L’Argante #108 David Crosby – Se tu non potrai ricordare il tuo nome… lo faremo noi per te

Ho conosciuto musicalmente  David Crosby da ragazzino. Credo avessi 14 anni quando fui folgorato da Crosby, Stills, Nash & Young e dal loro doppio album dal vivo 4 Way Street. 

Allora strimpellavo la chitarra, una chitarra classica 3/4 prodotta da Carmelo Catania che mia madre si convinse a comprarmi qualche anno prima, dopo che avevo imparato da autodidatta a mettere insieme i primi accordi su una chitarra di plastica. Si trattava in realtà di un giocattolo che montava corde di metallo. Evocava una chitarra elettrica e suonava per davvero. 

Attratto dal rock a cavallo tra la fine dei ’60 e l’inizio dei ’70, in quegli anni ero immerso in un’ondata di musica “alternativa” che non ha poi avuto eguali nella storia della musica. Jimi Hendrix era già andato in cielo qualche anno prima, ma nel 1972 l’onda rock aveva raggiunto in pieno  l’Italia, nonostante l’assenza del web, dei social e di radio alternative che solo allora iniziavano a nascere. Ci salvavano i programmi radiofonici di mamma RAI come Per Voi Giovani, ideato da Renzo Arbore e condotto in quegli anni da Carlo Massarini e Raffaele Cascone. Grazie a loro era possibile informarsi sugli album e le tendenze musicali inglesi e americane che altrimenti sarebbe stato impossibile conoscere.  E la sete di conoscenza musicale era placata dalle riviste Ciao 2001 e Muzak che correvo ad acquistare in edicola ed a sfogliare quasi con libidine. All’epoca lo streaming si faceva riversando su audiocassette i vinili degli amici o duplicando audiocassette già copiate.

In quegli anni la West Coast si abbatté su di me come un ciclone

 

CSNY, Jefferson Airplane, Greateful Dead, Joni Mitchell, Allman Brothers, Eagles, James Taylor, Jackson Browne. Ma i miei preferiti restavano Crosby, Stills, Nash e Young. Imparavo sulla chitarra tutti i loro brani da esibire d’estate sulla spiaggia cilentana che frequentavo tutte le estati e dove tutti i miei amici avevano gli stessi miei gusti musicali,  accennando con qualcuno di loro tiepide armonizzazioni vocali dei brani del mitico quartetto. 

Ricordo ancora l’emozione – nel vedere qualche anno dopo il film di Woodstock in un cinema d’essai – quando sullo schermo apparvero Crosby, Stills e Nash con la mitica suite Judy blue eyes a tessere armonie vocali inarrivabili.

If I could only remember my name

 

Questo album per me fu fulminante, il primo singolo di David Crosby, un disco visionario, inciso dopo la morte in un incidente stradale della sua compagna Christine Hinton ed a lei dedicato. Rappresenta, più di qualunque altro,  lo spirito e la coscienza artistica degli ideali dell’epoca:  lo spirito comunitario, la sensibilità e la bellezza della cultura hippie. Il disco fu realizzato con i musicisti ed amici dell’epoca: i Jefferson Airplane, Grateful DeadNeil Young e Graham Nash,  Joni Mitchell, Mike Shrieve e tanti altri del contesto musicale losangelino.  È un disco dove si sovrappongono musica, vita e morte, che nasce in un periodo terribile per Croz, come lo chiamavano gli amici. «Ero immaturo, strafatto, in preda a un dolore che non sapevo gestire», ha detto di quelle sessioni di registrazione.

«Mi sentivo come se m’avessero dato un pugno e una volta finito a terra coi denti rotti mi fosse passato sopra un trattore. Però poi, magari lo stesso giorno, ero al settimo cielo. Facevo musica che adoravo, ci credevo, mi commuoveva. Provavo la massima gioia e la massima tristezza possibile, contemporaneamente».

 

L’album ricevette inizialmente critiche negli States, ma in Europa fu accolto da subito come uno degli album più ispirati del periodo. Nei nove brani dell’album si alternano brani sognanti come Music is Love ed armonizzazioni vocali ultraterrene come I’d swear was something here, Orleans,  Song with no world e Tamalpais high;  lunghe session strumentali come Cowboy movie e  What are their  names e brani intimistici come Laughing e Traction in the rain. Un viaggio onirico che ancora adesso rimane un capolavoro assolutamente unico. Basti pensare che nel 2010 l’Osservatore Romano, rivista del Vaticano (!!) ha inserito l’album al 2° posto nella “Top 10 Pop Albums  of All Times” dopo Revolver dei Beatles.

David Crosby è forse colui che meglio di tutti ha incarnato la parabola della rivoluzione hippie…

… l’idea di una rivoluzione che poteva realizzarsi subito, a patire dai comportamenti e dalle scelte individuali: il rifiuto della famiglia convenzionale (cantando l’amore libero in Triad), l’adesione alla controcultura (in Almost cut my hair e Wooden ships), le scelte contro la guerra ed il nucleare portate aventi negli anni, la creatività, ed il meraviglioso confuso idealismo ed attivismo di quell’epoca. Se nell’America degli anni Sessanta l’idea di Rivoluzione avesse avuto un volto, quel volto sarebbe stato quello dei capelli sciolti e dei baffoni di David Crosby. Ma nessuno meglio di lui ha anche rappresentato la parabola discendente di quel periodo: la marijuana e le droghe psichedeliche con l’idea tipica dell’epoca di “allargare l’area della coscienza”, come avrebbe detto Allen Ginsberg, fino al passaggio alle droghe pesanti, eroina, cocaina e crack per cancellare il dolore, con il conseguente aggravamento dei problemi di salute e dei problemi con la giustizia (finì, per il possesso di droga ed un’arma non dichiarata,  in un carcere texano per alcuni mesi nel 1985 dal quale uscì disintossicato).  L’uso di sostanze aveva però ormai irrimediabilmente compromesso la sua salute: diabete ed epatite C avevano reso necessario nel 1994 un trapianto di fegato. Quella parabola discendente Crosby l’aveva personificata, autodistruggendosi.

Ma era stato anche metafora vivente di una possibile rinascita…

…della caparbietà nel restare attaccato alla vita ad un passo dalla morte.  Dopo l’operazione al fegato incontra James Raymond, il figlio che aveva dato in adozione 30 anni prima (come era successo anche a Joni Mitchell) e del quale non aveva mai più avuto notizie. Spinto dal padre adottivo,  James –  diventato tastierista di talento – va a trovarlo in ospedale. Di li a poco insieme al talentuoso chitarrista Jeff Pevar forma i CPR, abbreviazione di Crosby Pevar & Raymond, con cui pubblica due album in studio e due dal vivo tra il 1998 e il 2001.

Col nuovo millennio Croz aveva ritrovato la verve per riunire i compagni di una vita Stephen Stills e Graham Nash dando il via per un paio d’anni ad alcune tournée in giro per il mondo, toccando per un paio di volte anche l’Italia. Poi l’album Croz del 2014 ed i tre dischi successivi con  la giovane Lighthouse band  e di nuovo con il figlio James e Jeff Pevar sino ad arrivare al recente For Free, uscito dopo il periodo del covid e dopo la triste esperienza della morte di un figlio, con problemi di salute che di nuovo lo tormentavano e gli impedivano di suonare ed andare in tournée. 

Il titolo del disco prendeva spunto da un brano della sua ex Joni Mitchell; la copertina, un disegno del suo volto ritratto da Joan Baez; i brani di nuovo a distillare buona musica ispirati da introspezione, eleganza ed autocritica che tira le somme di una carriera artistica incredibile. Come ha scritto recentemente Carlo Massarini

 “L’ultimo, sorprendente David Crosby ha potuto distillare sapienza ancestrale con serena e definitiva autocritica (si guardi il film documentario sulla sua vita Remember my name) ricevendo in cambio l’energia e l’entusiasmo necessari a fare musica fino all’ultimo

 

Un passaggio di un suo vecchio brano, ritrovato ed interpretato con la Lighthouse band dice: «Il nostro amore continuerà a battere (dopo che ce ne saremo andati?). /Viaggiare oltre (che cosa diventiamo?). /C’è una ragione per cui l’amore e la canzone continuano all’infinito?».

Buon viaggio, David

Gianfranco Politi

 

 

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