«I become the victor and the vanquished. I become the master and the slave. I become the singer and the song».
Divento il vincitore e il vinto, il padrone e lo schiavo, il cantante e la canzone.
— Michael Jackson, Dancing the Dream
Sette articoli per provare a ricomporre un mosaico impossibile, l’uomo che ha elevato la contraddizione a sistema di vita: erotismo e castità, bianco e nero, il puro e il cattivo, l’adulto e il bambino, l’eremita e la superstar, la pedina e il giocatore e adesso, a chiusura della nostra indagine, il cortocircuito finale: Re e Schiavo.
Giunti alla fine di questo lungo percorso, non poteva esserci un congedo più adatto per salutare Michael Jackson, una lente attraverso cui leggere un intero destino. Perché, alla fine dei conti, la corona che lo ha consegnato all’eternità è la stessa che col suo peso l’ha definitivamente schiacciato fino ad ucciderlo.
La corona prima del Re
Ogni regno ha una storia e ogni re, prima o poi, deve rispondere alla domanda più scomoda: chi ti ci ha messo, su quel trono? Nel caso di Michael Jackson, la risposta è meno semplice di quanto racconti la leggenda. Prima di lui, la musica popolare aveva già conosciuto le sue monarchie: Frank Sinatra era stato un possibile King of Pop ante litteram; Elvis Presley aveva conquistato il regno del rock’n’roll; i Beatles sono stati una monarchia collettiva. Ma Michael non voleva semplicemente succedere a qualcuno. Voleva un regno tutto suo e cominciò a costruirlo quando Thriller smise di essere soltanto un disco e diventò un fenomeno planetario. Tra il 1982 e il 1984, con Billie Jean, Beat It e poi il cortometraggio di Thriller dimostrò che la musica non si limitava ad essere ascoltata: si consumava per immagini. James Brown, Jackie Wilson, Fred Astaire avevano già chiarito che il corpo poteva essere uno strumento musicale, ma Michael Jackson fuse voce, danza, arrangiamento, coreografia e racconto visivo in una macchina spettacolare che non aveva precedenti per dimensione e impatto. Il videoclip non fu più un accessorio e l’artista non più soltanto una voce ma un universo multidimensionale. Fu il primo artista nero trasmesso su MTV cambiando definitivamente le proporzioni del successo. Nel febbraio 1984 la stampa lo chiamava già «King of Pop». Cinque anni dopo, il 12 aprile 1989, arrivò l’incoronazione più memorabile. Ai Soul Train Music Awards, Elizabeth Taylor lo presentò come «the true King of Pop, Rock and Soul». La corona passò dalla stampa alle platee, dalle platee alla cultura popolare. Michael era diventato il Re. Da quel momento, il mondo avrebbe preteso che lo fosse sempre.
Un patrimonio da Re

Un regno vale quanto il potere che garantisce al suo sovrano e quello di Michael Jackson valeva una fortuna. Il 10 agosto 1985 acquista ATV Music per 47,5 milioni di dollari: quasi quattromila brani, compresi i diritti editoriali di circa 250 canzoni dei Beatles. Non l’intero repertorio del gruppo, come spesso si racconta, ma una parte straordinariamente preziosa della sua eredità musicale. Nel 1995, dalla fusione di ATV con il ramo editoriale musicale di Sony nacque Sony/ATV, con Michael titolare del 50 per cento. Ma quando si possiede una fetta così importante dell’industria, si diventa inevitabilmente qualcosa di più di una popstar, un interlocutore scomodo, da tenere a bada, su cui convergono interessi, rancori e ostilità. E Michael, che aveva costruito la propria fortuna anche imparando a giocare una partita da cui gli artisti spesso restano esclusi, avrebbe scoperto quanto potesse essere costoso sedere dall’altra parte del tavolo. Nel 2002, quella crepa si trasforma in una voragine. Al centro dello scontro c’è Invincible, l’album che Michael ritiene abbandonato al proprio destino da una Sony che lo boicotta. Il bersaglio è diretto: Tommy Mottola, il boss dell’etichetta. Da un palco ad Harlem, Michael denuncia pubblicamente i meccanismi dell’industria, mette in discussione chi la governa e lo epiteta come «racist» e «very, very, very devilish». È una sfida lanciata nel cuore stesso del sistema. Ma esporsi ha un prezzo. Il conflitto con Sony sembra alimentare un’ossessione che lo accompagnerà fino a poco prima della sua morte: pur di strappargli il catalogo in molti sarebbero disposti anche ad ucciderlo. La sua stessa immensa fortuna lo aveva trasformato in una preda e quel tesoro, nato per garantirgli la libertà, era diventato la sua condanna.
Il prezzo del Regno
Il regno di Michael Jackson era stato modellato a sua immagine e somiglianza: smisurato, spettacolare, un laboratorio in cui le fantasie dell’infanzia prendevano carne, i sogni si facevano architettura e la realtà doveva piegarsi alla volontà del suo Re. Neverland era una favola privata edificata per blindare il mondo degli adulti fuori dai cancelli. Ma anche il più incantato dei regni ha un prezzo. E quello di Michael, per quanto nato dal mito, emetteva fatture spietate. Alle spese mostruose della tenuta si sommano le parcelle dei legali, un tenore di vita faraonico e gli interessi sui prestiti.
Michael Jackson possiede un patrimonio sterminato, ma non ha liquidità. Per vivere serve credito, e il credito vuole garanzie reali. Risultato? Debiti per oltre quattrocento milioni di dollari. Il sovrano è immensamente ricco sulla carta, ma soffocato dalle scadenze. Nel 2005, dopo il processo, Neverland comincia a trasformarsi da rifugio in un lusso insostenibile. Michael sarà costretto ad abbandonarla. Inseguito inesorabilmente dai debiti, negli anni successivi sarà un sovrano senza regno, costretto a soggiornare in ville in affitto e dimore messe a disposizione da altri, nessuna capace di restituirgli quel senso di appartenenza che Neverland avrebbe dovuto garantirgli.
È dentro questa stretta che nasce This Is It. Nel marzo 2009 Michael annuncia il ritorno alla O2 Arena di Londra dopo 8 anni: le dieci date previste diventano cinquanta. È la grande scommessa artistica per dimostrare che il talento è vivo, ma è anche l’unica mossa contabile per arginare il collasso finanziario. Il problema è che Michael non può tornare come un artista qualunque: deve tornare da Re. Lo spettacolo dev’essere colossale, all’altezza del mito. Per salvare l’impero deve riattivare quella stessa macchina che lo ha consumato per quarant’anni, dove il mercato esige garanzie, la produzione spinge sui ritmi e il pubblico pretende il miracolo. I Il 25 giugno 2009, a un passo dal debutto, il cuore cede. This Is It non andrà mai in scena.
A diciassette anni dalla morte, il regno di Michael Jackson è ancora intatto. La sua immagine continua a dettare mode, influenzare artisti e imprimersi nell’immaginario collettivo. Come i grandi sovrani del passato, ha lasciato un’impronta destinata a sopravvivergli. E noi ci congediamo così: riconoscendogli la corona, ma stringendo la mano a quel ragazzo che per tutta la vita ha dovuto portarla. Perché ricordare Michael Jackson significa anche questo: non dimenticare l’uomo, proprio mentre il mondo continua a celebrare il Re.
Serena Politi





