Le Interviste Mortificate #09 || Circo Paniko: il collettivo che porta arte e festa in città

Circo Paniko è molto più di quello che comunemente siamo portati ad immaginare quando pensiamo al circo. È un incontro di persone, di artisti, uniti dalla passione e dalla necessità di raccontare storie. È un mondo a parte, fatto di condivisione, festa e arte. Un luogo in cui avvengono incontri, sotto al tendone giallo e blu che vaga, dal 2009, per l’Italia e per l’Europa.

È un circo contemporaneo in grado di fondere tecnica e arte, dove la componente teatrale è molto presente, se non addirittura centrale.

Voi siete artisti e artiste che venite da mondi diversi e avete esperienze diverse. Quindi la prima cosa che mi viene da chiedervi è: come vi siete incontrati e com’è venuta l’idea di far nascere il Circo Paniko?

Il Circo Paniko è nato circa dodici anni fa, dall’incontro di una serie di artisti e amici che hanno fatto un viaggio, chiamato da Capitini a Ghandi, organizzato da un’associazione di Perugia, al quale aderirono vari artisti tra cui anche sette persone che poi fondarono il Circo Paniko. Quindi fu un viaggio che collegò virtualmente Perugia a Nuova Delhi; partirono con un pullman che poi si ruppe in Turchia e da lì continuarono con i propri mezzi, a piedi o con l’autostop fino all’India. Al ritorno da quell’esperienza i fondatori del circo presero una strada comune, cominciando a creare i primi “atti panici”, e pochi mesi dopo passò davanti a loro un tendone giallo e blu, di proprietà di Damien Combier, che è rimasto poi per un po’ di tempo al circo e  rimane ancora oggi uno dei nostri padri fondatori che ogni tanto viene a trovarci. Lui girava con questo tendone, la sua compagna, un bimbo e un pianoforte, ma lo voleva vendere perché diceva di aver finito le energie, e quindi lo comprammo noi. In realtà poi lui si fermò e fece parte del primo spettacolo del Circo Paniko, Punto di domanda, e da lì il circo non si è più fermato e sono ormai dodici anni che gira per tutta Italia e tutta Europa.

Siamo diventati fin da subito un collettivo; dopo i primi tre anni quasi tutti i fondatori hanno preso altre strade, anche se qualcuno ancora invece resiste. Per esempio in questo momento Marcello, uno dei fondatori, è il nostro logista, che si occupa di muovere il circo a livello burocratico e tecnico. Questa è una delle cose più belle di questo circo: non c’è un padrone, ci sono persone più o meno responsabili e ci sono ruoli più o meno importanti, ma è comunque una massa di gente, di artisti, di musicisti, di attori che vanno e vengono; insomma un collettivo aperto.

In tutto adesso contate più di venti artisti. Ognuno ha un ruolo specifico all’interno del collettivo o tutti si occupano di tutto?

Le persone che ruotano intorno al collettivo sono più di venti, quelle che poi portiamo in giro, sia per esigenze economiche e logistiche, sia per esigenze sceniche, sono ridotte. Non giriamo mai in più di dodici o tredici persone alla volta. Nei montaggi invernali invece riusciamo a riunire tutta la famiglia; nell’ultimo che abbiamo fatto, poco prima che iniziasse la pandemia, abbiamo montato ad Assemini in Sardegna, siamo stati lì circa due mesi ed eravamo trentacinque artisti e diciassette bambini.

Non abbiamo mai diviso in categorie il lavoro, anche se ci accorgiamo che è una cosa che ha sempre più bisogno di essere fatta. Negli ultimi anni si sono formati per esperienze, competenze e voglia di fare, dei diversi gruppi di lavoro: c’è chi segue più la burocrazia, chi più la parte tecnica, chi fa il meccanico o si occupa di scenografie. La maggior parte delle mansioni le svolgiamo tutti insieme, ma ci sono cose un po’ più specifiche e quindi abbiamo comunque dei tecnici delle luci e del suono, degli esperti che ci seguono sui bandi, un commercialista, un grafico, un ingegnere che collabora con noi in maniera continuativa. I ruoli si ritagliano un po’ per affinità anche, chi ha più desiderio di fare una cosa si propone, la impara e la fa. La presidenza dell’associazione invece ce la passiamo, ma comunque non esiste un capo a livello decisionale, tutte le decisioni sono condivise il più possibile. Proprio per questo siamo una macchina lentissima, perché cerchiamo di mettere d’accordo tutti; si va per maggioranza solo quando si ha bisogno di prendere decisioni veloci, ma per il resto cerchiamo di funzionare veramente in maniera orizzontale. Questa da una parte è una caratteristica che ci dà molta forza, ma dall’altra ce ne toglie perché ci rallenta rispetto a compagnie dove esiste una gerarchia.

 

E invece dal punto di vista artistico, essendo in tanti, cosa avviene durante la fase di creazione di uno spettacolo? Come mettete insieme le idee?

Ci sono tante modalità. Una di quelle principali del Circo Paniko è la necessità, nel senso che spesso si creano cabaret, spettacoli ad hoc a seconda di quelli che sono gli artisti che in quel momento sono disponibili a riempire di senso un montaggio che ci viene richiesto. Dall’altra parte invece c’è poi la modalità di creazione, dove si ha un’idea, si parte da quella, ci si mette qualche mese e si crea uno spettacolo. Le regie sono quasi sempre collettive, e dopo chiediamo magari aiuto ad occhi esterni, amici e registi. Diciamo però che anche nella fase creativa restiamo comunque abbastanza indipendenti.

Il vostro collettivo ha portato in giro spettacoli per tutta Italia ed Europa. Avete notato differenze nella risposta del pubblico in base al luogo in cui vi trovate? C’è una percezione diversa di quello che fate?

In realtà no. Ci sono ovviamente culture diverse, c’è magari chi guarda tutto lo spettacolo e applaude solo alla fine, però più o meno la reazione è comune. Portiamo una bella bomba, circo contemporaneo molto più incentrato su musica (che portiamo dal vivo) e teatro, piuttosto che sul lato circense e acrobatico. Ovviamente c’è anche quella parte, ci sono tecniche alte, ma sempre utilizzate al servizio dell’arte che vogliamo portare. E penso che sia proprio per questo che, alla fine, l’esplosione di colore arriva a tutti, indipendentemente dal luogo in cui ti trovi.

Ci è capitato di dover tradurre delle cose perché spesso abbiamo voglia di raccontare, di parlare di attualità, e quindi in luoghi dove l’italiano è veramente lontano, si cerca o il grammelot o di tradurre quelle parti che per noi sono davvero importanti.

Per venire a vedere i vostri spettacoli non c’è un biglietto con un costo fisso, ma la modalità è un po’ più come quella degli spettacoli portati in strada, “a cappello”. Come mai questa scelta?

È da anni che noi abbiamo eliminato il biglietto perché ci siamo accorti che era limitante: diventa una barriera insormontabile per alcuni e spesso fa in modo che vengano solo le persone che già sono abituate ad andare a teatro. Noi conosciamo la potenza di uno spettacolo fatto in strada, che raccoglie svariate tipologie di persone, perché chiunque passi di lì si ferma a curiosare. Noi vogliamo che il nostro teatro/circo sia molto più simile alla strada, e che quindi tutti possano entrare. Lo chiamiamo “ingresso libero consapevole”, perché solo una volta che hai visto lo spettacolo puoi essere consapevole del lavoro, prima è un po’ difficile. E poi in un mondo in cui tutto è già preconfezionato e i prezzi sono prestabiliti, è anche importante che la gente dia un valore a quello che vede e a quello che sente. Noi teniamo l’offerta libera non solo per lo spettacolo, ma anche per tutto ciò che c’è al di fuori per accogliere la gente; vendiamo magliette e dischi dei vari spettacoli e organizziamo di solito anche un piccolo bar, dove ogni cosa può essere presa lasciando un libero contributo. Anche questa è una cosa che ci piace molto, non facciamo il bar per guadagnare, ma perché le persone se dopo lo spettacolo si trovano un succo di frutta fresco si fermano più volentieri a fare un po’ di convivio, quindi proviamo ad accogliere tutti. Insomma, vogliamo cercare di rimanere il più popolari possibili.

Il vostro lavoro non si limita al creare e portare in scena uno spettacolo; ogni volta il tendone deve essere montato e smontato, e vi occupate personalmente anche di quella parte lì. Cosa si prova ogni volta a lasciare vuoto il luogo che il Circo Paniko ha riempito per giorni o settimane?

Il circo accoglie e in più viene accolto. Il tendone è come un fiore che si apre all’arrivo, e da lì si espande, anche nelle strade. Si formano degli scambi intensi con la popolazione, soprattutto se non siamo inseriti in festival ma ci troviamo in paesini piccoli, dove lo scambio diventa davvero molto umano. Solitamente noi rimaniamo nei luoghi per un paio di settimane, quindi si iniziano a conoscere una serie di realtà del luogo, per poi ripartire. Spesso ci piace lasciare anche un po’ di voglia, perché l’anno dopo tornerai e sai che ti accoglieranno con gioia. Quasi sempre quando ripartiamo da un posto, lasciamo le porte aperte per poter ritornare, e in dodici anni abbiamo fatto una bella mappa di incontri.

Senza contare che ne succedono di ogni tipo. Per esempio a Torino montammo in un quartiere popolare abbastanza difficile e al nostro arrivo tutti si sono mostrati un po’ intimoriti, le signore del palazzo si lamentavano perché avevano paura. Dopo due giorni quelle stesse signore le avevamo ogni sera sotto tenda a vedere gli spettacoli perché sapevano che erano gratis, meravigliate da cose che non avevano mai visto, e hanno iniziato proprio a coccolarci, a portarci cibo e farci favori di ogni tipo. Quando siamo partiti da lì, dopo due settimane, c’era tutto il quartiere in lacrime che ci salutava.

Spesso lo valorizzi un luogo, perché si monta magari in piazze, parcheggi e parchi anche secondari, e magicamente trasformi quel posto. A Sassari per esempio prima di montare abbiamo ripulito tutto il parcheggio che era pieno di siringhe, e la gente ha riconquistato quel luogo. Era un quartiere molto multietnico, c’era la comunità rom, la comunità pakistana, la comunità sudafricana e la Sassari bene, con la signora con i tacchi e la borsetta. Persone che in strada non avrebbero mai avuto un contatto. E invece al circo, con l’ingresso libero, vedi tutti seduti a fianco, tutti a ridere della stessa cosa e si creano così unioni di diversi mondi, che pensiamo sia la cosa più importante.

Avviene una trasformazione, sia in noi, sia nei luoghi e nelle persone che fanno i luoghi. Chiaro che quando parti lasci un vuoto; il circo, soprattutto se montato su terreno verde, quando se ne va lascia un cerchio bianco.

In questi giorni vi trovate al festival d’arte di strada di Merano, con il vostro spettacolo PANIKOMMEDIA. Ce lo volete raccontare un po’?

L’idea parte dal voler rappresentare il viaggio dantesco attraverso una discesa in un condominio, con un ascensore che scende e basta. Nell’idea iniziale c’era Virgilio, l’ascensorista con la sua divisa classica, che accompagnava il Sommo sempre più giù verso la fatidica riunione condominiale che si trovava al piano terra, dove Monica Rois rappresentava l’amministratore condominiale che personificava Satana. Ad ogni piano veniva rappresentato in modo comico e grottesco un vizio capitale, da un personaggio moderno e attuale.

Poi purtroppo abbiamo dovuto cambiare varie cose, perché l’artista che doveva interpretare Virgilio ha avuto un infortunio e quindi lo spettacolo è mutato e ha preso una piega molto più surrealista. Ad oggi è una buona accozzaglia sperimentale.

E finito questo festival invece? Avete progetti per il futuro?

Finito questo festival andiamo qui vicino, a Bressanone, per un altro festival più musicale. Siamo stati invitati da Hannes, un ragazzo che organizza molte cose tra il Sud Tirolo e l’Austria, sempre molto legate alla musica, e infatti lo abbiamo conosciuto andando a suonare con la nostra banda in un suo festival, e poi grazie a lui abbiamo montato il tendone anche in Austria, a Innsbruck. A Bressanone porteremo uno spettacolo che si chiama D’istanti, che è nato subito dopo la quarantena dell’anno scorso, ed è un po’ la rielaborazione del nostro stare chiusi.

Siamo contenti anche perché non ci sarà più il coprifuoco, quindi speriamo di poter fare qualche festa. Ci teniamo molto noi alle feste, perché lo spettacolo è la punta dove si incontrano le persone mostrando la nostra arte, mentre invece la festa è proprio il convivio massimo, dove finalmente ci si unisce tutti.

 

Irene Bechi

Articolo creato 8

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli correlati

Inizia a scrivere il termine ricerca qua sopra e premi invio per iniziare la ricerca. Premi ESC per annullare.

Torna in alto