, uomo e arte, uomo e cultura, in modo intimo e raffinato; nessun luogo artificiale potrebbe mai sostituire questa interazione in modo efficiente senza compromettere la sua fruizione diretta e autentica.

Se i neorealisti di ieri dunque, potessero ad oggi parlare, ed analizzare il mondo di ora, penso che abbiano ben poco da scrivere a riguardo, incorrerebbero ad analisi brevi e scarne della nostra realtà e sarebbero costretti a disporre le loro riprese in ambienti al chiuso.

L’Italia del sottoproletariato spiegato attraverso quelle pellicole, era un’Italia senza speranza, apparentemente senza possibilità di miglioramento, vedevano addirittura nella cessazione della vita l’unica loro redenzione. Ad oggi non necessitiamo di giungere a queste conclusioni, ma la speranza di salvaguardare gli insegnamenti passati e valorizzarli per un presente più consapevole sta di fatto svanendo. Sarebbe bello poter riprendere anche soltanto coi nostri occhi, quei dettagli genuini, quei momenti vissuti colmi di emotività, e far caso ai rapporti umani, alle cose che non abbiamo più, a quelle a cui invece teniamo di più… sarebbe bello poter essere in grado ancora, di scrivere un racconto attuale degno della miglior pellicola Neorealista di questa nostra nuova epoca.

E poiché Chaplin disse “Il tempo è un grande autore. Trova sempre il finale giusto”, a noi spetta l’arduo compito di non tradire l’impegno sociale dei nostri artisti passati e cercare sempre di concludere le nostre storie con una morale opportuna che possa sempre migliorarsi nello scorrere del tempo.

Gaia Courrier

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