Domenica 15 Febbraio 2026 ,Teatro Fraschini – Pavia
È andata in scena La grande magia di Eduardo De Filippo, con la regia di Gabriele Russo, interpretata da Natalino Balasso e Michele Di Mauro, affiancati da Veronica D’Elia, Christian Di Domenico, Maria Laila Fernandez, Alessio Piazza, Sabrina Scuccimarra, Manuel Severino, Alice Spisa, Gianluca Vesce e Anna Rita Vitolo. Scene di Roberto Crea, luci di Pasquale Mari, costumi di Giuseppe Avallone, musiche e progetto sonoro di Antonio Della Ragione. Produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, Teatro Biondo Palermo, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale.

Lo spettacolo, la scena:
La grande magia è una delle commedie più difficili di Eduardo. Non perché sia “nera”, ma perché è reale. Più reale di quanto sembri.
Nel 1948 non fu capita. Spiazzò pubblico e critica: troppo cupa, troppo filosofica, troppo distante dalla Napoli riconoscibile e familiare. Oggi la comprendiamo di più, forse perché viviamo immersi nella stessa illusione che Calogero sceglie di abitare.
Qui il punto non è la magia. È il controllo. È l’ossessione di un uomo che vuole possedere, governare, trattenere. Marta gli sfugge non solo attraverso il trucco di Marvuglia, ma perché nessuno può essere custodito dentro un cofanetto. E Calogero quel cofanetto non lo aprirà mai. Non per ingenuità. Per necessità. Aprirlo significherebbe interrompere il giuoco.
E il “giuoco” non è una parola casuale. È l’eco diretta del Giuoco delle parti di Pirandello. Ma se Leone Gala subisce il gioco e lo asseconda con lucidità, qui è solo Calogero a farsene prigioniero. Gli altri lo costruiscono, lo alimentano, lo usano. Lui lo abita fino in fondo. Fino a diventarlo.
La scena post-moderna di Roberto Crea, attraversata dai tagli netti e mobili delle luci di Pasquale Mari, muta con precisione: albergo, casa del mago, spazi mentali più che fisici. Gabriele Russo sceglie il non-luogo sospeso, e fa bene. Nulla deve interferire con il testo. La regia non impone, accompagna. Sposta tutto in una dimensione altra, dove il reale è già incrinato.

Le idee… dalla regia alla scena
Calogero Di Spelta non è solo un marito tradito. È un uomo incapace di accettare la realtà. Natalino Balasso lo interpreta con una misura impressionante. Non c’è caricatura, non c’è ammiccamento. C’è un uomo che lentamente si sposta dal ridicolo al tragico, senza cambiare tono, senza forzare.
È una maschera eduardiana, ma ancora più pirandelliana. E ciò che colpisce è quanto questo personaggio del 1948 viaggi ancora nel futuro. Forse Eduardo non è stato ancora raggiunto del tutto. Forse il testo è più avanti di noi. Non è lo spettacolo a essere acerbo: è l’essere umano a non essere sempre pronto a capirlo.
Michele Di Mauro è un Otto Marvuglia elegante, ambiguo, ma non demoniaco. Anche lui è mosso dalla miseria, dalla necessità, dalla moglie, dal bisogno di sopravvivere. Ma soprattutto da un’ossessione bellissima: sorprendere il pubblico. Non il successo facile, non l’applauso numerico. L’apprezzamento vero. Il teatro nel teatro. L’arte che chiede di essere riconosciuta.
Balasso e Di Mauro sono inseparabili. Nessuno dei due può fare a meno dell’altro. È un duello sincronico, dove ogni battuta è rilancio e contrappunto.
Il resto del cast si muove compatto dentro questa macchina perfetta: la miseria umana si vede, si sente. Tutti raggirano Calogero, ma finiscono per orbitargli attorno come satelliti. Lui è il centro inconsapevole del meccanismo.

La voce del pubblico, il dubbio condiviso
Quando Eduardo la presentò, il pubblico non era pronto. Oggi lo siamo di più, perché l’illusione è diventata struttura quotidiana. Viviamo scegliendo quali cofanetti non aprire.
Lo spettacolo non consola. Mette davanti a uno specchio. Il finale è il punto più alto: tutto è giuoco e tutto ne fa parte. Se si asseconda l’assurdo, l’assurdo diventa legge. Otto offre soluzioni sempre più paradossali, fino a scomparire agli occhi di Calogero. Non esiste più il mago. Non esiste più la moglie che ritorna. Non esistono più i parenti.
Calogero, improvvisamente, diventa un uomo di polso, quasi coraggioso. Ma è un coraggio solitario. Per diventare così ha dovuto perdere tutto. Non crederà più a niente. E sullo sfondo ritorna Leone Gala, che non interviene nemmeno davanti a un omicidio. Ma qui Eduardo compie uno scarto ulteriore: supera Pirandello nella filosofia dell’essere.
Se accetti il giuoco fino in fondo, non resti spettatore. Diventi materia del giuoco stesso.
È la nostra capacità di vivere sapendo qual è la realtà e decidendo deliberatamente di ignorarla, perché – in fondo – ci conviene. Calogero, nel finale, non è un ingenuo rimasto prigioniero dell’illusione. A mio avviso ha capito tutto. Proprio per questo si libera di tutti. I parenti, con il pretesto di farli sparire attraverso il mago. Otto, relegandolo finalmente nella categoria delle proiezioni, degli artifici, delle ombre. E la moglie, che è meglio resti nella scatola, idealizzata per sempre: perché vederla tornare, dopo l’abbandono, sarebbe un epilogo patetico, consolatorio, ipocrita.
Qui si vede la firma del grande autore. Eduardo non asseconda il bisogno umano di ricomposizione. Non offre una pacificazione morale. Va contro l’ipocrisia del “tutto si sistema”. Calogero non si frantuma come ci aspetteremmo: frantuma tutto ciò che lo circonda. Ai nostri occhi, diventa un uomo liberato. Non perché impazzisce. Ma perché trasforma quella che potrebbe essere follia nella sua unica forma possibile di realtà. Non subisce più il giuoco: lo assorbe, lo supera, lo rende fondamento della propria esistenza.
La grande magia, allora, non è credere all’illusione.
È scegliere consapevolmente quale verità può permetterci di continuare a vivere.
Ernesto Censere

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