Ogni volta che mi viene chiesto di scrivere un articolo, dopo aver accettato entusiasta, arriva la fatidica domanda: “Bene, ho detto di sì, ma cosa scrivo?”.
Da qui iniziano le mie duecento idee al minuto, che vengono tutte scartate nel minuto successivo, fino a quando — per caso o per fortuna — arriva quella giusta.
Stavolta l’idea giusta è arrivata chiedendomi: “Può il teatro unire più generazioni?”.
Non nel senso di capire quante e quali generazioni vanno a teatro, ma come lo vivono coloro che lo fanno.
Difatti io faccio teatro, e posso dire che in dieci anni è diventato la mia seconda casa. I miei stessi genitori, quando per una sera non esco per andare alle prove, mi domandano se sia tutto a posto. Così ho creato un questionario da sottoporre ad attori bambini, adolescenti, ragazzi, adulti e anziani e, dalle loro risposte, ho provato a capire se in qualche modo il teatro unisca tutti coloro che ne fanno parte.

Partendo da semplici domande come “Quando e perché hai iniziato teatro?”, “Come studi la parte?” o “Hai riti scaramantici prima di uno spettacolo?”, gli attori si sono messi a nudo rispondendo anche a domande più personali, quali “Credi di essere cambiato da quando hai iniziato teatro?”, “Cosa pensi prima e dopo uno spettacolo?” o “Perché fai ancora teatro?”.
E posso dire che alcune risposte mi hanno davvero sorpresa.
Guardando alla motivazione che ha portato ad iniziare, la maggior parte ha rivelato di averlo fatto per via di un amico o per caso. Diversamente da come pensavo, solo il 6% lo ha fatto per obbligo dei genitori e il 5% per vincere la timidezza. Ma c’è anche chi ha iniziato per proprio interesse personale: in questo caso parliamo soprattutto di ragazzi (8%) e adulti (9%).
La domanda successiva ha invece rivelato che la motivazione principale al proseguimento del teatro è legata a una necessità nella propria vita, perché la persona (che abbia iniziato da 2, 5, 10 o 40 anni) considera il teatro ormai fondamentale: un appuntamento settimanale che aspetta per divertirsi e sentirsi bene.
Proprio il divertimento è la parola più utilizzata da tutte le generazioni per descrivere il teatro, seguita da libertà ed emozioni.
Altre parole che compaiono spesso sono: amicizia, scoperta, condivisione, espressione, gruppo.
Inoltre, nelle risposte ottenute, i sentimenti che portano a coltivare un’attività teatrale richiamano parole come: connessione, cura, cultura, estro, istrionismo (cioè la tendenza all’esibizionismo o alla teatralità), follia, pathos… Potrei citarne ancora molte altre, ma come ultima voglio presentarvene una che mi è stata riportata da un bambino di nove anni nella sua descrizione del teatro: “Messico”.

A questo punto, se anche voi, come me, siete rimasti stupiti alla lettura di questa parola, ecco la spiegazione: per questo bambino il teatro è un’esperienza “esotica”, fuori dagli schemi quotidiani, che rappresenta il senso di scoperta e fornisce anche una sensazione di “piccantezza”, perché a teatro si fa profondo uso delle emozioni ed è facile divampare.
Credo che la descrizione attraverso questa parola, da parte di un bambino, sia la prova certa che il teatro è tutto quello che le altre parole sopra riportate significano e che, allo stesso tempo, dà a ognuno un proprio modo di viverlo.
Dal questionario ho potuto constatare che il teatro porta inevitabilmente un cambiamento nella persona stessa, tra com’era prima di iniziare e come è poi divenuta: più sicura di sé, più socievole, consapevole delle proprie capacità, meno timida. Così come determina un cambiamento anche nel modo in cui la persona vive il teatro.
Da un qualcosa iniziato per caso e per divertirsi, per molti — soprattutto dai ragazzi in su — è divenuto un hobby reale e un impegno che, oltre a divertire, viene portato avanti con serietà e dedizione.
Dalla mia analisi posso affermare con sicurezza che ci sono punti che accomunano quasi totalmente tutte le generazioni. Difatti, per il 97%, il teatro ha portato a costruire amicizie e legami importanti, che sono parte della motivazione che lo rendono ancor più indispensabile.
Così come è generale la presenza di riti scaramantici prima di uno spettacolo: dal classico merda, merda, merda (presente dai bambini agli anziani), alla preghiera e al segno della croce (soprattutto tra gli adulti), o ancora stare soli sul palco, urlare, tenere con sé un oggetto importante… Fino a chi magari non ha veri riti scaramantici ma asseconda quelli di un altro (scusate, miei compagni di teatro, so che io ne ho molti), o chi non se la sente di condividerli con nessuno.

Un altro aspetto sicuramente interessante è come i vari attori vivono il momento prima di entrare in scena. Tra adulti e anziani la domanda più gettonata è: “Ma chi me lo ha fatto fare?!”, seguita da un ripensamento generale sull’aver scelto di essere lì, unito al panico di non ricordarsi niente.
I ragazzi invece si dividono tra chi, come adulti e anziani, si impaurisce di non ricordare nulla, e chi sente un bisogno impellente di andare in bagno.
Chi però stupisce maggiormente sono bambini e adolescenti, dove l’88% pensa solamente a divertirsi e a fare del proprio meglio, respirando e preparandosi all’entrata in scena.
Per tutte le generazioni possiamo sottolineare che esiste un controsenso tra il pensiero pre-spettacolo e quanto invece si prova nel post-spettacolo, dove l’espressione più usata è: “Ma come, è già finito? Quando si rifà?”, che si accompagna alla scarica di adrenalina e ansia che portano giustamente anche un po’ di fame.
Oltre allo spettacolo, ho voluto anche domandare come vengono vissute le prove, e il 100% degli attori ha affermato che sono assolutamente indispensabili per lo spettacolo. Infatti è durante le prove che questo viene totalmente costruito, assieme ai personaggi e al gruppo, in modo da creare quel legame che porta a rendere il teatro essenziale per chi ne è protagonista.
Sicuramente non è sempre tutto facile: il 26% (soprattutto adulti e anziani) ha infatti manifestato una difficoltà nello studio della parte, che nel complesso il 65% studia da sola (ripetendola, registrando se stessa o le parti altrui), mentre il 19% con un amico o parente, il 4% con un compagno di teatro e il 12% la studia via via durante le prove.
Infine, altra domanda che ho voluto porre (per mia deformazione professionale, lo ammetto) è come il regista viene visto dai teatranti. Il 31% vede nella sua figura un’importanza non solo a livello di formazione teatrale, il 67% solo teatrale e il 2% nessuna delle due.

Come giustamente mi faceva notare una persona a fine questionario, dove ho lasciato uno spazio libero per eventuali considerazioni, per parlare di teatro ci sarebbe bisogno di una giornata intera — e forse non basterebbe.
Intanto però, con queste risposte, ho potuto in qualche modo soddisfare la mia domanda iniziale e posso dire che sì, il teatro unisce più generazioni.
Perché, che tu sia un bambino, adolescente, ragazzo, adulto o anziano, se fai teatro inevitabilmente sei soggetto a divertimento, libertà, emozioni e a tutto quanto il teatro ti fa pensare.
E che tu abbia iniziato per caso, per amicizia, perché obbligato dai genitori o dalla moglie, adesso sei conscio che il teatro è parte di te e che — per quanta ansia tu possa avere prima di entrare in scena, per quanta difficoltà tu abbia a imparare la parte — il primo passo che ti porta sul palco, durante uno spettacolo o le prove, ti ripagherà di tutti gli sforzi fatti.
Perché il teatro è pura magia: è quel posto sicuro di cui, una volta fatta la conoscenza, non potrai più fare a meno.
Claudia Bugianelli




