L’Argante #70 || Napoli tra finzione e realtà

Scorcio del golfo dalla veduta di San Martino

Napoli è sempre stata uno dei palcoscenici più amati dai registi. Negli ultimi anni però il capoluogo campano ha visto incrementare notevolmente le produzioni cinematografiche e non solo. Ozpetek Napoli velata-, Paolo Sorrentino  È stata la mano di Dio, Netflix 2021-, Alessandro Gassmann -Il silenzio grande tratto da una commedia di Maurizio de Giovanni-, Michele Placido L’Ombra di Caravaggio con Riccardo Scamarcio– , Mario Martone Qui rido io ispirato al  commediografo Eduardo Scarpetta-, Sergio Rubini I fratelli De Filippo-, insieme con serie tv, programmi tv, numerosi documentari e pubblicità di ogni prodotto commerciabile hanno scelto Napoli come location del cuore. Alcuni registi sono napoletani e il ritorno alle radici e ai posti della propria infanzia è sempre terapeutico, si sa, ma altri con Napoli hanno poco da spartire, apparentemente… dunque perché Napoli viene scelta così spesso?

Perché proprio Napoli?

ingresso di Forcella, quartiere reso noto sopratutto per la serie di Gomorra

Sarà per il suo fascino caotico, mistico e al contempo selvaggio, sarà perché negli ultimi anni dall’amministrazione  De Magistris in poi si è puntato sopratutto sui Grandi Eventi –per ridare dignità ad una città come nessuna, distogliendo gli occhi del mondo dalla “munnezz'” e dalla Camorra-,  fatto sta che dal 2015 (secondo le stime dell’ufficio Cinema del Comune di Napoli) sarebbero oltre 900 le produzioni nazionali e internazionali che hanno scelto la città Partenopea come scenografia. Vero è che la giunta De Magistris, come forma di incentivo, ha abolito la tassazione sulle autorizzazioni alle riprese. A confronto Roma e Milano hanno un tariffario ben più salato: un ciak a piazza di Spagna può costare fino a 2.500 euro e si paga in aggiunta anche l’occupazione di suolo pubblico, che a Napoli è gratis. Girare a Napoli insomma conviene, ma garantisce altresì una location dove puoi trovare tutto, dal lusso di Posillipo alla miseria di Montecalvario, dai colori sgargianti dei palazzi che si espongono sul golfo, al buio dei vicoli che fagocitano se stessi tra panni stesi e fatiscenze varie. Tutti la vogliono vedere sugli schermi grandi e piccoli: i napoletani fuori sede per sentirsi a casa, chi non c’è mai stato per assaporarne -da lontano che è anche più sicuro- il fascino immortale. Non a caso la puntata di Alberto Angela “Stanotte a Napoli” ha fatto un boom di ascolti arrivando al 22,7 di share con 4 milioni 154mila spettatori. Quale altra città avrebbe fatto lo stesso?

Fictions

Interno del Palazzo dello Spagnolo, scenografia di numerose fictions

Se ci concentriamo solo sulle fictions tralasciando i vari film che sono stati ambientati a Napoli troviamo le sceneggiature più disparate.

Partiamo da Un posto al sole che procede senza rivali dal 1996. La fiction più longeva in assoluto andata in onda su Rai3 per 26 anni no stop. La storia racconta la vita degli abitanti di un condominio, Palazzo Palladini, situato sulla collina partenopea di Posillipo (sono andati sul sicuro insomma… Napoli si, ma come scorcio dalla terrazza della villa).

Sempre su Rai3 abbiamo dal 2000 al 2007  La squadra: la serie è stata ambientata nell’immaginario “commissariato Sant’Andrea” del quartiere Piscinola di Napoli. Nonostante la recitazione da tipica fiction Rai la serie sembrerebbe comunque ben riuscita perché restituisce con verosimiglianza le criticità anche sociali di Napoli. Non a caso è andata avanti 8 stagioni e ha avuto anche uno spin-off di 2 stagioni e mezzo (la terza incompiuta) spingendosi coraggiosamente da Piscinola a Spaccanapoli, cuore pulsante (ben più pericoloso) della città.

Nel 2004 è andata invece in onda il dramma storico ispirato al romanzo di Alexandre Dumas La Sanfelice. La miniserie, diretta dai fratelli Taviani, ricostruisce la nascita della Repubblica Partenopea. Il cast è internazionale e non (la protagonista è Letitia Casta ma lavora al fianco di attori super napoletani come Lello Arena). La serie non è male, se non fosse per la stonatura data dal labiale inglese, o francese, degli attori, doppiati poi successivamente in napoletano.

Dal 2014 arriva su Sky la notissima serie Gomorra-la serie liberamente ispirata all’omonimo best seller di Roberto Saviano. Ambientata inizialmente nelle malfamate zone est della periferia di Napoli per finire a Forcella nel centro storico, Gomorra racconta gli intrighi e le vite senza morale delle famiglie affiliate ai vari clan camorristi. Nata come serie di denuncia ha superato se stessa, ahimé, nel rendere i protagonisti modello di ispirazione per molti giovani napoletani. Il limite della serie, infatti, sta , a mio avviso, nel fatto che non esistono buoni e cattivi universalmente riconosciuti e riconoscibili. Tutto ruota dentro il ventre scomodo della Napoli della malavita dove non esistono forze di polizia e dove lo Stato non osa nemmeno entrare; i buoni sono quelli con cui empatizzi e che impari ad amare, nonostante abbiano ucciso brutalmente a mani nude mogli, fratelli e figli.

Nel 2017 escono due serie diametralmente opposte:

La prima è I bastardi di Pizzofalcone, (tratta su una serie di romanzi di Maurizio De Giovanni) andata in onda per 3 stagioni (in attesa della quarta). Un’altra serie dentro un commissariato di Polizia ma questa volta nel quartiere di Pizzofalcone, parte del cuore storico di Napoli. Al fianco di una location mozzafiato abbiamo un cast di tutto rispetto: Alessando Gassman, Gianfelice Imparato, Massimiliano Gallo, Antonio Folletto, Carolina Crescentini. Benché la trama di alcune puntate sia al limite del banale si apprezzano quantomeno le doti attoriali dei protagonisti che rendono la serie davvero godibile.

La seconda è Sirene. Si lo so, nessuno la conosce… e vi svelerò il perché: una trama a dir poco agghiacciante: Yara è una giovane sirena che ha abbandonato il mare e, conquistate un paio di gambe su cui camminare, cerca disperatamente Ares, il tritone di cui è innamorata, che è scappato e si nasconde a Napoli, la città delle sirene per antonomasia (per chi non lo sapesse le città delle sirene sono solo 2 al mondo: Napoli e Miami –almeno secondo la fiction). Tra gli uomini che la abitano, incontra Salvatore, ragazzo gentile e affascinante, in cerca del vero amore (di cui ovviamente si innamora). I dettagli sulla vita delle sirene stesse sono davvero imbarazzanti per una serie andata in onda sulla Rai -l’unico scopo delle donne è la procreazione, hanno poteri magici che si esauriscono e ricaricano con la luna piena, possono vivere fuori dall’acqua ma devono fare frequenti bagni in acqua salata-. Mentre alcuni personaggi del cast sono napoletani (e anche di spessore come Massimiliano Gallo o Maria Pia Calzone –ci si domanda perché abbiano scelto di farsi scritturare per un prodotto simile-), le sirenette hanno accenti nordici… Il protagonista Luca Argentero se la cava con un dialetto non suo ma non basta di certo per una serie che fa “acqua da tutte le parti”. 

Dal 2018 va poi in onda L’amica Geniale, tratto dai romanzi di Elena Ferrante. Una trama che tiene in pugno lo spettatore per la grande umanità dei suoi personaggi aiuta la serie che viene però sostenuta altresì da attori di grandissimo livello come tutti i comprimari a partire dalla madre di Elena Anna Rita Vitolo. Una svolta che ha reso il prodotto ancor più di qualità è stata la regia quasi visionaria di Lucchetti che ha allontanato la serie da un naturalismo che quasi la schiacciava. Unica pecca, a mio avviso, la presenza della compagna del primo regista Saverio Costanzo Alba Rohrwacher come voce narrante e (inevitabilemente) come protagonista della 4 stagione -in via di produzione-. Una voce fuori dal coro sia per la sua dizione pulitamente toscana (niente di più lontano dal verace e carnale napoletano), sia per la sua recitazione quasi anaffettiva (mi perdoneranno i suoi fans).  

Degne di nota sono le ultime due produzioni tratte dai romanzi di Maurizio De Giovanni andate in onda nel 2021: Il commissario Ricciardi e Mina Settembre. La prima è ambientata nella Napoli degli anni trenta in pieno regime fascista. Sebbene non arrivi alla poesia dei romanzi, la serie si difende bene grazie anche ad una Napoli schietta ma lontana nel tempo e ad un cast straordinario (Lino Guanciale -calato perfettamente nel ruolo sebbene non napoletano-, Antonio Milo, Nunzia Schiano). La seconda parla di una assistente sociale che cerca di svolgere il suo lavoro nel quartiere della Sanità tra casi disperati e vita privata. Non all’altezza di Ricciardi ma comunque una serie ben fatta che fa intravedere una Napoli bisognosa di dare e di ricevere. 

 

Cosa ci rimane di Napoli

 

In ogni serie sopracitata Napoli indubbiamente c’è, ma nessuna ne restituisce la verità dei vicoli, dei bassi, delle voci delle donne che come un canto a canone dialogano ad alta voce, dei cestini mandati dal giù dal balcone con la corda per la posta o per la spesa. E così anche nei film qui ambientati. Napoli la vediamo negli stacchi in esterno come immobili cartoline; talvolta è solo citata nel titolo o intravista da una piazza del Gesù attraversata da ogni lato -ogni allusione al lavoro di Ferzan Ozpetek non è puramente casuale-. Oppure ci appare una Napoli immobile, opulenta e narcisista (nel migliore dei casi) laddove si spiano le vite solo di persone benestanti dai bellissimi appartamenti sulle colline che danno sul mare. La povertà e la miseria sono sfiorate da lontano, contestualizzate comunque in un tempo che fu o al massimo delimitate nello spazio di un paio di inquadrature, sempre dalla stessa angolazione. Oppure, all’estremo opposto, ci viene descritta una Napoli sempre più al buio, nera cupa, una nuova Gotham City, una città da temere in cui regna il caos a suon di sparatorie. Una Napoli fasulla in ogni caso; quella vera rimane in disparte a guardare come si muovono goffamente queste grandi produzioni sul suo territorio. Ma nessuno è più in grado di celebrarla come riuscirono a fare Eduardo o Troisi. Attraverso la loro penna e sopratutto le loro interpretazioni, Napoli usciva come esattamente è: passionale, comica, crudele, materna, e veniva cantata attraverso un linguaggio sgarrupato ma mai volgare o sguaiato; I loro protagonisti erano (o per fortuna sono e sempre saranno) persone umili, humus della terra in cui sono nati, atti a raccontare una semplicità che schiaccia e un’ ironia che salva. Chissà se mai spunterà un nuovo drammaturgo, attore, regista, che sarà in grado di dipingere questa immortale città senza vergogna, senza orpelli, per come è: bella e spietata, placida e voluttuosa. Se lo meriterebbe… d’altra parte di città come lei ce n’è una sola, patrimonio e culla di un’umanità unica, nel bene e nel male, in via di estinzione. 

 

Serena Politi

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