L’Argante #121 || Gianni Minà: cos’è il giornalismo.

Care lettrici e cari lettori, uso questo incipit dichiaratamente cordiale e gentile per principiare il centoventunesimo articolo di questa rivista che si occupa di cultura, spettacolo, cinema e molto altro… probabilmente per farvi entrare nel clima giusto quando si parla di Gianni Minà. Molto spesso le persone che hanno rappresentato un esempio attraverso il proprio lavoro, nella nostra società, vengono ricordate solo nel momento in cui non ci sono più, è storia vecchia. D’altra parte siamo esseri umani e pertanto non viviamo in eterno, mentre i gesti, le parole, gli avvenimenti quelli si, rimangono… anche se molto spesso con il passare del tempo subiscono minuziosi cambiamenti, quasi impercettibili, in grado però di mutare del tutto la sostanza o l’essenza di una storia dal momento stesso in cui essa è avvenuta a quando a distanza di tempo viene portata e comunicata nel tempo.

Quando non esistevano i computer, o i telefoni di ultima generazione, si la dava responsabilità di questa distorsione della realtà, al passaggio di bocca in bocca, al tramandare a seconda di chi e come la storia venisse raccontata. Oggi però tutto questo non è del tutto diverso, anzi… molto spesso si ottiene il risultato voluto, di un documento filmato, registrato, fotografato proprio in base a chi vuole veicolare il messaggio. Vi faccio un esempio: Gennariello Sangiuliano Ministro della cultura in carica, pochi mesi fa sentiva l’irrefrenabile bisogno di dichiarare: «Dante è il fondatore del pensiero di destra», scritti alla mano dello stesso Dante, chi glielo fa dire? Come arriva a questa conclusione superficiale e quindi stupida? Il potere. Ecco perchè Gianni Minà – che con il suo giornalismo dell’empatia, cioè, in cui la curiosità intellettuale non tracimava nel voyeurismo della sofferenza o della felicità – ristabiliva l’esercizio dell’aver fiducia della verità. Chi seguiva gli scritti, le trasmissioni, i reportage di Minà, metteva da parte quello che oggi per il giornalismo e per la televisione è un ingrediente irremovibile, tra spettatore e conduttore\giornalista (e i suoi meravigliosi\noiosi ospiti): il sospetto che poi alla fine sia tutto costruito ad arte.

Quest’articolo è solo un accenno al lavoro del giornalista nato a Torino, nel 1938 e scomparso di recente (27, marzo, 2023). Vi invitiamo pertanto a ritrovare quanto più possibile sul lavoro di Minà durante tutta la sua carriera e potete farlo a cominciare dal sito ufficiale: giannimina.it

Oppure potreste cominciare da Blitz con tutte le puntate presenti sul portale Raiplay (non perdetevi quest’occasione fin quando saranno disponibili).

Noi ci limiteremo a raccontarvi tre episodi o se vogliamo incontri per (sperare almeno) accendervi la curiosità sul personaggio e grande professionista quale è stato:

Minà e Maradona:

Con Maradona il mio rapporto è stato sempre molto franco. Io rispettavo il campione, il genio del pallone, ma anche l’uomo, sul quale sapevo di non avere alcun diritto, solo perché lui era un personaggio pubblico e io un giornalista. Per questo credo lui abbia sempre rispettato anche i miei diritti e la mia esigenza, a volte, di proporgli domande scabrose.

Gianni Minà.

 

Nel 1990 i mondiali di calcio si giocano in Italia, la semifinale che vede schierate contro Italia e Argentina, si gioca allo stadio San Paolo di Napoli (oggi ha chiamato Maradona), il clima è surreale sugli spalti i tifosi partenopei non hanno dubbi su chi tifare, sembra di giocare a Buenos Aires. La partita finisce ai rigori, passa l’Argentina che perderà il mondiale in finale con i tedeschi, ma quel tifo diede una grande spinta all’Albiceleste per eliminare gli Azzurri nel mondiale di casa. Il giorno prima dell’incontro, Maradona promette a Minà, un’intervista in caso di passaggio in finale della sua squadra, negli spogliatoi. Alla valanga di giornalisti, specialmente argentini, che si precipita per parlare con il Pibe de Oro e lui stesso a rispondere:

Sono qui per parlare con Minà. Sono d’accordo con lui da ieri. Se avete bisogno di me prendete contatto con l’ufficio stampa della Nazionale argentina. Se ci sarà tempo vi accorderemo qualche minuto

Diego Armando Maradona.

Molte furono le occasioni in cui i due ebbero modo di incontrarsi (giornalisticamente parlando), la più importante fu decisamente quella che si tenne qualche mese dopo il mondiale del 1990:

Eravamo io, Muhammad Ali, Bob De Niro, Gabriel Garcia Marquez e Sergio Leone.

Otto anni prima siamo alla vigilia di un altro storico mondiale, quello dell’82 vinto dall’Italia, Muhammad Ali si era appena ritirato, si trovava di passaggio a Roma. Gianni Minà gli aveva strappato la promessa di farsi vedere a Blitz, in cambio però il giornalista avrebbe dovuto presentargli il Papa. La guerra delle Malvinas, però, complicò le cose: Karol Wojtyla era immerso nelle trattative di pace tra Inghilterra e Argentina. C’era da aspettare. Così Ali prese una stanza all’Hilton. Negli stessi giorni sempre nella capitale, Sergio Leone ultimava le riprese di un film epocale: C’era una volta in America. Il protagonista Robert De Niro, tipo schivo e timido, non si era fatto molti amici durante tutto il periodo della lavorazione del film, uno dei pochi era proprio il giornalista piemontese, storico il collegamento Rai a tal proposito:

La sera del 28 maggio del 1982, si realizza l’inimmaginabile. Minà fa gli onori di casa e decide di portare Ali a Trastevere per una tipica cena italiana (e romana), poco prima di uscire di casa squilla il telefono e De Niro:

«Che fai stasera?».
«Esco con Muhammad Ali».
«Ali? Allora vengo anch’io». Poco dopo squillò nuovamente il telefono:

«Ma come? Io devo parlare con Bob di lavoro e lui dice che deve andare a cena con te e Ali. E a me nun me porti?». Era Sergio Leone. La tavola si allargò a quattro teste più consorti che si sarebbero sedute in un tavolo a parte. Il telefono di Minà però squillò ancora una volta:

«Gianni, tu dirai che io sono un hijo de puta se ti chiamo solo oggi, ma sono alla mia ultima sera qui a Roma e dovevo vedermi con De Niro e Leone, ma sembra che siano occupati con Muhammad Ali. Sai chi lo porta?». Dall’altra parte c’era Gabriele García Márquez. E così fu tavolo per cinque, con Sergio Leone che decise per tutti di andare da Checco er carrettiere.

Il racconto dello stesso Minà:

Gianni Minà e la sua agendina:

Ci sarebbero tanti altri momenti da raccontare o meglio da richiamare all’attenzione di chi ha avuto la bontà di leggere quest’articolo, uno su tutti è un’altra intervista esclusiva quella concessa dal Pirata Marco Pantani, dopo i fatti (assurdi) di Madonna di Campiglio, ma vogliamo chiudere quest’articolo con un altro aspetto del personaggio e giornalista Gianni Minà, quello scherzoso e gergale che lo ha sempre distinto dagli altri. Nei racconti di Minà i personaggi cambiavano ma erano sempre di alto livello, intervistò il leader cubano Fidel Castro nel 1987, quel legame con Cuba e la rivoluzione lo portò a conoscere bene i figli di Ernesto “Che” Guevara. I suoi inizi furono all’insegna dello sport con le interviste ai velocisti Pietro Mennea e Tommie Smith, e il pugile Nino Benvenuti. Nel 1996 incontra il Dalai Lama per la trasmissione Storie, e poi ancora tanti altri nomi che risultavano scritti (come la leggenda narra) in una famosa agendina. Cogliamo l’occasione di ricordare tutta la carriera di questo grande uomo e professionista attraverso uno dei video più ricercati sul web, proprio sull’agenda di Minà a indicare quanto Gianni fosse auto-ironico, sopratutto quando si trovava a fianco di persone altrettanto uniche e geniali, come Massimo Troisi:

In conclusione possiamo ricordare come lo stesso Minà, fosse amareggiato e avesse in più occasioni denunciato la perdita di materiale in archivio storico Rai, che veniva sistematicamente cancellato per fare posto a cose più frivole e allo stesso tempo ci auguriamo che persone così trovino ancora la forza di palesarsi anche se i tempi sono cambiati e non ci sono nemmeno più personaggi altrettanto storici da raccontare. Minà è un patrimonio storico da tutelare e speriamo che questo Paese se ne accorga in fretta, prima che qualche altro reportage o documentario vada perduto per sempre.

Marco Giavatto

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