L’Argante 266:  In morte di F. G.

 

Non si lavora Agosto, nelle stanche tue lunghe oziose ore. Mai come adesso è bello inebriarsi di vino e di calore, di vino e di calore” (La canzone dei dodici mesi, 1972)

 

E tu te ne sei andato proprio in un caldo giorno di agosto. Ieri per la precisione, il 6 agosto 2026. La notizia mi ha toccata come se si trattasse della morte di una persona vicina, una presenza importante della mia vita. È da quando ho appreso la notizia che ci penso e ho capito che è stato proprio così. Hai rappresentato un pezzo importante della mia storia. Sono cresciuta respirando le tue canzoni, nutrendomi delle tue parole. Ah, quanto ho amato il modo in cui usavi le parole, scelte a modo, precise per quello che dovevano comunicare. Nessun ermetismo nei tuoi versi, perché di poesia stiamo parlando. Tutto lì, espressioni semplici e colte allo stesso tempo che non davano spazio a fraintendimenti. Come descrivevi bene stati d’animo, pensieri, condizioni esistenziali nelle quali mi sono riconosciuta. E quanta profondità e respiro acquistavano le cose anche quotidiane di cui raccontavi. Ho amato tutte le tue canzoni fino agli anni ottanta all’incirca. 

A dire il vero, era da un bel po’ che non ti seguivo. Ultimamente non mi erano piaciute delle tue posizioni, a mio sentire troppo allineate. È bastato però l’annuncio alla radio che dentro di me si sono risvegliate vive e vibranti memorie. È stato come se si fossero aperti, tutti insieme, i cassetti della memoria e mi sono sentita pervasa da tante e intense emozioni, insieme ai ricordi. Tanti. Ti ho incontrato, attraverso le tue canzoni intendo, in un periodo molto complicato e delicato, come per tutti gli adolescenti immagino. Sei stato spesso il mio compagno in lunghi pomeriggi di solitudine. Avevo una quindicina di anni ed ero persa in un clima interiore denso di sfiducia nei miei stessi confronti e nei confronti degli altri, senza punti di riferimento. Mi sentivo fuori luogo, insignificante, poco intelligente, incapace persino di pensare.

Poi sei arrivato tu, con le tue canzoni. Mi si è aperto un mondo. Mi hai riempito di suggestioni, stimoli, contenuti e spunti di riflessione. Hai fatto di più in realtà. Mi hai dato gli strumenti per comprendermi, conoscermi, e scoprire quel profondo senso di appartenenza che ho condiviso con gli amici di una vita, risalenti a quel periodo e con cui ho condiviso la passione per le tue canzoni. Inutile dire che riempivamo il tempo insieme con la chitarra, cantando le tue canzoni. Le più gettonate: Incontro, Canzone quasi d’amore, La primavera di Praga, L’albero ed io, Il vecchio e il bambino, La locomotiva ovviamente, e tante altre ancora. Ho ammirato la tua genialità, intelligenza, cultura. Il coraggio di non rincorrere mai la popolarità. La tua libertà. Sempre. Svincolato dalla fiera delle vanità che il mondo musicale comporta. Il rimanere semplice, schivo, mai arrogante. Neanche quando hai adoperato invettiva e indignazione come ne L’avvelenata o in Cirano sei risultato supponente o volgare.

Sappi che conoscevo a memoria i testi di quasi tutte le canzoni perché li trascrivevo diligentemente a mano. Come si fa a non ricordare La canzone delle osterie di fuori porta, Vedi cara, Farewell, Autogrill, Il pensionato, Il frate, Canzone per Piero, Canzone della triste rinuncia? E Piccola storia ignobile? e Venezia? Hai dato vita a brevi racconti pieni di umanità, sensibilità, pur toccando temi sociali importanti, supportando con la tua cultura e i tuoi studi l’apparente semplicità dei tuoi versi, senza appesantirli. Sempre impegnato, dalla parte dei deboli; apertamente critico e ironico nei confronti del mondo piccolo borghese, come ad esempio ne Il sociale e ne L’antisociale. Lirico, sensibile, profondo, empatico in tante bellissime canzoni, alcune già citate. In tante canzoni hai parlato del tempo, due per tutte: “E un altro giorno è andato, la sua musica ha finito, quanto tempo è ormai passato e passerà”

“O giorni o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è questa vita mia. Diverso tutti gli anni e tutti gli anni uguale”…  

Vi si avverte l’ansia di riempire di senso ogni momento della tua vita: “Non starò più a cercare parole che non trovo, per dirti cose vecchie con il vestito nuovo, per raccontarti il vuoto che di solito ho di dentro”… Ma sai, Francesco? Quello che tu chiami vuoto io lo percepivo come desiderio di vita, ricerca di amore cioè assenza di morte. Così i toni nostalgici che hanno fatto da sottofondo alle tue canzoni li percepisco tuttora come una dolcezza pervasiva che accarezza emozionando. 

In qualche recente intervista mi è sembrato di cogliere del disagio relativamente all’idea della morte, non so se ho colto nel segno. Tu stesso hai affermato:

dev’esserci, lo sento, in terra e in cielo un posto dove non soffriremo e tutto sarà più giusto” (Cirano, 1996).

 

Di sicuro l’hai trovato.

Io, cercando di saldare il debito di gratitudine per il tuo prezioso lascito culturale,

Voglio però ricordarti com’eri, pensare che ancora vivi” e continui a cantare, ad aprire spazi interiori, a portare luce e a educare, ancora oggi, a sensibilità profonde e a valori civili e umani. 

Farewell, mio vecchio amico di giorni e pensieri. 

Anna Todisco   

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