Penso che questo pezzo non sia una recensione. È una dichiarazione di responsabilità. Questo film tradisce il percorso. Non sbaglia solo dei dati. Svuota la traiettoria di Franco Battiato. E su Battiato la traiettoria è tutto. Se togli il processo e lasci solo i picchi, lo riduci a icona. Se togli le fratture e lasci solo “La Cura”, lo trasformi in santino. E io i santini non li sopporto. Nemmeno quelli laici. Mi sono detto che il film può essere superficiale, può essere depistante, ma forse non voleva essere un saggio critico. Forse voleva essere una porta. Anche se rimane una porta messa nel punto sbagliato del corridoio. Voglio essere chiaro: non sto difendendo Battiato. Sto difendendo il diritto alla complessità.
Ho sempre pensato che per parlare di qualcosa o di qualcuno sia essenziale saperne. Altrimenti è molto meglio rimanere in silenzio. Per quanto mi riguarda non basta nemmeno conoscerne l’argomento appena accennato: in quel caso c’è spazio per chiedere, non per pretendere di sapere.

Resto poi profondamente convinto che, e “debbo dire” come direbbe Franco, a niente si possa mettere la parola definitiva. Perché conoscere è l’unica vera essenza della nostra esistenza. Sì, non è l’amore, l’amicizia o tutto il resto che vi può venire in mente: è la conoscenza. Anche delle cose che conosciamo benissimo, soprattutto di quelle che pensiamo di sapere. Il detto “non si finisce mai di imparare” non è lasciato al caso per chi domani legge qualcosa di nuovo, ma soprattutto è per chi pretende di conoscere.
Fatta questa premessa, parlo e analizzo ciò che ho visto dal finestrino del mio interessante viaggio, effettuato e ancora in corsa con Franco Battiato. Non l’ho mai conosciuto e l’ho scoperto tremendamente in ritardo. Per questo mi darei tante di quelle martellate sui denti che non vi sto a dire. Per uno strano scherzo del destino lui era venuto da me: passeggiava indisturbato sulla mia spiaggia, nel mare dove sono cresciuto da bambino. Io sapevo della sua esistenza ma non pensavo nulla di lui, pensavo fosse lontano da me.
Poi ho conosciuto mia moglie e con lei, durante i lunghi viaggi in Sicilia, altra stranezza, sono arrivate le canzoni di Battiato. Infine è storia nota per chi ha ascoltato il podcast. Ripeterla si farebbe noiosa.
Tutto questo per dire che io Franco Battiato non lo conosco. Ma mi piace difendere la sua forma, la sua memoria e soprattutto vorrei che a qualcun altro, dopo di me, fosse data la possibilità di conoscerlo per quello che è. Realizzando le 77 puntate di “Attraversando Battiato” (Link per ascoltare il Podcast), credo di aver ripetuto cento, mille volte che la bellezza di quel percorso era scoprire, per chi avesse voluto farlo con mezzi propri e senza morbosità, l’incredibile mondo, o almeno una parte di esso, che si stagliava dietro, davanti, durante e tutto intorno al personaggio Battiato.
Va dato atto alla famiglia di non aver mai chiuso i ponti con chiunque voglia parlarne. Esistono decine di libri, racconti, incontri, serate che lo ricordano e a nessuno è vietato raccontarne un pezzo, anche solo di averlo conosciuto per caso e in quale occasione.
Quando parlo di morbosità mi riferisco a chi vorrebbe tanto entrargli in casa, ora che lui non c’è più. A chi viaggia fino a Milo per farsi una foto davanti al suo cancello, ora che lui non c’è più. È un modo affettuoso per dirgli che ci manca, lo so. E io sono stato a Milo, perché volevo vederla, volevo capire perché Milo. E quando mi sono trovato su quella piazza dove ora è stata riposta quell’orrenda statua in bronzo di lui e Dalla, ho capito.
Tra le lenzuola bianche intrise di cenere lavica, il fumo dell’Etna e il mare a strapiombo davanti, ho capito. Milo è il posto perfetto. Un posto da cominciare a scriverci un libro con un incipit tipo: “Mi trovavo in un paese dove il vulcano giganteggiava alle mie spalle e il mare si spalancava di fronte a me”. Trovatemi un altro posto uguale al mondo e alzo le mani. Un luogo in grado di portare la neve d’inverno e il caldo torrido siciliano d’estate, con “le lucertole che attraversano la strada”, i muri a secco, i profumi di zagara e gelsomino. Franco è quel posto. Ma non riuscirei mai a trasformarmi in una di quelle persone che cerca la casa, la fotografa e poi? Semmai mi spingerei lì per capire cosa vedeva, cosa respirava. Eppure so che non mi serve. Perché se in qualsiasi posto del mondo ascolto un pezzo di Franco, ad esempio “Giubbe Rosse”, riesco a vedere e sentire tutto.
Il film andato in onda su Rai Uno il primo marzo, e prima nei cinema, come tutti i depistaggi mi fa star male. Potrei dire quante cose erano sbagliate, secondo me. Invece dico che ho visto fare a Dario Aita quello che è successo a molti: Battiato, quando lo lasci entrare, diventa devastante. E rammentate che io lo snobbavo. Io snobbavo lui. Assurdità della mente umana.
Aita è la cosa più bella che vedrete in quel film. La sua passione, i suoi occhi. C’è Franco e lo tocchi, lo vedi. O meglio, vedi che a lui Franco è entrato dentro. La sua umiltà è tangibile e gli auguro tanti anni di carriera e successo. Anzi, sono sicuro che li avrà, perché la spettacolarità di una guida come Franco è proprio quella di portarti in un’altra dimensione del tuo percorso, prima umano e poi, semmai, artistico.
Per il resto rimango deluso, allibito, rassegnato, proprio per il motivo che descrivevo all’inizio. Chi vorrà conoscerlo da questo film si farà idee che non hanno senso. A tratti, per quanto mi riguarda, lo fanno sembrare fuori luogo, fuori fase, poco aderente alla realtà. Ed è molto probabile che Franco Battiato lo fosse. Ma è questo il bello: risultava talmente e profondamente credibile nell’esserlo che finivi per diventare fuori fase insieme a lui. Vedi Giusto Pio, il maestro più all’opposto che potesse esserci rispetto a lui e proprio per questo capace di trasformare il violino nello strumento più pop della fine degli anni Ottanta.
Credo che Battiato, all’idea che i primi due dischi della carriera pop, “L’era del cinghiale bianco” e “Patriots”, fossero descritti come brutti, non venduti e con una voce che non piaceva, avrebbe mandato a modo suo a quel paese chiunque avesse voluto girare una realtà simile. “Patriots” non è un disco mediocre e le copie vendute furono molte più di quanto il film dichiari. I sette brani contenuti in “La voce del padrone” sono sette, ma sono sette anche in “Patriots” e sono sette anche ne “L’era del cinghiale bianco”. Ci tengo a dirlo, perché nel film sembra che la genialità dei sette brani arrivi solo dopo.
In quel film non c’è l’essenza di Franco Battiato. Si pone “La Cura” come un presagio nato negli anni Settanta. E Sgalambro dove è finito? Battiato ha stupito tutti con qualsiasi disco, anche con le messe sacre che il pubblico non si aspettava. Ma se c’è una cosa che ha sempre portato avanti è l’importanza del percorso. Ogni momento della vita di un uomo così importante per la cultura e la musica italiana andava pesato, gestito, curato e collocato nel tempo in cui è avvenuto, per dare senso al cammino.
La sua vita non è stata un presagio. È stata un percorso pieno della voglia di non mollare mai la domanda successiva. Questo nel film non solo non c’è, ma viene umiliato e insabbiato, facendo apparire Battiato come uno dei tanti. E lui non lo era. Per quanto ci abbia insegnato a credere che lo siamo tutti. Tutti uguali, tutti viaggiatori, tutti capaci di andare altrove, soprattutto da noi stessi. Ogni tassello è importante. Se prendi un puzzle e lo monti a cazzo non avrai lo stesso risultato della vita immensa vissuta da Battiato, né lo stesso riscontro incredibile che ancora oggi, e ancora di più in futuro, avrà.
Concludo con un esempio che per me è tutto. Io sono ateo e per quello che succede nel mondo, specie con le religioni che sprecano la spiritualità delle persone e abusano della fede dei devoti, ogni giorno mi spingo verso questa conclusione. Battiato però è stato l’unico, in duemila anni di religione cattolica, a inventare nuove preghiere e metterle in musica, a unificare qualsiasi credo con canzoni come “L’ombra della luce”, “E ti vengo a cercare”, “Lode all’inviolato”, “L’oceano di silenzio”.
Non importa cosa sei e in cosa credi. Battiato ci ha regalato universalità. E allora cosa devo pensare? Che in un mondo fatto di compromessi chi ha scritto il film abbia pensato più alla forma che alla sostanza? Perché nella sostanza Battiato c’è tanta politica, tanta invettiva verso i potenti. Dov’è il Battiato che canta a Baghdad per dimostrare che gli americani sbagliavano? Quanto i tempi di oggi somigliano a quei momenti?
Dov’è il Battiato barbuto, arrabbiato e deluso con il mondo che canta “Povera patria”, che scrive “Come un cammello in una grondaia”, che con “Caffè de la Paix” spiega al mondo cosa siamo e da dove veniamo?
Io non sarei riuscito a fare un film su Franco Battiato sapendo di lasciare fuori tutto questo. Non sarei riuscito a far sembrare “Pollution” un disco quasi rinnegato. Vi esorto a non credere a un secondo di quel film.
Anzi no. Credete nel protagonista. Credete in quella incredibile golosità, simpatica e da commedia pura, che era insita in Battiato davanti ai dolci e ai caffè con cento cucchiaini di zucchero. A quello potete credere. E da quella dolcezza partire, aprendo le porte a un viaggio incredibile. Un viaggio da fare come si fanno quelli intorno al mondo almeno una volta nella vita. Un viaggio che diventa vita. Con Franco Battiato.
Marco Giavatto




