Abbiamo davvero bisogno di un nuovo film di Spider-Man?
C’è qualcosa di paradossale nella storia cinematografica di Spider-Man: è uno dei personaggi più amati, riconoscibili e redditizi della cultura pop contemporanea, eppure proprio questa straordinaria popolarità rischia di diventare il suo problema più grande.
Da oltre vent’anni il pubblico torna periodicamente al cinema per vedere un nuovo Peter Parker. Cambiano gli attori, cambiano i registi, cambiano gli universi narrativi, cambiano perfino le regole del gioco. Ma il personaggio rimane. E oggi, mentre l’industria cinematografica continua a costruire nuovi capitoli attorno al Marvel Cinematic Universe e Sony Pictures continua a sviluppare il proprio universo legato ai personaggi Marvel, una domanda diventa sempre più difficile da evitare: abbiamo davvero bisogno di un altro film di Spider-Man?
La risposta più sincera è: sì, ma soltanto se esiste qualcosa di nuovo da raccontare.
Perché il problema non è Spider-Man. Il problema è la ripetizione.
Un personaggio che il cinema ha già raccontato moltissimo
Quando Spider-Man arrivò sul grande schermo nel 2002 con Spider-Man di Sam Raimi, il cinema dei supereroi era un territorio molto diverso da quello che conosciamo oggi.
Il film con Tobey Maguire rappresentò un momento decisivo. Dopo anni di progetti falliti, diritti cinematografici complicati e tentativi di portare l’Uomo Ragno sul grande schermo, Raimi riuscì a trasformare Peter Parker in un protagonista cinematografico completo: adolescente, innamorato, impacciato, tormentato dal senso di responsabilità e contemporaneamente capace di diventare un supereroe spettacolare.
Il successo fu enorme.
Due anni dopo arrivò Spider-Man 2, che ancora oggi viene considerato da molti uno dei migliori film dedicati a un supereroe. Nel 2007 Spider-Man 3 concluse quella prima trilogia, con risultati commerciali importanti ma anche con una ricezione critica molto più controversa.
Eppure Hollywood non aveva nessuna intenzione di lasciare il personaggio a riposo.
Nel 2012 arrivò The Amazing Spider-Man con Andrew Garfield. Nuovo Peter Parker, nuova Gwen Stacy, nuovo universo narrativo, nuovo tentativo di ricominciare.
Nel 2014 arrivò The Amazing Spider-Man 2.
Poi il personaggio cambiò nuovamente interprete e, soprattutto, universo.
Nel 2016 Tom Holland comparve come Spider-Man all’interno del Marvel Cinematic Universe in Captain America: Civil War. Nel 2017 arrivò Spider-Man: Homecoming. Nel 2019 Spider-Man: Far From Home. Nel 2021 Spider-Man: No Way Home.
E qui accadde qualcosa di particolarmente interessante.
Il film dimostrò che il pubblico non era necessariamente stanco di Spider-Man.
Era forse stanco di un singolo Spider-Man.
No Way Home
: quando la nostalgia diventa spettacolo
Spider-Man: No Way Home rappresentò una sorta di esperimento cinematografico.
Il film non si limitava a raccontare una nuova avventura di Peter Parker. Recuperava pezzi della storia cinematografica precedente del personaggio e trasformava la memoria dello spettatore in parte integrante dello spettacolo.
Tobey Maguire e Andrew Garfield tornarono nei rispettivi ruoli.
E il pubblico reagì con un entusiasmo straordinario.
Il successo del film dimostrò qualcosa di fondamentale: la nostalgia può essere un potentissimo motore cinematografico.
Ma dimostrò anche un’altra cosa, forse meno rassicurante.
Hollywood aveva scoperto di poter trasformare la storia stessa del cinema dei supereroi in una proprietà intellettuale.
Non serviva più soltanto creare nuovi personaggi.
Era possibile riprendere quelli vecchi, riunirli, citarli, ricontestualizzarli e trasformare vent’anni di memoria collettiva in un nuovo evento cinematografico.
È una formula potentissima.
Ma non può funzionare per sempre.
Il rischio è trasformare Spider-Man in un marchio anziché in un personaggio
Questa è forse la questione centrale.
Spider-Man è nato come personaggio perché possedeva un conflitto umano straordinariamente semplice e universale: Peter Parker è un ragazzo normale che riceve un potere straordinario e deve imparare che ogni potere comporta una responsabilità.
È una delle idee più efficaci della cultura popolare del Novecento.
Il personaggio funziona perché prima di essere Spider-Man è Peter.
Ha paura.
È innamorato.
Ha problemi economici.
Litiga con gli amici.
Perde persone care.
Fa errori.
Cerca di studiare.
Cerca di lavorare.
Cerca semplicemente di capire chi vuole diventare.
Il costume è la conseguenza, non il punto di partenza.
Ed è proprio questo che rende pericolosa una produzione cinematografica eccessivamente dipendente dall’universo condiviso.
Quando il personaggio diventa soprattutto un nodo all’interno di una gigantesca rete narrativa, il rischio è che Peter Parker smetta di essere il protagonista della propria storia.
Diventa Spider-Man.
E Spider-Man diventa un marchio.
Quanti Spider-Man possiamo ancora vedere?
La domanda è provocatoria, ma non è affatto assurda.
Abbiamo visto Tobey Maguire.
Abbiamo visto Andrew Garfield.
Abbiamo visto Tom Holland.
Abbiamo visto Spider-Man animati.
Abbiamo visto Spider-Man adolescenti, adulti, alternativi, provenienti da universi paralleli.
Abbiamo visto versioni femminili e varianti del personaggio.
Abbiamo visto Miles Morales diventare uno degli elementi più interessanti della moderna mitologia cinematografica dell’Uomo Ragno grazie alla saga animata di Spider-Man: Into the Spider-Verse.
Abbiamo visto Peter Parker combattere Goblin, Doctor Octopus, Venom, Electro, Lizard, Vulture, Mysterio e decine di altri avversari.
Abbiamo visto la morte di zio Ben.
Abbiamo visto la morte di Gwen Stacy.
Abbiamo visto Peter perdere persone amate.
Abbiamo visto Peter conquistare Mary Jane.
Abbiamo visto Peter separarsi da lei.
Abbiamo visto il suo primo costume.
Abbiamo visto il costume tecnologico.
Abbiamo visto il costume artigianale.
Abbiamo visto il multiverso.
Abbiamo visto praticamente tutto ciò che il personaggio poteva diventare.
E allora cosa resta?
La risposta potrebbe essere proprio questa: resta Peter Parker.
Il problema non è trovare un nuovo cattivo
Quando una saga cinematografica sembra aver esaurito le proprie possibilità, la soluzione più semplice è introdurre un nuovo villain.
Ma non è necessariamente la soluzione giusta.
Spider-Man possiede una delle gallerie di antagonisti più ricche della storia dei fumetti. Tuttavia il semplice fatto che esista un personaggio ancora non utilizzato non significa che serva un nuovo film.
Un nuovo Goblin non risolverebbe il problema.
Un nuovo Venom non lo risolverebbe.
Un nuovo Doctor Octopus nemmeno.
Il pubblico non ha bisogno di vedere Spider-Man combattere qualcuno.
Ha bisogno di avere un motivo per interessarsi nuovamente a Peter Parker.
È una differenza fondamentale.
E se il vero problema fosse l’età?
Tom Holland ha contribuito a rendere interessante una versione particolarmente giovane di Peter Parker.
La sua trilogia ha seguito un percorso di crescita.
All’inizio Peter è ancora un ragazzo che cerca di capire cosa significhi essere un supereroe. Successivamente deve affrontare responsabilità sempre più grandi, fino alla trasformazione radicale determinata dagli eventi di No Way Home.
Alla fine di quel percorso, Peter si trova praticamente solo.
Ed è proprio qui che potrebbe esserci la possibilità di una nuova fase.
Non necessariamente un’altra storia sulle origini.
Non un’altra ripetizione del liceo.
Non un altro Peter che scopre per la prima volta di avere poteri.
Ma un Peter Parker adulto.
Un Peter che deve affrontare la vita.
Il lavoro.
L’affitto.
Le relazioni.
La solitudine.
Il lutto.
La responsabilità.
La scelta tra una vita normale e una vita dedicata agli altri.
In altre parole: un film di Spider-Man che abbia il coraggio di parlare dell’età adulta.
Spider-Man potrebbe diventare nuovamente sorprendente proprio tornando piccolo
Sembra un controsenso, ma forse la soluzione è ridurre le dimensioni della storia.
Dopo anni di multiversi, invasioni cosmiche, Avengers, portali dimensionali e minacce planetarie, sarebbe quasi rivoluzionario vedere Peter Parker affrontare qualcosa di molto più semplice.
Un appartamento che non riesce a pagare.
Un lavoro che rischia di perdere.
Una relazione sentimentale complicata.
Un criminale che controlla una parte del quartiere.
Una persona che Spider-Man non riesce a salvare.
Una scelta morale impossibile.
Non sarebbe necessario distruggere New York.
Non sarebbe necessario distruggere il multiverso.
Non sarebbe necessario introdurre dieci supereroi.
Potrebbe bastare una storia.
Ed è precisamente ciò che i grandi film di supereroi hanno spesso dimenticato: il pubblico non ha bisogno di un universo per affezionarsi a un personaggio. Ha bisogno di una buona storia.
Il paradosso Marvel
Qui arriviamo al cuore della questione.
Il Marvel Cinematic Universe ha cambiato per sempre il modo di concepire il cinema commerciale.
Prima dell’MCU, un film poteva essere un film.
Dopo l’MCU, un film può diventare un episodio.
Un capitolo.
Un ponte verso un’altra storia.
Un’introduzione a un personaggio.
Un pezzo di un puzzle.
Questa struttura ha prodotto risultati straordinari, ma ha anche modificato le aspettative del pubblico.
Oggi molti spettatori non si chiedono soltanto: “Il film è bello?”
Si chiedono:
“Che cosa significa per il prossimo film?”
“Chi tornerà?”
“Quale cameo ci sarà?”
“Quale personaggio comparirà dopo i titoli di coda?”
“È collegato agli Avengers?”
“È canonico?”
“Fa parte del multiverso?”
E così la storia rischia di diventare secondaria rispetto alla franchise.
Spider-Man, paradossalmente, potrebbe essere uno dei personaggi più adatti a liberarsi da questa logica.
Perché non ha bisogno di essere spiegato.
Lo conoscono tutti.
Spider-Man non ha bisogno di essere reinventato. Ha bisogno di essere raccontato bene.
È questa, probabilmente, la conclusione più interessante.
Non abbiamo bisogno di un nuovo Spider-Man soltanto perché esiste una nuova tecnologia, un nuovo universo narrativo o un nuovo spazio nel calendario cinematografico.
Abbiamo bisogno di un nuovo Spider-Man se un autore ha una storia che merita di essere raccontata.
La differenza è enorme.
Christopher Nolan non aveva bisogno di fare un altro Batman. Ha fatto The Dark Knight perché aveva una visione precisa del personaggio e del mondo che voleva costruire.
Matt Reeves non ha realizzato The Batman semplicemente per ricominciare Batman da capo. Ha cercato una prospettiva diversa: il detective, la corruzione, la città, il trauma.
Sam Raimi aveva una propria idea di Spider-Man.
Jon Watts ha costruito un’altra versione.
Phil Lord e Christopher Miller hanno dimostrato che perfino l’animazione poteva trasformare completamente la percezione del personaggio.
Questo dovrebbe essere il criterio.
Non: “Possiamo fare un altro Spider-Man?”
Ma: “Abbiamo qualcosa da dire con Spider-Man?”
La vera paura non è la saturazione. È l’indifferenza.
Il pubblico può sopportare moltissimi film dello stesso personaggio se ogni film trova una ragione per esistere.
James Bond è apparso sul grande schermo per decenni.
Batman è stato interpretato da numerosi attori.
Sherlock Holmes continua a essere reinventato.
Dracula non smette di tornare.
Il problema, quindi, non è la quantità.
È la necessità artistica.
Un personaggio può sopravvivere a infinite incarnazioni se ogni generazione riesce a trovare qualcosa di contemporaneo dentro di lui.
Spider-Man è nato negli anni Sessanta come fantasia adolescenziale.
Nel cinema del XXI secolo è diventato anche una metafora della crescita, dell’identità, della perdita, della responsabilità e della solitudine.
La domanda interessante è allora: che cosa rappresenta Spider-Man per un ragazzo o una ragazza del 2026?
Questa è la domanda che un nuovo film dovrebbe porsi.
Abbiamo bisogno di un nuovo Spider-Man?
Forse sì.
Ma non abbiamo bisogno di un altro Spider-Man.
Abbiamo bisogno di una nuova storia di Spider-Man.
Sono due cose molto diverse.
Se il prossimo film sarà soltanto un altro capitolo obbligatorio di una macchina industriale che deve continuare a produrre contenuti, allora la risposta è probabilmente no.
Se invece qualcuno riuscirà a prendere Peter Parker e raccontare qualcosa che non abbiamo ancora visto, allora il cinema sarà pronto ad accoglierlo ancora una volta.
Perché dopo più di sessant’anni dalla sua nascita, il vero superpotere di Spider-Man non è la capacità di arrampicarsi sui muri.
È la sua capacità di continuare a rappresentare qualcosa di umano.
E forse è proprio questo il motivo per cui, nonostante tutto, continuiamo ad avere voglia di vederlo.
Non perché abbiamo bisogno di un altro film di Spider-Man.
Ma perché, ogni tanto, abbiamo bisogno di ricordarci perché Spider-Man ci piace così tanto.




