Ogni volta che sembra di aver trovato una risposta su Michael Jackson, emerge una nuova contraddizione che rimette tutto in discussione. È questa l’idea da cui nasce Puzzle Jackson: non raccontare una biografia lineare, ma provare a ricomporre, un tassello alla volta, il ritratto di un uomo che ha fatto della complessità la propria cifra più autentica.
Nel primo articolo abbiamo esplorato il conflitto tra il bambino e l’adulto. Nel secondo ci siamo addentrati nella sua tormentata convivenza con l’innocenza e il male. Oggi aggiungiamo un nuovo pezzo al mosaico, forse il più intimo e difficile da osservare:
il suo rapporto con l’amore, il desiderio e la sessualità.
Siamo intorno al 1978, Michael ha vent’anni. Una donna entra nella sua stanza d’albergo. Lui la guarda, confuso.
«Sei una prostituta?»
«Sì.»
«Quanto ti hanno pagata?»
«Per te niente.»
Lei non aggiunge altro. Comincia semplicemente a sbottonarsi la camicetta. A mandargli Lilias Harris sono stati i fratelli, convinti che ormai sia arrivato per lui il momento di diventare uomo.
Michael la osserva terrorizzato.
«No, no, no. Rivestiti. Io questo non posso farlo. Possiamo invece… parlare della tua vita?»
Lei, però, non è lì per raccontarsi. Prima di andarsene gli lascia un biglietto da visita.
«Quando sarai pronto… chiamami.»
Michael la guarda stupito.
«Pronto per cosa?»
Lei sorride e glielo spiega senza lasciare spazio ai dubbi.
Michael prende il biglietto.
«Grazie. Ci penserò. Ma non credo che lo farò.»

L’episodio, riportato da J. Randy Taraborrelli inThe Magic, The Madness, The Whole Story, offre una chiave di lettura preziosa. In quella stanza Michael sembra trovare più interesse nella persona che ha davanti rispetto al corpo che gli viene offerto. Dove altri vedrebbero un’occasione da consumare, lui sembra cercare una storia da ascoltare, una vita da comprendere. Come se, prima ancora del fremore della carne, lo muovesse la curiosità di scoprire quell’umanità dalla quale, a causa della fama e del successo, si era sempre sentito profondamente estraneo.
Ed è da qui che bisogna partire per provare ad analizzare uno dei paradossi più sorprendenti della vita di Michael Jackson: come è possibile che un artista capace di dialogare con il pubblico attraverso un linguaggio esplicitamente erotico, di costruire la propria immagine tra gesti provocatori e continue allusioni all’eros, una volta spenti i riflettori non sembri minimamente interessato ad esso?
I’m Sexy and I (don’t) know it
«Trovo divertente che le ragazze mi considerino sexy. Io non mi considero tale. Credo di non esserlo. È tutta fantasia.»
È una considerazione che spiazza, perché a pronunciarla non è un uomo qualunque. È Michael Jackson: l’artista che tra gli anni Ottanta e Novanta trasforma il proprio corpo in uno dei simboli erotici più potenti della cultura pop. Basta un’inclinazione del cappello in Billie Jean, uno scatto di Remember the time, lo sguardo di The Way You Make Me Feel o le allusioni di In the Closet. Milioni di persone desiderano quell’uomo. Eppure M.J. ha sempre considerato la sua sensualità come un qualcosa che non gli appartenesse.
Durante uno speciale televisivo, Diana Ross lo guarda sorridendo: «Sapevo che saresti diventato una superstar. Non immaginavo che saresti diventato così sexy». Michael abbassa subito lo sguardo. Sorride come un ragazzino colto in fallo e, quasi d’istinto, rilancia il complimento: «Quella sexy sei tu. Non trovate che sia sexy?». Diana non è soltanto una collega. È mito, madre simbolica, mentore e amore platonico fusi in un intricato nodo emotivo. Eppure, davanti a lei, Michael non riesce a riconoscersi nell’uomo che tutti desiderano. Come se l’eros appartenesse sempre all’altro e mai a se stesso.
La sua sensualità non è una costruzione a tavolino; è qualcosa che gli “accade” suo malgrado.
Non è un ballerino che esegue un passo, ma un artista che smette di distinguere il proprio corpo dal suono. E quando anni dopo Oprah Winfrey gli chiederà conto del celebre crotch grab — il gesto di afferrarsi il cavallo dei pantaloni, considerato da tutti una provocazione esplicitamente sessuale — la sua risposta chiarirà tutto:
«È una cosa involontaria. Quando balli, stai solo interpretando la musica. Se sei il ritmo, fai quello che fa la musica. Non è una cosa pensata, accade e basta. È il subconscio.»
Quel gesto non è intenzione erotica, ma pura grammatica musicale: l’equivalente visivo di un colpo di rullante. Le neuroscienze lo chiamano flow: uno stato in cui il controllo cosciente tace e percezione, emozione e movimento diventano una cosa sola.
Sul palco c’era il mito, un corpo trasformato in puro desiderio. Fuori dalle quinte, soltanto un uomo che chiedeva scusa per averci sedotti.
Dove nasce il desiderio…

Ma il corpo non è l’unico luogo in cui la sensualità di Michael sembra sfuggirgli di mano. Lo stesso accade nella voce. Anche lì non sembra cercare l’erotismo ma la verità dell’emozione. Ed è forse proprio questa sincerità a rendere le sue interpretazioni così profondamente sensuali.
Probabilmente Quincy Jones lo aveva capito prima di tutti. Durante le registrazioni di The Lady in My Life continua a interrompere Michael: la voce è impeccabile, il tempo perfetto, ma l’interpretazione non basta. Manca qualcosa. «Implorala», gli dice. «Non cantarla. Implorala.»
Michael fa spegnere tutte le luci dello studio e chiude le tende della sala d’incisione. Quando il nastro ricomincia a girare, tutto cambia. La voce si fa più ruvida, più audace, più disperata. Non è più soltanto un’esecuzione impeccabile: smette di interpretare il desiderio e attinge a un bagaglio emotivo che conosce profondamente.
Perché il desiderio, prima ancora che un’esperienza fisica, è un’esperienza emotiva. E quella Michael l’ha vissuta fino in fondo. Conosce l’attesa, l’innamoramento, la gelosia, l’ossessione, il tormento di chi desidera qualcosa che non riesce ad avere.
È da lì che nasce il modo in cui canta. Un sussurro diventa respiro, una nota si incrina, un graffio si trasforma in un gemito. Non sono effetti ricercati. Sono emozioni che trovano una voce. Ed è proprio questa autenticità a rendere la sua sensualità così potente. Basta ascoltare Give In to Me, In the Closet, Who Is It, Liberian Girl o Break of Dawn per sentire quanto Michael riesca a dare un suono al desiderio. Per questo viene naturale accostare a quel nome, Diana, la donna che ha amato al punto da definire un inferno il tentativo di dimenticarla, a quel Dirty gridato con rabbia, come se in quell’ intepretazione si consumasse una catarsi emotiva
Ma Michael sa raccontare l’amore solo finché rimane un’invocazione. Quando quel desiderio smette di essere un’aspirazione e prova a farsi carne, il registro cambia di colpo: la donna cessa di essere musa e diventa minaccia. È la paranoia in Billie Jean che urla la sua estraneità alla paternità, è il monito diretto di Dangerous, dove la donna non è più un ideale ma una figura pericolosa. Appena l’amore varca la soglia della realtà, smette di essere rifugio: si trasforma in una trappola
…e dove il desiderio si frena

Il sole del deserto, due corpi e una carica erotica esplosiva. Nel video di In the Closet (1992), Michael Jackson e Naomi Campbell mettono in scena un desiderio travolgente sfiorando, nei tagli inediti, la simulazione di un amplesso. Poi le luci si spengono e resta il solito enigma: com’è possibile che l’uomo capace di quella sensualità sfrontata sia lo stesso che rivela a Lisa Marie Presley di essere ancora vergine a 35 anni.
La risposta sta nel paradosso di Jackson: il suo desiderio era un incendio, ma ardeva soprattutto nell’immaginazione. Con Brooke Shields l’amore segue la stessa traiettoria: un sentimento travolgente che trova compimento soprattutto dentro di lui. Per Michael è una passione assoluta; per lei, molto probabilmente, non lo è mai stata.
Educato come Testimone di Geova, Michael cresce con l’idea che il sesso appartenga a un vincolo sacro. Nelle registrazioni con la confidente Glenda Stein lo ribadisce con orgoglio: a trentiquattro anni è felice di aver aspettato.
Così, l’unica intimità tollerabile finiva per concentrarsi in un gesto minimo: tenersi per mano. Quando racconta Tatum O’Neal, la sua prima relazione, il ricordo più prezioso è l’istante in cui lei gli prende la mano. Per chi temeva costantemente di essere manipolato, quel contatto era la prova che qualcuno cercava l’uomo, non il mito. E persino con Madonna, subito dopo un bacio, Michael si rifugia nello stesso gesto infantile. La mano era il confine massimo concesso. L’unica soglia di contatto che il suo mondo interiore potesse tollerare prima che l’incantesimo venisse profanato.
La donna che spezza il confine

Sul set di The Way You Make Me Feel circola una convinzione che nessuno mette in discussione: Michael Jackson è innamorato di Tatiana Thumbtzen.
Il videoclip sembra confermarlo. Per quattro minuti Michael la rincorre, la provoca, la sfiora. Tutto conduce a un bacio ma quel bacio non arriva mai: troppo timido per compierlo davvero, Michael chiude la scena con un semplice abbraccio. Per Tatiana non è un rifiuto, ma il segno di un uomo incapace di trasformare in realtà ciò che prova.
Pochi mesi dopo, quando Michael la richiama per il Bad Tour, lei è convinta che quel sentimento troverà finalmente il coraggio di compiersi. E invece, ogni sera, appena il sipario cala e la possibilità di restare soli diventa reale, lui sfugge. Così decide di fare lei passo decisivo. Davanti a un intero stadio rompe il copione e lo bacia, certa di trasformare in realtà un desiderio che Michael aveva sempre lasciato vivere nel simbolo.
Quaranta minuti dopo viene licenziata.
In quel gesto non c’è la violazione di un tabù sessuale, ma la rottura di un patto fondamentale: il confine tra simbolo e vita spettava soltanto a lui. Il bacio di Tatiana non infrange una difesa morale, ma il copione. Per la prima volta è qualcun altro a prendere l’iniziativa, facendo irrompere l’imprevisto nell’unico spazio che Michael controllava completamente. Finché il desiderio rimaneva nella voce, nella danza o nell’immaginazione, gli apparteneva. Ma un rapporto richiede di accettare l’ignoto cedendo il controllo. Di fronte a quell’invasione di campo, Michael fa l’unica cosa che sa fare: cancella l’imprevisto.
Lisa Marie

Lisa Marie Presley è un punto di svolta. È tutto ciò che, fino a quel momento, nessuna donna aveva mai osato essere.
Figlia di Elvis, la gabbia d’oro della fama la conosce da sempre. Per questo Michael non la spaventa: è cresciuta alla corte di un altro Re. Lisa è diretta, impulsiva, viscerale. Non ha filtri e non teme il confronto. È proprio questa trasparenza disarmante a conquistare Michael, spingendolo a fidarsi come non ha mai fatto con nessuno. Per la prima volta non sI limita a vivere il desiderio nell’immaginazione o nel simbolo: lo lascia entrare nella realtà. Accetta di esporre quella vulnerabilità che fino ad allora aveva sempre cercato di tenere sotto controllo. Lisa stessa racconterà di una relazione attraversata da un’intesa fisica intensa e, secondo J. Randy Taraborrelli, proprio la dimensione sessuale diventerà uno degli elementi di maggiore unione della coppia.
Ma il voyeurismo del pubblico non perdona. Che il matrimonio fosse nato per amore o per convenienza, una parte dell’opinione pubblica sembra interessata a un’unica, morbosa domanda: fanno davvero l’amore? Durante la storica intervista con Diane Sawyer il quesito piomba in prima serata. È difficile immaginare una domanda simile rivolta a qualunque altra coppia famosa. Eppure, nel caso di Michael Jackson, nessuno sembra trovarla fuori luogo. Non è neppure la prima volta. Qualche anno prima era stata Oprah a chiedergli apertamente se fosse ancora vergine. La sua sessualità era ormai diventata un tema di dominio pubblico, quasi un enigma collettivo da risolvere.
Forse perché, a quel punto, Michael Jackson non appartena più alla categoria degli uomini ma dei miti. E i miti, nell’ immaginario collettivo, rispondono a leggi spietate: possono incarnare la passione, mai rimanerci impigliati; possono ergersi a icone universali dell’eros, ma non mettersi a nudo nella quotidianità di una camera da letto. Così la platea globale finisce per applicare una scissione contorta. Al Re del Pop concede una sensualità quasi sovrumana, a Michael nega invece la più semplice e terrena delle prerogative: il diritto a un’umanissima intimità.
Serena Politi




