Le Interviste Mortificate #13 II Filippo Catelani.

Inauguriamo il ritorno della nostra rubrica di interviste con un ospite speciale: Filippo Catelani. Attore e direttore del vitale teatro di Ponte a Ema, Bagno A Ripoli (Fi), ci racconta un po’ il dietro le quinte del suo lavoro.

Per il direttore di un “piccolo” teatro ma grande per la comunità, quali sono le problematiche, le soddisfazioni ma soprattutto dove si trova la spinta e la voglia di andare avanti?

Personalmente nasco come attore e la mia vocazione sarebbe questa. Poi, per una serie di vicissitudini mi sono ritrovato a gestire un piccolo teatro di periferia con i suoi pro e i suoi contro. Tra i pro c’è sicuramente il fatto che essendo un teatro di periferia ci sono delle dinamiche legate al territorio e quindi al paese con un’affluenza di pubblico abbastanza buona quando si fanno degli spettacoli con attori locali. Il contro è invece quando si pensa di portare qualche spettacolo con una qualità anche maggiore e con spunti magari diversi dalla realtà paesana. Lì si pone molta fatica perché si soffre un po’ della mancanza di abitudini rispetto ad un teatro di qualità. Con questo non voglio fare un assunto tra teatro di qualità con teatro diciamo “d’élite, con il termine qualità intendo capace di esprimere tutte le emozioni del teatro quindi sia la comicità ma anche la drammaticità, la riflessione, a tutto tondo. Quando si inizia ad alzare un po’ il tiro, la gestione di un teatro di periferia è un pochino più difficile e ci sono ben altri palcoscenici più centrali a Firenze dove si vive un’altra abitudine alla frequentazione di questo tipo di teatri. Però, andiamo avanti poiché c’è ancora la necessità di ascoltare storie, di partecipare con questi mezzi teatrali perché il racconto che si esprime dal vivo  ha ancora un grande fascino per molti. Quando poi terminano gli spettacoli e vedi le persone soddisfatte questo ti dà una spinta per andare avanti. In particolar modo nel nostro teatro dove ci sono molti ragazzi che frequentano i corsi, vedi una grande partecipazione anche dei genitori, alle serate finali, ai saggi… e lì capisci che c’è un bisogno reciproco sia degli attori che del pubblico di stare in questi racconti e realtà fatte in carne ed ossa.

Riguardo al suo ultimo spettacolo “Quello che non vi ho detto”, come l’ha vissuto da attore e cosa ha significato tornare in scena e rivedere le persone, riempire nuovamente la sala?…

In questo caso, son tonato in scena dopo il lookdown e ora anche con una commedia corale. Personalmente mi ero dedicato a commedie a due o a tre e quindi il rapporto con gli altri attori è stato un po’ una riscoperta nella commedia di gruppo. Questa è una commedia di gruppo molto interessante perché non c’è un protagonista. Quindi tutti eravamo essenziali allo svolgimento dello spettacolo. Ritornare in scena dopo tanti mesi con qualcosa di collettivo è stato bello perché non ti senti la responsabilità totale di quello che avviene ma ne senti la responsabilità d’insieme. Ciò fa sì che si creino dei rapporti veri tra gli attori, tra persone che poi si ritrovano nello spettacolo, nei personaggi e nello sviluppo della storia. È stata una bella esperienza. Lo spettacolo poi, era molto divertente ma anche con grossi sfondi drammatici quindi il pubblico ha risposto molto molto bene, era entusiasta e tra l’altro fa sì che a maggio torna una replica in altre due serate perché son mancate un po’ di persone, per diversi motivi legati anche alla pandemia… però è stato un ritorno sul palco perfetto ecco.

Riguardo al rapporto interpersonale, vede il pubblico cambiato adesso? È meglio far finta che niente sia successo e ricominciare da dove si era interrotto o invece si sente l’esigenza anche attraverso le idee per spettacoli nuovi di “dialogare” con il pubblico, di “parlarne” in qualche modo?

Guardando i volti del pubblico si percepisce la voglia di ritornare a vedere spettacoli dal vivo e frequentare gli spazi pubblici come il teatro. D’altro canto si percepisce però ancora un po’ di timore nel farlo a pieno. Chi ha il coraggio di tornare in sala, stimola ancora di più questa voglia di partecipare però. Anche gli applausi, le lunghe risate, la grande attenzione che si percepiva in sala già dalle prime serate… sarà che forse noi da attori non si viveva questo da un lungo periodo di fermo ma mi sembrava una partecipazione ancora più piena da parte di chi ha voglia di ritornare fortemente a questi eventi.

Sull’intenzione del governo di estendere l’obbligo di tampone per andare in teatro anche a coloro i quali sono vaccinati, nella pratica e nelle sensazioni del pubblico e di un direttore di teatro cosa comporta?

Qui si entra in argomento un po’ spinoso. È chiaro che se io mi son fatto due o tre dosi di vaccino vuol dire che credo nel vaccino a 360° e quindi se tu mi imponi tra virgolette di fare il vaccino a cui io credo, e  poi mi imponi di tenere le liste bloccate per chi non ha il green pass, poi mi imponi la mascherina, poi mi imponi tante altre cose, mettermi anche il tampone obbligatorio, comincio a perdere un pochino di fiducia in tutto quello che ho fatto diciamo… lascia un po’ perplessi tutto questo. Noi come teatro da quando siam potuti partire anche al 50%, abbiamo fatto alcune serate non solo teatrali ma ad esempio delle presentazioni di libri e diverse altre cose. Ci siamo resi conto che dopo 3 o 4 eventi pubblici non c’è stato alcun caso positivo che noi sappiamo perché comunque se vengono rispettate le regole evidentemente un luogo come il teatro non è un luogo insicuro.

Tra gli eventi organizzati in pandemia, si conta una collaborazione con La compagnia I geneticamente mortificati, lei ha permesso di usare il suo teatro durante la pandemia. Cosa ne pensa del progetto portato avanti, celebration, aggiungerei grazie alla disponibilità da lei concessa?

Conosco personalmente Marco e sua moglie Serena e devo dire che sono due persone che per l’arte, la musica, il teatro hanno una passione smisurata. Il progetto in sé è interessante. Ho visto alcuni spezzoni del video che ha fatto Serena. È un bel lavoro e c’è questa musicalità legata al teatro che è particolare, dei pezzi recitati, cantati, è bello. Devo dire che dapprima non conoscevo bene il progetto ma conoscevo le persone. Quando hai dei rapporti e delle sensazioni positive, i progetti proposti li guardi anche con minor attenzione perché sai che comunque per loro è importante, gli dedicano del tempo, ci tengono, lo portano avanti e alla fine quindi il risultato arriverà. Penso proprio perché siamo un piccolo teatro di periferia che l’importanza dev’essere data in questo modo. Davanti ad un bel progetto ma con persone che mi convincono poco preferisco l’attività di persone che mi convincono di più rispetto ad un bel progetto.

Per chi si fosse incuriosito di conoscere dal vivo la realtà di questo teatro e chi ne gestisce con dedizione l’attività, sono sicura che non rimarrà scontento. La passione e l’energia che sostengono le risposte di questa intervista restituiscono una sana autenticità.

 

Gaia Courrier.

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