L’Argante 258 Nostalgici sulle spalle dei giganti

📰 Il mio vecchio amico

Come può una foto del cast storico di Scrubs, pubblicata sui social, richiamare alla mente Leopardi? Qual è il nesso?

Riassumendo alla buona – cosa di cui chiedo venia al lettore- una riflessione di quell’acutissimo filosofo della natura umana che risponde, appunto, al nome di Giacomo Leopardi, la mera distanza temporale che separa il presente da un nostro ricordo è sufficiente di per sé a renderne dolce la rimembranza e la rievocazione: non importa quanto insignificante o persino sgradevole sia stata un’esperienza da noi vissuta, richiamarla alla memoria è piacevole per il solo fatto che tale vissuto è collocato nel passato e quindi, da un lato, è perfetto e conchiuso nella sia finitezza temporale, dall’altro e rievocabile all’infinito dalla nostra mente.

L’industria dell’intrattenimento statunitense (e quindi, di fatto, mondiale), ben conscia di questo meccanismo (che fatico ad immaginare abbiano appreso dal poeta di Recanati), ha da tempo pianificato, organizzato e messo in atto una massiva e incessante macchina che rigurgita prodotti – nella forma di remake, reboot, sequel di vecchie saghe- rivolta principalmente ad un pubblico fra i 30 e i 50 che vuole riviere i dolci momenti legati ai film, alle serie tv, ai fumetti tanto amati nella sua infanzia o adolescenza.

🎬 Epigoni

Non è mia intenzione fare una disamina esaustiva del fenomeno sciorinando uno sterminato elenco di pellicole moderne che, in un modo o nell’altro, riesumano il passato.

Mi limiterò a discutere la questione portando pochi esempi che ritengo significativi. Il momento cruciale, a mio avviso, va individuato nel 2015, dato che escono al cinema due mastodonti della nostalgia, due colonne portanti del riutilizzo fuori tempo massimo, due archetipi della imitazione, due modelli della replicazione industriale: Star Wars episodio VI e Jurassic World.

I due lungometraggi ripropongono, con mezzi tecnici superiori al passato, la stessa narrativa, la stessa caratterizzazione dei personaggi, lo stesso umorismo e perfino le stesse musiche della loro controparte originale, collocata rispettivamente nel 1977 e nel 1993. Ed è un successo al botteghino senza pari.

Il pubblico ha premiato l’operazione e da allora la formula è stata replicata e riproposta per quasi ogni prodotto di intrattenimento di successo negli anni 70, 80 (qualcuno ha detto Stranger Things?), 90 e primi 2000.

Avevo promesso che non avrei esaminato ogni singola pellicola intrisa di nostalgico revival del passato, ma lasciatemi fare un’eccezione per il cinema di casa nostra. A metà degli anni 2010 l’Italia era orfana del cinepattone targato Boldi e De Sica e, quindi, di una delle colonne portanti della cultura popolare di questo Paese a causa della rottura fra i due comici.

Così, all’improvviso, come tutti gli eventi straordinari, nell’annus Domini 2018 il duo ritrova l’intesa umana e artistica e dona agli italiani assetati di trash (QUEL trash, rigorosamente QUEL trash fine anni ’90) Amici come prima, pellicola che vede di nuovo recitare insieme Boldi e De Sica.

Il film è un successo di pubblico come ai bei tempi, con incassi pari a 8,2 milioni di euro.

🧠 La lavagna bianca del CEO

Sgombriamo subito il campo da un equivoco: l’arte e il lucro non sono antitetici e la storia ce lo insegna. Michelangelo avrebbe dipinto gratuitamente la Cappella Sistina? Virgilio avrebbe avuto modo di scrivere l’Eneide senza la protezione economica di Mecenate? Dalì non era un abilissimo venditore di se stesso? Shakespeare e Pirandello non dipendevano dal successo economico delle loro opere?

Oggi, tuttavia, ai piani alti delle grandi multinazionali hanno trovato il modo di perseguire il guadagno sbarazzandosi finalmente dell’artista. Che beneficio economico può dare il rischio, la novità, la provocazione, l’ispirazione quando si può fare leva sulla nostalgia del pubblico e riprodurre in serie sequel e remake di sicuro successo?

Il prodotto che vendono è apprezzatissimo e richiede il minimo sforzo creativo. I giovani contemporanei, quindi, non avranno i loro miti, le loro saghe, i loro personaggi iconici perché l’industry ha stabilito che conviene economicamente propinare loro i miti, le saghe e i personaggi iconici dei loro genitori (addirittura dei loro nonni).

Se è pur vero che esiste ed esisterà sempre il genio che riesce a partorire una canzone, un lungometraggio, una poesia svincolata da ogni logica consumistica e modaiola, va constatato con amarezza che il grande pubblico difficilmente avrà la possibilità (o la volontà) di fruire di queste opere, virando quindi su ciò che gli propongono i colossi dell’intrattenimento e gli algoritmi dei social.

Il risultato è la totale stasi creativa, la cui lunga ombra oscura e ottunde la domanda di qualcosa di nuovo. Si tratta solo di un fenomeno legato solo al mondo dell’intrattenimento mainstream o è il sintomo di un male più grande? Non siamo forse una società che non sa più guardare avanti e che si rifugia intimorita nel tepore rassicurante del passato?

Un passato cristallizzato e mitizzato che si erge a baluardo difensivo delle nostre insicurezze, a coperta di linus per chi non sa muoversi da solo nel mondo dei grandi? Noi, che non siamo altro che fruitori e consumatori, riusciremo a liberarci da ciò che ci impongono dall’alto e a pretendere originalità e creatività?

✍️ Il mio (non) finale

Mi perdonerà il lettore se lascio tali domante sul tavolo e mi avvio alla conclusione senza sviscerarle adeguatamente.

Questo articolo, in fondo, esiste perché la notizia della nuova stagione di Scrubs, la mia serie preferita di tutti i tempi e uno dei miei ricordi di giovinezza più preziosi, mi ha lasciato addosso un certo sconforto.

E mi ha fatto pensare a Leopardi.

Ennio Pitino

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli correlati

Inizia a scrivere il termine ricerca qua sopra e premi invio per iniziare la ricerca. Premi ESC per annullare.