L’Argante #68 II Pier Paolo Pasolini e il suo tempo.

Cosa vuol dire essere poeta?

Tra gli identificativi più concilianti di certo rientra il senso della descrizione. Poeta è colui che abilmente sa osservare la realtà e trascriverla mediante nobili parole. Ma poeta è anche colui che soffre, che gioisce, che dubita, che ha paura e di queste sensazioni colme di umanità, ne ricava identificazione e condivisione scritta.

In questo corrente mese di marzo, numerosi canali di spettacolo ed artistici stanno celebrando il centenario di nascita di un grande poeta italiano che ha saputo descrivere il popolo con coraggio ed autenticità: Pier Paolo Pasolini, ed oggi, la nostra rivista, prende parte al suo ricordo.

Pasolini è stato un poeta civile. La sua vocazione, il suo pensiero sono stati gli strumenti di un racconto vero. Ha saputo narrare gli aspetti più crudi ed autentici della vita senza sconti ma pure impressioni istantanee. Dagli occhi di un uomo continuamente combattuto, interrogato, turbato e spesso dall’animo irrisolto, oggi con estrema oggettività possiamo affermare che senza di lui non avremmo un singolare lascito culturale. Scrittore ma anche pittore, non poteva che cedere anche lui, all’arte cinematografica. Raccontano di lui, che teneva in mano la cinepresa così come uno scrittore tiene una penna. In questa direzione si avvicina alla Camera-Stylo dei cugini francesi, ritraendone in più l’espressione cinematografica in forma poetica piuttosto che in prosa afferente al metodo di cinecittà di quegli anni.Tuttavia non si risparmiò nell’analisi del marcio che nondimeno appannava anche quel mondo. Come sappiamo, la sua personalità si è sempre presentata controcorrente agli ideali uniformanti che si riversavano sugli italiani. Con coraggio ha saputo esporsi e manifestare le sue idee in forma artistica e non, senza riserve.

Disprezzante del didascalismo politico, dell’omologazione, lo ricordiamo negli anni del ’68, in prima linea proprio al Festival di Venezia, anno in cui era in concorso col suo film Teorema. Studenti, registi, intellettuali, occuparono la sala Volpi gridando ad una mostra libera, ad un cinema al popolo. Pasolini per primo, non condivideva l’industria del cinema di quel tempo, chiedendo un cambiamento al pari con la società di allora. Chiede che si crei una canale di distribuzione non controllato dal mercato, al contrario di quanto faccia la presenza affollante dei giornalisti nelle sale. Il tutto fu a seguito delle prosteste del festival di Cannes, dove gruppi di studenti occuparono le sale bloccandone la visione, avendo l’appoggio dei grandi cineasti come Jean Luc Godard, Francois Truffaut, Roman Polanski, Luis Malle. Passò alla storia come una grande contestazione culturale, in cui forti intellettuali contrastarono le più radicate strutture in difesa di un cambiamento.

In questo senso, Pasolini rappresenta una forza motrice in grado di smuovere l’aria che respira, appellandosi al diritto di dire la sua come un grande esempio.

Ricordare la sua personalità è occasione d’analisi della realtà quotidiana che abitiamo. Le sue idee nascono da un  confronto con l’umanità intera. In un’intervista per la Rai, lo sentiamo rispondere di sé stesso:

Non è affatto vero che non credo al progresso, io credo nel progresso, non credo allo sviluppo, e nella fattispecie in questo sviluppo. Sono direttamente interessato a quelli che sono i cambiamenti storici. Cioè io tutte le sere, tutte le notti, la mia vita consiste nell’avere rapporti diretti e immediati con tutta questa gente che io vedo che sta cambiando.

La sua sensibilità lo portava ad un continuo studio dell’attuale. Contemporaneo al suo tempo. Stimato e circondato da illustri personaggi, in questi, si ricorda la grande amicizia con Alberto Moravia, il quale ha saputo ritrarre l’amico citando:

<<Lui era un comunista sui generis, nel senso un po’ cattolico, e poi nazionale, non certo marxista scientifico. D’altra parte Pasolini aveva un’idea un po’ diversa dalla mia sulla situazione dell’Italia. Lui pensava che tutti i guai d’Italia venivano dalla fine della cultura contadina, dal consumismo. Io pensavo il contrario, cioè pensavo invece che non ce n’era abbastanza di cultura industriale, e lo penso ancora, che i mali in Italia vengono da deficiente industrializzazione, dalla corruzione della cultura contadina. Insomma, per dare un esempio, parte dell’Italia era di cultura contadina che però si dissolve, mentre il Nord, bene o male, si è industralizzato, perciò per me l’Italia non è abbastanza moderna, per Pasolini lo era troppo>>.

*Archivio online cittàpasolini.

Pasolini stesso dichiarerà come secondo lui uno dei problemi del paese fosse un elevato tasso di imborghesimento medio, una cultura imbonita senza spirito critico, corruttrice. In questo senso la speranza per una ricerca all’autenticità e alla consapevolezza, riteneva venisse rappresentata soltanto dagli analfabeti sotto la quarta elementare in quanto semplici o da un livello di intellettualità superiore, scavalcante la fascia media istruttiva.

Proseguendo, anche Dacia Maraini in un suo recente libro dedicato a Pasolini, lo ricorda e lo descrive come un uomo intriso di tutte le contraddizioni che viveva:

<<così come le viviamo tutti, solo che lui le pagava di persona e questo lo dispensava da un giudizio negativo. Chi si contraddice e si nasconde è un vile. Chi si contraddice e lo confessa, non solo, ma si condanna da solo, è un giusto.>> – <<Pasolini non aveva uno sguardo antropologico o sociale sulla realtà. Non era un realista e neanche la ragione lo interessava molto. Le sue idee correvano col suo stesso corpo e questo lo rendeva all’avanguardia anche quando appariva in retroguardia. Era un testimone drammatico e carnalmente impegnato del suo tempo e di questo bisogna dargli atto. Come un Giordano Bruno moderno ha sfidato il rogo con un coraggio straordinario e credo che per questo la gente lo consideri un martire e un eroe>>.

Numerose le lettere d’amore, di stima, con Maria Callas, una delle quali lei scrive:

 Dentro in me – le mie antenne tu dici – me lo dicevano quando Ninetto diceva che non si innamorerebbe mai – sapevo che diceva delle cose che era troppo giovane per capire. E tu in fondo uomo tanto intelligente lo dovevi sapere. Invece ti attaccavi anche tu a un sogno, fatto da te solo perché è così anche se ti addoloro con questa predicuccia piccola. La realtà è quella che devi affrontare ma non puoi perché non vuoi. Tu rinascerai.

Ma per scoprire affondo questo intenso personaggio, oltre le testimonianze delle persone a lui più care, vanno senza dubbio ricercate le sue parole, attraverso le sue poesie, le sue pellicole, i suoi lavori.

Di seguito si riporta una poesia Ai critici, cattoliciEpigrammi.

Molte volte un poeta si accusa e calunnia,
esagera, per amore, il proprio disamore,
esagera, per punirsi, la propria ingenuità,
è puritano e tenero, duro e alessandrino.
È anche troppo acuto nell’analisi dei segni
delle eredità, delle sopravvivenze:
ha anche troppo pudore nel concedere
qualcosa alla ragione e alla speranza.
Ebbene, guai a lui! Non c’è un istante
di esitazione: basta solo citarlo!

Pasolini e la poesia fatta Cinema.

La poetica di Pasolini è incisa su tutte le sue pellicole che parlano di vita.

Ma in questo momento attuale, mi soffermerei su un film in particolare: Uccellacci e Uccellini.

Un capolavoro realista ed ideologico dove a mio parere si racchiude l’intera poetica dell’autore. Favolistico e sperimentale a tratti. Pizzica attraverso metafore il dissidio di lotta tra oppressori ed oppressi. Viene narrata la storia di due esclusi che subiscono le conseguenze capitalistiche attraverso l’espediente di una passeggiata tra le periferie romane. La presenza di un corvo è la trasposizione fisica del marxismo oltre incidere sul tocco fantastico. L’animale viene raffigurato con un accento borghese nell’atto di disquisire in modo intellettuale. Qui, Pasolini “preferisce creare volti nuovi per il cinema che servirsene”, come a sostenere che non servono grandi attori per fare grandi film, (lascito moderno ora tutto Morettiano) includendo attori dalla strada, senza esperienza con i mostri sacri della cinematografia come Totò, a cui affida un ruolo poetico. Con la convinzione di non intaccare così, le interpretazioni estreme come la naturale brutalità o leggerezza del dilettante e l’impostazione ed esperienza dell’attore professionista. I titoli vengono cantati da Domenico Modugno, mentre la musica è stata composta da Ennio Morricone. Il concetto narrativo non è molto lontano da un altro capolavoro dove gli stessi personaggi, Davoli e Totò, insieme a Modugno son presenti. In Che Cosa Sono le Nuvole, Pasolini regala uno scorcio trasognato prendendo in esame la tragedia di Otello, illustrandoci la ricerca del vero significato della vita sempre nel bilancio degli oppressori e degli oppressi.

Totò e Davoli in Che cosa sono le nuvole?

Sono queste le tematiche affrontate da Pasolini nelle sue opere. Una spiritualità anarchica che trasuda di libertà e ragionamento. Chissà cosa direbbe, cosa scriverebbe di questo nostro tempo. Ora come ora che viviamo “nella crisi delle grandi ideologie, delle grandi speranze…” citando le parole d’apertura di Uccellacci e Uccellini, verrebbe da chiedersi:

Dove va l’umanità? Boh!

E ancora una volta Pasolini ci dona l’artificio del dubbio in modo magistrale…

 

Gaia Courrier.

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