Negli ultimi giorni, mentre la vita nel mondo scorre e i potenti giocano a farsi la guerra, mi è tornato in mente un disco recente di cui avremmo dovuto parlare in tempo di pace e che invece adesso, sembra ancora di più sprigionare la sua potenza e la sua importanza.
Con Amuri Luci, Carmen Consoli inaugura un nuovo e ambizioso percorso artistico: una trilogia discografica che esplorerà le tre anime che hanno definito la sua carriera e la sua scrittura.
Le radici mediterranee e linguistiche, la matrice rock e il cantautorato. Tre dischi diversi, tre visioni autonome, un unico progetto organico capace di restituire tutta la ricchezza di un’artista che negli anni ha dimostrato di sapersi reinventare senza perdere la propria identità.
Il primo capitolo, Amuri Luci, pubblicato il 3 ottobre 2025 (Narciso Records/Warner Music), affonda nelle origini linguistiche e culturali della Sicilia. La scelta del siciliano, arricchito dalle stratificazioni di arabo, latino e greco, non è nostalgia né folclore. È una lingua che diventa materia viva, memoria, verità e resistenza.
Come ha spiegato la stessa Consoli:
«È bello essere italiani, con la particolarità di venire da una certa parte dell’Italia. Questa è anche la nostra ricchezza: non siamo solo italiani, siamo di origine veneta, siciliana… È bellissimo perché abbiamo culture e sottogruppi di culture che ci arricchiscono. La trilogia esplora i miei tre mondi: la ricerca delle tradizioni musicali, il rock e il cantautorato. Ogni lingua tira fuori da me un’anima diversa. L’italiano tira fuori una Carmen introspettiva che parla di sé. Il siciliano invece è polemico, mi fa tirare fuori la voce. Non mi viene di scrivere canzoni d’amore in siciliano, piuttosto canzoni più impegnate politicamente.»
Il pretesto per parlare oggi di questo disco è anche ciò che sta accadendo nel mondo. Spesso gli artisti anticipano la storia. La annusano, la percepiscono prima che si manifesti pienamente.
È indubbio che la corsa ai nazionalismi, o meglio l’esposizione mediatica sempre più forte di posizioni ultra conservatrici, stia rendendo questa epoca storica qualcosa che, se non fosse profondamente inquietante, potremmo definire persino bizzarra.
Abbiamo passato mesi ad assistere alle violazioni del diritto internazionale perpetrate da Israele nei confronti della Palestina, mentre una strana e fragile tregua ha progressivamente spento i riflettori mediatici su una tragedia che continua comunque a produrre morte e fuga.
Nel frattempo, il “diversamente democratico” Donald Trump e il “criminale di guerra” Benjamin Netanyahu, infastiditi dal loro passaggio in secondo piano nei cicli mediatici – tra gli Epstein files e altre vicende – hanno scelto di alzare ulteriormente il livello dello scontro dichiarando guerra all’Iran. E le reazioni di Russia e Cina, per un sostegno esplicito allo Stato iraniano, non si sono fatte attendere.
In tutto questo non c’è nulla di umano. Non nelle decisioni degli Stati, non nell’ipocrisia dei media che per anni hanno costruito narrazioni semplicistiche di aggressori e aggrediti, e nemmeno nell’Europa stessa, nata per scongiurare nuove guerre mondiali e oggi spesso incapace di trovare una voce chiara. Spicca, in questo scenario, il primo ministro spagnolo, che nelle sue dichiarazioni sembra essere uno dei pochi leader europei e mondiali a mantenere una lucidità orientata alla pace e al bene dell’umanità. Nel nostro piccolo scenario nazionale, invece, il quadro rischia di diventare tragicomico. Il governo italiano,
assorbito dalla propaganda sul referendum costituzionale e diviso su questioni secondarie, sembra incapace di esprimere una posizione netta sulla guerra, mentre si accende su argomenti che in questo momento storico interessano sempre meno.
Ed è proprio qui che ritorna Amuri Luci. Un disco incredibilmente ispirato, bello, sano, necessario. Una boccata d’aria fresca in un contesto in cui sembra sempre più difficile produrre qualcosa che abbia davvero un peso culturale. Basta guardare l’ultima edizione di Sanremo, che molti hanno fatto finta di non guardare per evitare di dire che in realtà l’hanno guardata. Tutto il disco è perfetto, ma ci sono due brani che in questi giorni suonano ancora più necessari.
Il primo è proprio Amuri Luci, che dà il titolo all’album. È una conversazione poetica tra due fratelli: Giovanni e Peppino Impastato.
Nel modo in cui suona e nelle immagini che evoca, quel dialogo sembra parlare anche a un altro tempo. A due fratelli in uno scenario di guerra che fanno i conti ogni giorno con dignità e paura. Uno dei due non c’è più. È Peppino. Tutti conosciamo la sua storia. Ma il canto non si chiude con la sua morte. Si allarga, diventa universale. Si rivolge a tutti coloro che nella vita hanno trovato in un altro essere umano – un fratello, una sorella, un amico – qualcosa su cui fondare la propria esistenza, come un’edera che cresce attorno a un muro. E allora ritorna la domanda che attraversa il disco: noi ci meritiamo davvero questo mondo? Cosa faranno le persone costrette oggi a subire ciò che stanno subendo quando finalmente arriverà un tempo senza guerre? Avranno più spirito umano di noi o ci restituiranno semplicemente ciò che abbiamo seminato? Chi ha stabilito che siamo noi quelli nel giusto? Io non lo credo. E forse non lo credo proprio perché sono occidentale e so bene cosa l’Occidente ha fatto per secoli nei confronti di gran parte del mondo.

Un altro brano centrale del disco è La terra di Hamdis. Una vera bussola morale dentro questo lavoro.
Il pezzo prende spunto dai versi di Ibn Hamdis, poeta siculo-arabo dell’XI secolo costretto a lasciare la Sicilia dopo la conquista normanna e a peregrinare nel Mediterraneo arabo. La sua storia si intreccia con il presente fatto di guerre, migrazioni forzate e sopraffazioni. Nel brano compare anche Mahmood, che canta in siciliano con una pronuncia sorprendentemente precisa.
«Mahmood è stato bravissimo, ha studiato perfettamente il siciliano per questo brano»
ha raccontato la stessa Consoli.
Il risultato è toccante. Il tema è devastante: la consapevolezza di quanto l’umanità sembri impegnata con costanza a costruire un mondo sempre peggiore. Ed è forse proprio questo il cuore di Amuri Luci. Un disco che non si limita a essere bello musicalmente, ma che riesce ancora a fare ciò che la grande musica dovrebbe fare: spiegare qualcosa di noi, accendere una luce sulle contraddizioni del nostro tempo. Capita raramente. Ma ogni tanto succede.Un’ artista, per una strana alchimia di talento e sensibilità, riesce a produrre qualcosa che ci costringe a guardarci allo specchio. E allora l’unico consiglio possibile è semplice: ascoltate questo disco. Perché ogni tanto arriva un’opera che ci ricorda che molte delle cose che ogni giorno accettiamo come realtà non sono altro che un accumulo di illusioni. E che forse, proprio per questo, vale ancora la pena provare a cambiarle.
Ernesto Censere




