L’Argante #23 I cinquant(un)’anni di Company: I’ll drink to that!

Patty LuPone in Company (2018)
E va bene, l’anniversario da festeggiare era forse quello dello scorso anno, a cinquant’anni esatti dalla vera nascita di quel capolavoro del genere musical comedy che è Company, venuto alla luce per la prima volta all’Alvin Theatre di New York, appunto, nell’aprile 1970. Tuttavia, fu l’anno successivo, nel 1971, che lo spettacolo si aggiudicò uno strabiliante numero di nomination (addirittura quattordici) ai Tony Awards, i premi che celebrano le eccellenze di Broadway, finendo per aggiudicarsene ben sei.
Immagino che, solo a sentire nominare Company, starete tirando fuori dal mobile del salotto un bel bicchiere in cristallo per versarvi una dose generosa del vostro drink preferito, canticchiando a bassa voce le parole di The Ladies Who Lunch. Quantomeno se lo conoscete da ben prima di Take Me to the World, la serata in onore dei novanta anni di Stephen Sondheim condotta in streaming da Raúl Esparza lo scorso anno, proprio agli inizi della pandemia. In quell’occasione, fu il glorioso trio composto da Meryl Streep, Audra McDonald e Christine Baranski a reinterpretare la famosa canzone, con ognuna delle tre attrici collegata da casa propria, avvolta in un’immacolata vestaglia bianca. Se, invece, non conoscete Company, sono emozionata per voi, perché avete un meraviglioso musical ancora tutto da scoprire. La domanda è solo: in quale versione?
Meryl Streep, Audra McDonald e Christine Baranski in “Take Me To The World: A Sondheim 90th Birthday Celebration” (2020).
Le origini
Company è uno dei grandi regali che il compositore e liricista Sondheim ha fatto al mondo del teatro, insieme a Sweeney Todd, Sunday in the Park with George e Into the Woods, solo per nominarne alcuni. Sue sono le musiche e parte del libretto, a cui ha lavorato insieme a George Furth. Nel cast originale del 1970, spiccavano inoltre nomi come Larry Kert (nei panni del protagonista) e la straordinaria Elaine Stritch, al quale il personaggio di Joanne è indissolubilmente legato.
Company può essere definito come un esempio (se non l’esempio) di concept musical, ovvero uno spettacolo in cui, più che sul dipanarsi in ordine cronologico della trama, la narrativa si basa su scene o quadri apparentemente indipendenti, naturale espressione del tema di fondo di cui si vuole parlare.
In questo caso, a dare il via al musical è la festa a sorpresa per il trentacinquesimo compleanno di Bobby (Robert), un single incallito che vive a New York, palesemente incapace di legarsi ad una donna. Intorno a lui gravitano i suoi amici (cinque coppie di sposi o promessi sposi) e le sue tre fidanzate, con i quali Bobby interagisce in varie vignettes.
“Company”, 1970.
Il matrimonio messo a nudo
Gli amici di Bobby includono una coppia da tutti considerata perfetta eppure sull’orlo del divorzio; un marito ed una moglie intenti a torturarsi l’un l’altra con più o meno scherzosi battibecchi; due fidanzatini in procinto di sposarsi con non pochi colpi di scena. E’ buffo che Robert sia l’unico single in mezzo a tante persone ‘accoppiate’, eppure esse non sono meno disilluse di lui: anche loro, anzi proprio loro, sono consapevoli della natura contraddittoria del matrimonio. Ed infatti cantano con grande candore ed ironia, in The Little Things You Do Together, di come la complicità corrisponda al ritrovarsi insieme, magari addirittura uno contro l’altra, a provare, piangere, mentire.
[It’s…] The concerts you enjoy together,
Neighbors you annoy together,
Children you destroy together
That keep marriage intact.
[…]
The little ways you try together,
Cry together,
Lie together
That make perfect relationships.
Harry rincara la dose di realtà con una struggente Sorry-Grateful, che è un’analisi vera – molto triste o forse molto rassicurante, dipende dai punti di vista e dall’indole più o meno indipendente di ciascuno di noi – sull’impatto che il matrimonio ha sulla vita dei singoli: tutto cambia, eppure nulla cambia. Unendoci a qualcuno per la vita, pensiamo di essere finalmente scampati al deprimente destino di morire da soli: ma è veramente così?
You always are
What you always were
Which has nothing to do with
All to do with her
You’re always sorry
You’re always grateful
You hold her thinking
I’m not alone
You’re still alone
Nonostante queste incongruenze e gli inciampi collegati all’istituto del matrimonio, tutti restano sposati. Gli uomini amici di Bobby, infastiditi dal suo essere libero da qualsiasi obbligo a lungo termine, tentano di trovargli la compagna perfetta. in modo da renderlo come loro. Missione apparentemente impossibile, dato che ne sta già frequentando tre, ma nessuna pare possedere tutte le qualità positive di cui egli è in cerca. Le mogli dei suoi amici si ritrovano, invece, ad enumerare i difetti delle tre fidanzate e, una di loro, a proporre addirittura a Bobby una storia clandestina.
Raúl Esparza nei panni di Bobby, nella versione di “Company” del 2006.
Robert siamo noi
La forza di Company sta tutta nel fatto di aver messo, per la prima volta o quasi, la classe medio-alta americana di fronte ai propri problemi e alle proprie contraddizioni più intime, quelle che si verificano tra marito e moglie. Sta nell’aver costretto il pubblico a guardarsi allo specchio, invece di ricercare nel teatro una vita di fuga facile e spensierata. Ma la vera magia di questo musical è il modo in cui riesce, con ironia, potenza, ma anche profonda malinconia, ad immortalare le evoluzioni mentali (e sentimentali) di un single sulla trentina. Egli è costretto dalla società intorno a sé a cercare con attenzione nel suo cuore, per capire, se, lì nascosto da qualche parte, vi sia davvero il desiderio di conformarsi ad una norma sociale apparentemente uniformante. Forse sì. Dopotutto Bobby ci rassicura sul fatto che lui è pronto per il grande passo in You Could Drive a Person Crazy, anche se viene smentito subito dopo dalle mogli dei suoi amici.
I’m certainly not resisting marriage
I mean it when I say my life is totally prepared for a gigantic change right now
Piano piano, liberandosi della corazza che gli permette di passare per un simpatico sciupafemmine menefreghista, emergono le vere paure di Bobby, i suoi veri desideri, quelli che tutti abbiamo ma che temiamo di esternare, per paura di scoprire, proprio quando saremmo pronti ad accoglierla, che potrebbe non esistere, per noi, una dolce metà. Per cui, in punta di piedi, finiamo per augurarci, come il protagonista in Marry Me a Little, un amore che non sia troppo invadente, che ci lasci continuare ad essere come siamo, indipendenti…anche se chissà se lo siamo veramente o non stiamo solo illudendoci un po’.
Marry me a little,
Love me just enough.
Cry, but not too often,
Play, but not too rough.
Keep a tender distance
so we’ll both be free.
That’s the way it ought to be.
Eppure, anche se l’amore fa dannatamente paura, il desiderio di trovarlo – famelico, insistente, a dispetto delle nostre resistenze – resta presente in ognuno di noi, anche nel cuore di coloro che si mostrano al mondo come allergici a certe smancerie pur di non dover ammettere di avere, esattamente come tutti gli altri, bisogno di qualcuno. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci permetta di sconfiggere i grandi timori che ci attanagliano, anzi che ci dia la spinta propulsiva per andare incontro a quegli stessi timori, guardandoli in faccia, e, ancor di più, augurandoci che prendano finalmente forma concreta. Temiamo qualcuno che ci ami eccessivamente o che ci conosca troppo bene, eppure è questo a cui il nostro cuore anela, questo ciò verso cui siamo disperatamente lanciati, perché “essere soli, significa non essere vivi”. (Being Alive)
Elaine Stritch.
The Ladies Who Lunch
Un ultimo brano di Company che non possiamo non menzionare è The Ladies Who Lunch, reso famoso dall’iconica Elaine Stritch, e poi replicato da tutte le Joanne che sono venute dopo, con sfumature diverse. Assolutamente da non perdere sono le interpretazioni di Barbara Walsh (2006) e della fuoriclasse Patti LuPone. In ogni versione restano delle costanti: Joanne è ubriaca, ha un bicchiere in mano – che sia da Whisky o da Martini – ed è sardonica nella sua descrizione delle abbienti donne di mezza età, nelle quali, volente o nolente, si identifica.
Tuttavia, ogni attrice che ha vestito i panni di Joanne è riuscita a caricare di un significato diverso questa canzone che trasforma, quasi senza che ci se ne renda conto, il nostro sorriso in un amara espressione, tipica di quando ci accorgiamo improvvisamente del fatto che i nostri vizi sono stati scoperti. La (auto)critica, ma anche un brindisi, va quindi alle donne che passano le giornate ad organizzare brunch, scegliere cappelli, assistere agli spettacoli di Pinter “too busy to know that they’re fools”, avvolte da una routine fatta di “inutili” passatempi intellettuali per dimenticare il fatto che tutti, alla fine, muoiono. Anche noi.
Company – Broadway Revival, 2006. Copyright: Paul Kolnick
I revival

Oltre alle versioni originali, sia di Broadway che del West End inglese, il musical è stato riproposto più volte negli anni a venire. Nel 1993, ad esempio, il cast quasi al completo si è riunito per un concerto di beneficenza presentato da Angela Lansbury, con Patti LuPone come ospite di eccellenza della data newyorkese. Merita, però, senza dubbio una menzione speciale il revival del 2006, che ha debuttato il 29 novembre all’Ethel Barrymore Theatre e che ha visto come protagonista quello che, per chi scrive, è il miglior Bobby in assoluto, Raúl Esparza, diretto da John Doyle. In questa grandiosa versione, che ha vinto infatti il Tony Award for Best Revival of a Musical, erano gli attori stessi ad accompagnare il canto con strumenti musicali.

Dopo il concerto del 2011 con la New York Philarmonic e un cast di eccezione, per cui basterà citare Neil Patrick Harris nel ruolo principale, Stephen Colbert nei panni di Harry e Patti LuPone nei panni di Joanne, Patti ha continuato ad interpretare lo stesso ruolo anche nel più recente revival del West End (2018), che ha innovato la storia portando in scena una Bobbie al femminile, interpretata da Rosalie Craig. Per la prima volta lo show ha incluso nel gruppo di amici una coppia dello stesso sesso, ottenendo numerose nomination agli Olivier Awards.

Silvia Bedessi

Potete vedere la versione completa di COMPANY del 2006 qui!

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