L’Argante #11 Ricomincio da tre

Ricomincio da tre.

Se il 2020 avesse un nome, senza dubbio sarebbe “M-a-s-s-i-m-i-l-i-a-n-o”.

Per chi possiede un appellativo così lungo, immancabilmente sarà incline ad atteggiamenti poco disciplinati, per meglio dire “scostumati” e portatori di scompiglio. In questo modo, il genio di Massimo Troisi in Ricomincio da tre, sostiene la tesi secondo la quale un nome più corto eviterebbe più malefatte.

Il suddetto film, uscito in Italia nel 1981 scritto, diretto e interpretato da Troisi stesso, rimane ancora oggi uno dei grandi capolavori del cinema Italiano.

La vittoria di due David di Donatello e il riconoscimento per il migliori film e miglior attore, giustificano il perché un lavoro artistico di tale portata, rimanga fortemente contemporaneo ad ogni tempo.

Per il corrente e nuovo inizio d’anno dunque, un lungometraggio come questo, potrebbe esser adatto per fare un bilancio sul passato e sul futuro di ciascuno.

Il film racconta la storia di Gaetano, un ragazzo come tanti che, stanco della propria vita decide di lasciare Napoli, la sua terra d’origine, per trasferirsi a Firenze, in cerca di conoscenza e di avventura.

Celebre il dialogo in cui Gaetano, comunica la notizia della partenza all’amico Lello:

G: Chell ch’è stato è stato… basta, ricomincio da tre…

L: Da zero!…

G: Eh?…

L: Da zero: ricomincio da zero.

G: Nossignore, ricomincio da… cioè… tre cose me so’ riuscite dint’a vita, pecché aggia perdere pure chest? Aggia ricomincia’ da zero? Da tre!

Ad ognuno di noi, lascio la giusta interpretazione e personale metafora con quanto ultimamente vissuto. Tuttavia, in modo molto universale sarà probabile che, dopo un vissuto annuale del genere, vorremmo tutti ricominciare da qualche parte, salvando con noi le uniche esperienze che ci hanno fatto star bene.

Ad ogni esordio, corrisponde un dubbio, una perplessità dell’ignoto verso il quale ci si va a scontrare. L’amico Lello, gli risponderà bene infatti: “Chi parte, sa da che cosa fugge ma non che cosa cerca” (frase peraltro di De Montaigne).

E noi, sapremmo ad ora che cosa cercare?

Immergendoci nelle trasognate musiche di Pino Daniele che accompagnano le sequenze di Troisi, la storia di Gaetano si fa paladina delle vicende che più ci appartengono, tipiche di una morale del prendere o lasciare ma anche quella del vivere intensamente. Il ricordo di un passato, per guardare alle successive azioni da compiere e capire bene cosa si desidera davvero. Il tutto, espresso con uno stile inconfondibile insito di espressività ed emotività. Trovare cosa si cerca non è cosa facile, ma eventi tragici e quelli più degni di una sana nostalgia, sono indispensabili come orientamento per i nostri obiettivi. La pellicola dunque, ci coinvolge nell’immedesimazione di una ricerca e di una realizzazione.

Dopo un trascorso difficile subito nell’ultimo anno, il pensiero accompagnato dalla voglia di partire, di cambiare, di esplorare aldilà del proprio confine, ci avrà nella maggior parte dei casi, accumunato tutti.

“Il comico dei sentimenti”, così come viene definito il prezioso Massimo, affronta la tematica del “viaggio”presentandola con note leggere ma determinate e determinanti, per uno sviluppo significativo del messaggio assoluto: vivere. Mai come adesso questo termine è stato protagonista dei nostri giorni. Ammettendo riservatamente che i mesi passati li sentiamo come rubati dalla vita stessa, dalla concatenazione degli eventi spiacevoli di cui essa si fa portatrice, la vitalità dell’uomo, consiste nell’accettare ciò che non è programmabile e riprogrammare ciò che è possibile. Il personaggio di Gaetano dunque, incarna gli istinti di chiunque voglia cambiare la propria abitudine alla ricerca di nuovi orizzonti che rendano possibile identificarsi in un ambiente ed, in un nuovo contesto, più adatto alle proprie aspettative.

L’idea del rinnovamento lega sé diversi concetti sia astratti che concreti e per quanto possa sembrare un argomento fin troppo ampio da trattare in poche sequenze o in poche battute, alla fine di esso, si giungerà comunque ad una precisa conclusione: quella dell’esperienza che ne viene fuori.

Troisi, ci mostra senza filtri una realtà plausibile, comune e frequente nella vita di tutti i giorni. Talmente probabile che giunge dritta verso le nostre coscienze e le accende di riflessioni. Gli spazi bianchi inserti nel film per lasciare lo spettatore il tempo di elaborare le proprie considerazioni, appaiono nella naturalità dello scandirsi del tempo in modo molto realistico ed effettivo. Senza accorgercene venivamo istintivamente travolti da immedesimazioni e allegorie individuali. È la formula di un buon film.

Assistendo a questa storia cinematografica, viene da pensare inoltre, come nella routine di tutti i giorni, spesso si rischia di dimenticare i bei avvenimenti capitati, oscurando così del tutto l’anno passato nella smaniosa attesa del successivo, forse come “recita” Gaetano, sarebbe meglio lasciar stare e viversi il tutto senza grandi previsioni.

Una rottura di queste convenzioni sociali, a cui siamo molto legati per cultura, si riscontra nella scena finale quando Marta, la compagna di Gaetano, interpretata dall’attrice Fiorenza Marchegiani, gli comunicherà di aspettare un bambino con il dubbio se sia suo ma con la certezza di volerlo crescere con lui. Ecco quindi che da questa scena si evince l’alta umanità manifestata dall’autore e interprete, dal personale significato che rappresenta per ognuno di noi.

Se ad ogni inizio segue una fine, ad ogni fine segue un inizio. Una catena infinita che permette a noi di avere smisurate possibilità di decidere l’andamento della giusta partenza e della giusta conclusione.

Ricominciamo da tre, è un inno alla nascita e al rinnovamento di ciascuno, partendo dalle cose più semplici.

Consigliandolo tra la lista dei nuovi propositi, la veduta di quest’opera per chi soprattutto, non l’avesse ancora fatto, aiuterà a chiarire le idee o quantomeno a trovare una complicità ed un riconoscimento con i personaggi del film.

In conclusione, se volessimo denominare questo 2021 con un appellativo auguratamente più fortunato del precedente (che ammettiamo esser stato insolitamente fin troppo duro), così come suggerirebbe il buon maestro e senza neanche troppi sforzi, sarebbe più opportuno chiamarlo, sentitamente: U-g-o.

Gaia Courrier

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