Dal garage di Internet all’invasione dei microfoni: storia del podcast, dalle origini ai troppi podcast di oggi
C’è stato un momento in cui il podcast sembrava la cosa più intelligente che Internet avesse inventato dopo il blog.
Niente palinsesto televisivo, nessuna redazione necessaria, nessuna frequenza radiofonica da conquistare: bastavano una voce, un microfono, un computer e un luogo in cui pubblicare un file audio. Una rivoluzione apparentemente semplice, ma destinata a cambiare profondamente il modo in cui produciamo e consumiamo informazione, intrattenimento e conversazione.
Oggi, però, il podcast è diventato qualcosa di molto diverso.
Podcast di informazione, di cronaca, di storia, di cinema, di musica, di politica, di economia, di psicologia, di sport, di cucina, di tecnologia. Podcast prodotti da giornalisti, attori, influencer, politici, aziende, comici, professori universitari, youtuber, creator e persone che semplicemente hanno deciso di accendere un microfono e raccontare qualcosa.
Il risultato è una delle più grandi democratizzazioni della comunicazione contemporanea.
Ma anche una gigantesca congestione.
Siamo passati dall’epoca in cui fare un podcast era una scelta quasi pionieristica all’epoca in cui sembra che chiunque abbia qualcosa da dire debba necessariamente avere un podcast.
E allora vale la pena tornare all’inizio.
Per capire che cosa sia davvero il podcast, perché sia nato, come abbia conquistato il pubblico e soprattutto perché oggi ci siano forse troppi podcast.
Prima del podcast c’era Internet
Per capire la nascita del podcast bisogna fare un passo indietro.
Alla fine degli anni Novanta Internet aveva già iniziato a trasformare radicalmente il modo in cui le persone comunicavano.
Il blog aveva dimostrato che la pubblicazione non doveva più necessariamente passare attraverso un giornale o una casa editrice. Una persona poteva scrivere, pubblicare e raggiungere lettori in tutto il mondo senza possedere una tipografia, una redazione o un’azienda editoriale.
L’audio, però, era più complicato.
Un file audio era pesante, la connessione era lenta e lo streaming non era ancora diventato un’abitudine quotidiana.
La musica digitale stava comunque cambiando tutto.
Il formato MP3 aveva reso possibile comprimere enormemente i file musicali e trasferirli attraverso Internet. Napster aveva dimostrato quanto velocemente gli utenti potessero appropriarsi della distribuzione musicale digitale.
Ma mancava ancora un sistema semplice per distribuire automaticamente nuovi contenuti audio.
Ed è proprio qui che nasce l’idea che diventerà il podcast.
2001: l’iPod cambia il modo di ascoltare
Il nome “podcast” non esisteva ancora.
Ma una delle condizioni tecnologiche che lo renderanno possibile arriva nel 2001.
Apple presenta iPod.
Il dispositivo non inventa la musica digitale, ma contribuisce enormemente a trasformare l’ascolto in un’esperienza personale, mobile e sincronizzabile.
L’idea fondamentale è semplice: portarsi dietro centinaia di canzoni e ascoltarle quando si vuole.
Ma presto qualcuno comincia a chiedersi:
e se sull’iPod potessimo ascoltare anche programmi radiofonici?
Non soltanto musica.
Conversazioni.
Interviste.
Notizie.
Racconti.
Commenti.
Programmi prodotti da persone che non lavorano necessariamente in una radio.
Il terreno era pronto.
2003: nasce il podcasting
Uno dei passaggi fondamentali avviene nel 2003, quando Dave Winer, sviluppatore e figura importante della cultura dei blog, lavora insieme a Christopher Lydon, giornalista e conduttore radiofonico, alla distribuzione online di programmi audio attraverso RSS.
L’idea tecnica è fondamentale.
L’utente non deve necessariamente andare ogni giorno a cercare il nuovo episodio.
Il contenuto può essere distribuito attraverso un feed e scaricato automaticamente.
È una sorta di abbonamento digitale.
Non è ancora il podcast come lo intendiamo oggi, ma il principio fondamentale è già presente.
La vera innovazione non è semplicemente pubblicare audio su Internet.
È creare un sistema attraverso il quale l’audio può essere distribuito automaticamente agli ascoltatori.
2004: nasce la parola “podcast”
La parola arriva nel 2004.
Il giornalista britannico Ben Hammersley utilizza il termine “podcasting” in un articolo pubblicato sul Guardian.
Il neologismo nasce dalla combinazione di “iPod” e “broadcasting”.
È una parola destinata a diventare molto più grande dell’oggetto da cui prende il nome.
La cosa curiosa è che il podcasting non è stato inventato da una grande azienda tecnologica.
È nato dall’incrocio di tecnologie già esistenti: Internet, RSS, MP3, computer personali e lettori portatili.
È una caratteristica tipica delle rivoluzioni digitali.
Nessuno preme un pulsante e improvvisamente nasce un nuovo mezzo di comunicazione.
Le tecnologie si accumulano.
Poi qualcuno trova il modo di combinarle.
2004-2005: la radio incontra Internet
A metà degli anni Duemila il podcast comincia a diventare concretamente interessante.
Uno dei nomi fondamentali è Adam Curry, ex VJ di MTV, che insieme allo sviluppatore Dave Slusher lavora alla possibilità di automatizzare il download dei file audio.
Nascono programmi e strumenti dedicati alla gestione dei podcast.
Il concetto comincia a diffondersi.
Ed è interessante notare una cosa: inizialmente il podcast non è percepito come una sostituzione della radio.
È piuttosto una sua evoluzione.
La radio trasmette.
Il podcast permette di scegliere.
La radio decide l’orario.
Il podcast permette di ascoltare quando si vuole.
La radio costruisce un palinsesto.
Il podcast costruisce una biblioteca personale.
Questa differenza diventerà fondamentale.
2005: Apple entra in scena
Il vero salto di scala arriva nel 2005.
Apple integra il supporto ai podcast in iTunes.
È un passaggio decisivo.
Perché una tecnologia che fino a quel momento era stata soprattutto territorio di appassionati, sviluppatori e pionieri diventa improvvisamente accessibile a milioni di utenti.
Il podcast entra nell’ecosistema Apple.
E questo contribuisce enormemente alla sua diffusione.
Il concetto diventa semplice:
trovi un programma, ti iscrivi, scarichi gli episodi e li ascolti.
Nessuna competenza tecnica particolare.
Nessun server da configurare.
Nessun file da cercare manualmente.
Il podcast comincia a diventare un vero mezzo di comunicazione.
La prima rivoluzione: chiunque può avere una radio
Questa è probabilmente la cosa più importante della storia del podcast.
Per decenni, per parlare a un grande pubblico attraverso l’audio serviva una radio.
E per avere una radio servivano infrastrutture, frequenze, investimenti, autorizzazioni, tecnici e un’organizzazione.
Il podcast elimina quasi completamente queste barriere.
Un individuo può produrre un programma dalla propria camera.
Può parlare a dieci persone.
A cento.
A mille.
A un milione.
La tecnologia non stabilisce più in anticipo la dimensione del pubblico.
È l’interesse del pubblico a determinarla.
È la stessa rivoluzione che aveva già attraversato la scrittura con i blog e successivamente il video con YouTube.
Ma l’audio possiede una caratteristica speciale.
Non richiede necessariamente di guardare uno schermo.
Ed è proprio questo che diventerà uno dei suoi più grandi vantaggi.
Podcast e radio: fratelli, ma non gemelli
Per molto tempo il podcast viene considerato una specie di radio su Internet.
La definizione è comprensibile, ma incompleta.
La radio tradizionale è fondata sulla simultaneità.
Il programma esiste in un determinato momento.
Il podcast è fondato sull’on demand.
L’episodio esiste indipendentemente dal momento in cui lo ascolti.
Questa differenza modifica completamente il rapporto con il pubblico.
Un podcast può essere ascoltato mentre si guida.
Mentre si cammina.
In palestra.
Cucinando.
Sul treno.
Durante un viaggio.
Mentre si lavora.
È un mezzo estremamente compatibile con una società in cui il tempo libero è frammentato.
Gli anni Dieci: il podcast diventa mainstream
La vera esplosione internazionale arriva negli anni Dieci.
La tecnologia degli smartphone rende l’ascolto molto più semplice.
La connessione mobile permette di scaricare o ascoltare contenuti praticamente ovunque.
E poi arriva un episodio destinato a cambiare la percezione del podcast.
Nel 2014 viene pubblicato Serial, prodotto da Sarah Koenig e dalla redazione di This American Life.
La prima stagione racconta un caso giudiziario reale attraverso una struttura narrativa seriale.
Il successo è enorme.
Milioni di persone ascoltano gli episodi.
Il podcast dimostra di poter produrre qualcosa che non è semplicemente una conversazione registrata.
Può essere giornalismo investigativo.
Può essere storytelling.
Può avere personaggi, suspense, montaggio, musica, cliffhanger.
Può diventare una serie.
E soprattutto può creare un fenomeno culturale.
Il podcast scopre la serialità
Con Serial il podcast assume una forma più sofisticata.
L’episodio non è necessariamente un contenitore autonomo.
Può essere parte di una storia più grande.
Questa struttura avvicina il podcast alla televisione contemporanea.
Ma con una differenza fondamentale: l’ascoltatore non deve necessariamente essere davanti a uno schermo.
La voce diventa protagonista.
Il montaggio diventa linguaggio.
Il silenzio diventa strumento narrativo.
La musica diventa atmosfera.
Il podcast comincia a sviluppare una propria grammatica.
Poi arriva Spotify
Se Apple ha avuto un ruolo fondamentale nella nascita e nella prima diffusione del podcast, Spotify contribuisce alla sua trasformazione in fenomeno globale.
Spotify comprende che il podcast può essere molto più di un complemento alla musica.
Può diventare una parte fondamentale dell’economia dello streaming audio.
La piattaforma investe nella produzione, acquisisce società specializzate, firma accordi con grandi nomi e porta il podcast dentro un’applicazione che milioni di persone utilizzano già ogni giorno.
Il podcast non è più una nicchia tecnologica.
È intrattenimento mainstream.
E arrivano le celebrità
A quel punto accade qualcosa di inevitabile.
Se un mezzo di comunicazione attira milioni di ascoltatori, arrivano le celebrità.
Attori.
Cantanti.
Comici.
Influencer.
Giornalisti.
Politici.
Imprenditori.
Sportivi.
Personaggi televisivi.
E soprattutto creator provenienti da YouTube e dai social.
Il podcast diventa uno spazio nel quale una persona famosa può parlare per un’ora, due ore o anche tre senza essere sottoposta ai tempi rigidissimi della televisione.
Ed è qui che nasce un’altra trasformazione.
Il podcast smette di essere necessariamente un “programma”.
Può diventare semplicemente una conversazione.
Il podcast conversazionale
È probabilmente il formato che ha avuto più successo nell’ultimo decennio.
Due persone davanti a un microfono.
Un tavolo.
Una stanza.
Una videocamera.
E si parla.
Di tutto.
Questo formato possiede un enorme vantaggio economico e produttivo: è relativamente semplice da realizzare.
Non richiede necessariamente sceneggiature elaborate.
Non richiede troupe gigantesche.
Non richiede scenografie costose.
E può produrre moltissime ore di contenuto.
Ma proprio qui nasce uno dei problemi del podcast contemporaneo.
La facilità di produzione ha abbassato enormemente la soglia di ingresso.
Ed è una grande conquista.
Ma significa anche che la quantità di contenuti disponibili è diventata gigantesca.
Il podcast diventa video
Poi arriva un’altra trasformazione decisiva.
Il podcast contemporaneo non è più necessariamente audio.
Sempre più spesso viene registrato anche in video.
YouTube diventa una piattaforma fondamentale per la distribuzione.
Le conversazioni vengono filmate.
Nascono clip.
Shorts.
Reel.
TikTok.
Estratti.
Titoli sensazionalistici.
Miniature.
Il podcast diventa un ecosistema di contenuti.
Un episodio di due ore può produrre decine di brevi video destinati ai social.
E questo modifica ulteriormente la natura del mezzo.
Il podcast non è più soltanto qualcosa da ascoltare.
È qualcosa da guardare, condividere, ritagliare e trasformare in contenuto secondario.
Ma a questo punto possiamo ancora chiamarlo podcast?
La domanda non è puramente semantica.
Se due persone stanno sedute davanti a una telecamera per tre ore e il programma viene consumato prevalentemente su YouTube, siamo ancora davanti a un podcast?
Probabilmente sì, se utilizziamo “podcast” come categoria produttiva e distributiva.
Ma il termine ha perso parte del suo significato originale.
All’inizio podcast significava sostanzialmente:
un contenuto audio distribuito attraverso Internet e disponibile on demand.
Oggi può significare praticamente qualsiasi programma conversazionale distribuito online.
È diventato un’etichetta molto più ampia.
E qui arriviamo al problema: ce ne sono troppi?
Sì.
Probabilmente ce ne sono troppi.
Ma bisogna capire cosa significa “troppi”.
Non significa che ci siano troppe persone che hanno avuto la possibilità di parlare.
Al contrario.
Dal punto di vista democratico, il fatto che chiunque possa produrre un podcast è una conquista straordinaria.
Il problema è un altro.
Ce ne sono troppi che non hanno una vera ragione di esistere.
Il mercato digitale ha creato un’enorme quantità di programmi costruiti sulla stessa formula.
Due persone.
Due microfoni.
Un tavolo.
Una videocamera.
Un argomento generico.
Due ore di conversazione.
Titolo provocatorio.
Tre clip per Instagram.
Cinque Shorts.
Una miniatura con le facce dei conduttori.
E il ciclo ricomincia.
Il paradosso dell’abbondanza
È un fenomeno tipico dell’era digitale.
Quando produrre qualcosa diventa difficile, il problema è la scarsità.
Quando produrlo diventa facilissimo, il problema diventa l’abbondanza.
Non abbiamo più difficoltà a trovare un podcast.
Abbiamo difficoltà a scegliere quale ascoltare.
E questo cambia completamente il valore dell’attenzione.
L’ascoltatore possiede un numero infinito di possibilità.
Ma possiede soltanto 24 ore al giorno.
Il vero bene raro non è più il contenuto.
È il tempo umano.
Il podcast mediocre non compete più soltanto con un altro podcast
Compete con Netflix.
Con YouTube.
Con TikTok.
Con Instagram.
Con i videogiochi.
Con Spotify.
Con i libri.
Con i film.
Con le serie televisive.
Con la musica.
Con il sonno.
Questa è la grande sfida del podcast contemporaneo.
Non basta essere presenti.
Bisogna essere interessanti.
E soprattutto bisogna meritare il tempo dell’ascoltatore.
La durata è diventata un feticcio
Uno degli aspetti più curiosi del podcast contemporaneo è l’idea secondo cui un podcast debba necessariamente durare moltissimo.
Due ore.
Tre ore.
Quattro ore.
Come se la durata fosse sinonimo di profondità.
Non lo è.
Una conversazione di tre ore può essere straordinaria.
Oppure può essere una conversazione di quaranta minuti allungata artificialmente per diventare di tre ore.
Il problema non è quanto dura un podcast.
Il problema è quanto contenuto interessante riesce a mettere dentro quel tempo.
Una buona intervista di trenta minuti può lasciare molto più di una conversazione di tre ore.
La durata dovrebbe essere una conseguenza della storia.
Non il suo obiettivo.
La nuova frontiera: il podcast come compagnia
Nonostante tutto, sarebbe un errore considerare l’esplosione dei podcast soltanto come una degenerazione commerciale.
Il podcast ha conquistato qualcosa che radio e televisione avevano già intuito, ma che Internet ha portato a un livello completamente nuovo.
La sensazione di compagnia.
Una voce che entra nella nostra casa.
Nelle nostre cuffie.
Nella nostra automobile.
Durante una passeggiata.
Una voce che impariamo a riconoscere.
Con il tempo alcuni ascoltatori sviluppano un rapporto quasi personale con i conduttori.
Non sono necessariamente amici.
Ma diventano presenze familiari.
È uno dei motivi per cui il podcast conversazionale funziona così bene.
Non richiede necessariamente spettacolo.
Può creare intimità.
Il futuro non sarà necessariamente dei podcast più grandi
E qui si può immaginare una possibile evoluzione.
Dopo la fase dell’esplosione quantitativa potrebbe arrivare quella della selezione.
Come è accaduto con i blog.
Come è accaduto con YouTube.
Come è accaduto con i social network.
All’inizio tutti pubblicano.
Poi il pubblico comincia a scegliere.
E alla fine emergono i professionisti, gli specialisti, gli autori capaci di costruire una voce riconoscibile.
Il futuro del podcast potrebbe quindi non appartenere necessariamente a chi pubblica di più.
Potrebbe appartenere a chi ha qualcosa di preciso da dire.
Dal microfono alla redazione
È possibile che il podcast professionale diventi sempre più simile a una piccola casa di produzione.
Ricerca.
Scrittura.
Editing.
Sound design.
Musica.
Fact-checking.
Grafica.
Video.
Distribuzione.
Social media.
SEO.
Analisi dei dati.
Una macchina editoriale.
Il podcast amatoriale continuerà naturalmente a esistere.
Ma parallelamente crescerà una categoria di produzioni capaci di trattare l’audio con la stessa attenzione che una casa cinematografica dedica a un film.
E questa potrebbe essere la prossima vera evoluzione del mezzo.
La cosa più importante è ancora la voce
Dopo più di vent’anni, la storia del podcast ci insegna una cosa sorprendentemente semplice.
La tecnologia cambia continuamente.
Prima l’iPod.
Poi iTunes.
Poi lo smartphone.
Poi Spotify.
Poi YouTube.
Poi i social.
Poi l’intelligenza artificiale.
Ma il centro del podcast rimane sempre lo stesso.
Una persona che parla e un’altra persona che ascolta.
È una delle forme di comunicazione più antiche che esistano.
Il podcast non ha inventato la conversazione.
Ha semplicemente trovato il modo di renderla potenzialmente globale.
Da rivoluzione a industria
Il podcast è nato come una piccola rivoluzione tecnologica.
È diventato uno strumento democratico.
È diventato un nuovo mezzo giornalistico.
È diventato intrattenimento.
È diventato business.
È diventato una professione.
È diventato marketing.
È diventato video.
Ed è diventato, inevitabilmente, anche un prodotto industriale.
La sua storia è quindi simile a quella di molte altre rivoluzioni digitali: prima la liberazione, poi l’esplosione, infine la saturazione.
Ma la saturazione non significa necessariamente la fine.
Anzi.
Potrebbe essere l’inizio della fase più interessante.
Quando tutto è disponibile, ciò che conta non è più riuscire a pubblicare.
Conta riuscire a essere scelti.
Abbiamo davvero bisogno di un altro podcast?
Forse questa è la domanda che dovrebbe accompagnare ogni nuovo progetto.
Non “posso farlo?”
La risposta, oggi, è quasi sempre sì.
Non “posso trovare un pubblico?”
Forse.
Ma soprattutto:
“Perché qualcuno dovrebbe ascoltare proprio me?”
Se esiste una risposta convincente, allora un nuovo podcast può ancora avere senso.
Se non esiste, forse quel microfono dovrebbe rimanere spento.
Perché il problema del podcast contemporaneo non è che abbiamo troppe voci.
È che abbiamo sempre meno tempo per ascoltarle.
E in un mondo nel quale tutti possono parlare, il vero talento non consiste più soltanto nel trovare qualcosa da dire.
Consiste nel trovare qualcosa che valga la pena ascoltare.




