Puzzle Jackson #5 – Black and White

Con Michael Jackson c’è un problema di fondo: appena credi di averlo afferrato, di avergli trovato una collocazione rassicurante, lui si è già spostato, più veloce del suo moonwalk. Bambino prodigio o adulto recluso? Uomo in carne ed ossa o personaggio mitologico? Eremita tormentato o superstar globale? Vittima indifesa del sistema o cinico architetto del proprio mito? E come se la faccenda non fosse già abbastanza complessa, ci si mette di mezzo l’epidermide: nasce con la pelle scura e muore di un bianco spettrale, marmoreo.

Anche quando la tempesta mediatica gli si rovescia contro, o forse proprio grazie a quella, il suo aspetto alimenta un’iconografia inesauribile: l’enigma, la metamorfosi, si cuce addosso un’aura quasi soprannaturale, aliena. Più il suo corpo sfugge alle coordinate della logica, più la sua figura scivola in una dimensione mitica.

Siamo al quinto episodio di Puzzle Jackson e, questa volta, il pezzo del puzzle che proviamo ad incastrare è forse uno dei più ingombranti dell’intero quadro. Com’è possibile che Michael Jackson sia riuscito, a partire dalla fine degli anni Ottanta, ad essere contemporaneamente nero e bianco? La domanda vera non è soltanto clinica. Parliamo della sua musica, del suo immaginario, dell’identità che il resto del mondo continuava ad attribuirgli e di quella che lui, ostinatamente, continuava a rivendicare dal palco.

Perché forse, con il King of Pop, l’equivoco di fondo è sempre stato pensare che dovesse per forza stare da una parte o dall’altra. Ma a Michael non è mai piaciuto lasciarsi incasellare e anche questa volta, invece di rinunciare a qualcosa, si è preso tutto.

Un confine che cambia

La realtà documentata, se vogliamo dirla tutta, è molto meno romanzesca e più terrena: Jackson soffriva di vitiligine, una malattia che svuota la pelle del suo colore. La pelle è il nostro confine più intimo, quel muro protettivo tra il dentro e il fuori, tra ciò che siamo e ciò che il mondo pretende di toccare, giudicare o sbranare. La sua vita è stata una sequenza spietata di confini violati, dall’infanzia rubata all’intimità spazzata via dai riflettori, fino a quel corpo trasformato in patrimonio pubblico dove persino la pelle smette di appartenergli per diventare una superficie su cui chiunque si sente in diritto di proiettare la propria sentenza.

Poi, nel 1993, davanti a novanta milioni di persone collegate in diretta, arriva finalmente la domanda che tutti aspettavano; Oprah Winfrey non ci gira intorno e gli chiede a bruciapelo: “Ti stai schiarendo la pelle? È più chiara perché non ti piace essere nero?” . Lui la guarda e risponde con un filo di voce: “Ho un disturbo della pelle che distrugge la pigmentazione. È qualcosa che non posso controllare.” Spiega le macchie, spiega il trucco usato per uniformare le chiazze. “Quando la gente s’inventa che non voglio essere ciò che sono, mi fa male.” E subito dopo, scandisce: “I’m a black American. I’m proud to be a black American.”

È un momento surreale: l’uomo più famoso della Terra cerca di riprendersi il diritto di dire al mondo cosa sta guardando. Perché una pelle che cambia da sola spaventa, ma se appartiene a Michael Jackson la faccenda diventa una spaccatura politica e culturale tra nero e bianco, tra identità e tradimento. Il mondo esige una colpa e pretende una scelta; Michael Jackson non aveva soltanto cambiato colore; aveva messo in crisi tutto ciò che il resto del mondo pretendeva di leggere in quella trasformazione.

A spiazzare e sconcertare l’opinione pubblica è soprattutto il modo in cui questa mutazione avviene: senza preavviso e senza sbavature visibili. Nessuna macchia viene mai esibita; il pubblico non assiste al processo ma soltanto al fatto compiuto. Così, una foto alla volta e un videoclip dopo l’altro, ci si ritrova davanti a un uomo che sembra letteralmente svanire dalla sua stessa pelle.

Sottraendo allo sguardo altrui le fasi intermedie della malattia, Jackson non si limita ad accettare una trasformazione subita e non scelta, ma la piega al proprio linguaggio artistico, trasformando quella che per gli altri sarebbe una fragilità anatomica in uno dei suoi strumenti visivi più potenti. Persino nel momento in cui ammette la propria vulnerabilità, rifiuta la parte della vittima. Provate a cercarle, le fotografie di Michael Jackson con la vitiligine, senza quel filtro cosmetico perfetto: sono rarissime. La patologia c’è, la fragilità no. Quella non va in scena.

Il corpo resta un’opera d’arte visiva sotto il suo totale controllo.

Senza distinzione

Michael nasce dentro la grande matrice nera americana della Motown: soul, R&B, funk, disco, quella è la sua grammatica materna, la lingua che parla quando è ancora un bambino col microfono più grande di lui. Ma mentre l’industria discografica continuava a dividere gli scaffali dei negozi tra black music e rock bianco, R&B e POP per famiglie, Jackson comincia a fare una cosa scomodissima: prende tutto e lo fonde nello stesso master.

Già con Off the Wall nel 1979, sotto la guida di Quincy Jones, opera un primo, raffinatissimo lavoro di alchimia. Prende il groove serrato del funk, l’eleganza del soul e l’edonismo della disco e li veste con un’armonia pop di una precisione chirurgica. Ma è con Thriller che l’operazione diventa un terremoto. Non si tratta solo di “piacere ai bianchi”, cosa che Stevie Wonder, Ray Charles o James Brown avevano già fatto prima di lui. Lui fa una cosa più radicale: rende il confine di genere del tutto inutile.

Prendiamo ad esempio la struttura di Thriller: Billie Jean costruisce una tensione ipnotica basata su un giro di basso monolitico e una batteria asciutta, importando l’ossatura dell’R&B al centro del mercato globale; in Beat It, inserisce il riff graffiante del rock e il solo vertiginoso di Eddie Van Halen dentro una pulsazione ritmica d’ispirazione street-funk, cancellando di colpo la separazione tra black e rock; duetta con Paul McCartney in The Girl Is Mine, trattando il canone del pop britannico e quello del soul americano come due facce della stessa medaglia.

Musicologi come David Brackett lo hanno dimostrato chiaramente: quello di Jackson non è un semplice “crossover” passivo, cioè la conquista di un nuovo pubblico da parte di un artista nero. È la creazione di una sintesi linguistica in cui codici culturali diversi convivono contemporaneamente.

Con Bad, nel 1987, questa trasformazione diventa ancora più aggressiva. Il suono si indurisce, le linee di basso diventano sintetiche e taglienti, il funk si fonde con la dance e l’hard rock in Dirty Diana. Ma quando si arriva a Dangerous nel 1991, la metamorfosi musicale si fa quasi brutale: affiancandosi a Teddy Riley, Michael incastra ritmiche sincopate, campionamenti, sonorità quasi industriali, rock e gospel (Black or White, Give In to Me, Will You Be There). Le trame vocali cambiano: il suo canto affianca ai classici acuti e ai falsetti di derivazione soul una serie di singhiozzi, beatbox umani, mormorii e percussioni vocali che trasformano la sua stessa voce in uno strumento ritmico ibrido.

A questo punto la domanda “questo disco è nero o è bianco?” rivela tutta la sua inadeguatezza. M.J. non si è limitato ad attraversare la linea di demarcazione: l’ha piegata, riscritta, deformata fino a renderla invisibile. Prima fa saltare in aria la distinzione tra musica nera e musica bianca nelle radio di tutto il pianeta e poi, solo qualche anno dopo, simmetricamente, sarà la sua stessa pelle a fare esattamente la stessa cosa.

Black or White

Nel 1991 arriva Black or White. Proprio mentre la sua epidermide sta azzerando ogni coordinata visiva, lui esce sul mercato dicendo al mondo intero: “It don’t matter if you’re black or white”. Non importa se sei nero o bianco. Il brano non è soltanto un inno consolatorio sull’uguaglianza dei popoli: è una presa di posizione radicale sulla totale inutilità di una distinzione che in lui, ormai, si è già fusa. Quando Slash fa ruggire quel riff di chitarra marcatamente rock e Michael ci adagia sopra una linea vocale soul e spezzata, il messaggio svela la sua vera natura. Tra le strofe lo dice chiaro e tondo: “I’m not going to spend my life being a color”  -non ho intenzione di passare la mia vita a essere un colore-. È il rifiuto sfrontato di farsi definire dall’etichetta che la società pretendeva di stampargli addosso. Il videoclip, diretto da John Landis, porta questa visione all’estremo. La celebre sequenza finale del morphing fa sfumare un volto nell’altro, un ragazzo nero, una donna asiatica, un uomo latino, una ragazza bianca, mostrando l’identità visiva per quello che è: una superficie fluida, un continuum in continuo divenire.

E la stessa idea attraversa anche la sua vita privata. A Paris e ai suoi fratelli insegna l’orgoglio delle radici afroamericane, trasmettendo loro la memoria e il valore di quella storia; i suoi figli sono cromaticamente bianchi eppure insegna loro a sentirsi neri. Per l’opinione pubblica è l’ennesima eccentricità, ma l’identità, per lui, non è mai stata una pura questione di melanina: è una narrazione culturale, un’eredità che puoi fare tua anche quando l’epidermide racconta un’altra storia.

Ed è qui che il puzzle si ricompone. Michael Jackson non cercava di dimostrare che le diversità non esistono: andava oltre, smontando l’idea stessa che una differenza debba farsi barriera. La tua storia vale quanto la mia non perché si somigliano, ma perché sono entrambe irripetibili. E allora il confine tra nero e bianco, come quello tra qualsiasi altra polarità con cui pretendiamo di incasellare gli esseri umani, smette di essere una trincea e torna a essere quello che è sempre stato: un dettaglio superficiale.

Serena Politi

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