L’Argante #74 II L’Arte di insegnare a non volare.

Di recente mi sono imbattuta nel lemma Tarpare, nello specifico, nell’espressione colloquiale conosciuta come “Tarpare le ali”. Treccani lo indica:

  v. tr. [forse lat. exstirpare (v. estirpare)]. – Tagliare la punta delle remiganti a un uccello, perché non possa volare. È usato soprattutto nell’espressione t. le ali, frequente anche in senso fig., impedire a qualcuno di manifestare o di sviluppare le proprie capacità: era un giovane di eccezionale ingegno, ma ha dovuto mettersi a lavorare e questo gli ha tarpato le alitremo e bramo, E son tarpati i vanni al mio disio. (Poliziano)

Dal film 8 1/2 – Federico Fellini.

Contestualizzando questo detto nella nostra rivista, ho notato come non sia affatto scontato che un percorso artistico, culturale, espressivo, non presenzi dell’azione prima citata per conto di chi ne dovrebbe garantire il lancio a colui che si forma.

Cambio subito registro espressivo, proponendone uno più formale in modo che sia più semplice comprendere il concetto che, senza grandi occultamenti, contiene una larga linea di amarezza e dissapore.

Del resto, la comunicazione più efficace è quella più diretta, sia nello scritto che nel parlato.

Nel nostro bel paese, son presenti innumerevoli scuole di alta formazione per artisti nel settore dello spettacolo come regia, sceneggiatura, recitazione, musica, danza, fotografia, pittura… ebbene, malgrado il termine “alta” preceda la parola “formazione”, questo sembra non sottintendere un’ambizione del fare, del raggiungere bensì a volte, in alcuni casi, delimita un punto di arrivo.

Vi starete chiedendo se questo è l’ennesimo articolo polemico di chi deve trovare delle imperfezioni all’interno di un sistema, che noia!

La risposta è: Si. Lo è. Oltremodo sono consapevole di risultare conformista in questa missione, che come canterebbe Gaber : Il conformista, è uno che di solito sta sempre dalla parte giusta, ha tutte le risposte belle chiare dentro la sua testa. È un concentrato di opinioni, che tiene sotto il braccio due o tre quotidiani…  (Rispondo touché anticipatamente).

Giorgio Gaber.

Continuando, in un breve ma chiarificativo sondaggio che ho condotto personalmente, ho notato come diverse scuole private guidate da insegnanti che si dichiarano “operanti del settore”, siano in realtà una gabbia di autoreferenzialità e garanzia di entrate economiche stabili e fisse per loro stessi. Ovvero, offrono si un servizio di alta formazione, ma limitatamente ad un certo livello professionale. Non spingono al progresso formativo degli allievi che raggiungono un buon risultato per paura che questi, come dire, lascino il nido. Ma un vero insegnante, non è colui che non teme il sorpasso ma gode anzi nel vedere l’allievo che supera il maestro? Non tutti. Non i veri insegnanti perlomeno. Il concetto di educazione in Italia è già abbastanza vociferato e messo in dubbio se applicato alla dimensione scolastica/statale. Ma in ambienti privati, ancor più nei settori artistici ci si aspetterebbe un’attenzione adeguata alle aspettative degli iscritti. Aspettative deluse quando a capo di queste imprese ci sono personalità fragili che temono confronti o non vogliono ammettere a se stessi di non esser riusciti ad arrivare dove volevano. Penso quindi ai tanti talenti che spesso vengono soffocati da incontri sbagliati o limitanti non permettendo loro di sbocciare nelle loro carriere. Sembra quasi raro trovare una guida, un maestro, che ti suggerisca piuttosto che imporre, la strada giusta da percorrere con le proprie gambe. Questo sottile meccanismo, si lega ad uno assai più grande dove diventa quasi impossibile fidarsi dei consigli giusti. Sembra quasi un sogno potersi affidare a qualcuno che scopra delle capacità e le indirizzi verso nuovi orizzonti. Tanto che oggi quando questo accade si parla subito di: Colpo di fortuna. Molto spesso si sente dire in giro di quell’attore che ha avuto la fortuna di trovarsi al posto giusto al momento giusto e da lì ha fatto carriera”… ma è normale aspettare questa combinazione per tutta una vita?

Dal film Harry a Pezzy – Woody Allen.

Ok, è chiaro che viviamo l’era del fai da te, ovvero del farcela per conto proprio (non vale per tutti), ma è anche vero che è sempre più difficile trovarsi in quella prassi genuina che da un percorso di formazione ti porta alla messa in pratica di questo. E quasi mai, tra i principi da trasmettere, spiccano virtù collaborative, di squadra e complicità all’interno della scuola. È come se in questi ambienti poco sani ci sia un’inclinazione verso la possessività e la gelosia. Come se esistesse un regolamento accademico che dichiara di non lasciar liberi i talenti nel proseguire oltre le loro attitudini. L’impasse sta a valle. È culturale. È di matrice egoistica e ancora una volta osservante al profitto. Tutte connotazioni che non dovrebbero stare all’interno di un mondo che si fa promotore di una condivisione artistica dove l’espressione del bello, del puro sia in cima al significato del perché si fa.

Lee Strasberg.

Scorre il tempo e mentre crescono gli investimenti sbagliati di chi si affida a queste scuole senza prevedere che non ne uscirà facilmente, cresce al contempo la storia di queste, che si guadagnano una durata della loro attività che agli occhi dei nuovi arrivati dona una qualche credibilità. Scoraggia pensare che tutto ciò non è facilmente riconoscibile fin quando non si è dentro. Queste scuole si mimetizzano molto bene con quelle più opportune. E nel mare di queste inattendibilità, come sempre, chi ambisce ad entrare nel mondo dello spettacolo con una formazione alle spalle, non fa altro che aspettare il suo colpo di fortuna…

Felix qui potuit rerum cognoscere causas. (Virgilio)
Beato chi poté conoscere la causa delle cose.

Ma questo a noi, non è dato saperlo.

 

Gaia Courrier.

 

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