L’Argante 83 || Marco Bottari riporta a Teatro SHERLOCK HOLMES!

Caro Marco, grazie intanto di essere qui e di aver accettato questo incontro con L’Argante per parlare della tua ultima fatica teatrale e non solo prettamente teatrale direi, visto che tu hai scritto il soggetto ed elaborato una sceneggiatura complessa per il tuo “H. Nulla è più innaturale dell’ovvio”.

Grazie a te per l’invito! È sempre bello poter parlare delle proprie fatiche, specialmente se, come in questo caso, assumono progressivamente i tratti del parto tri-gemellare senza cesareo.

Una premessa: ti va di raccontarci meglio di cosa tratta questo spettacolo? Il lettore si chiederà certo se si tratta della solita storia di casi irrisolti da giallo romanzesco.

Mi sembra un giusto punto di partenza, inevitabile premessa ad un lavoro altrettanto faticoso. Ma farò del mio meglio per essere chiaro!

La storia è ambientata nel 1894 a Londra e si pone in un ipotetico universo narrativo in cui Holmes, a seguito della colluttazione avvenuta (due anni prima) presso le cascate di Reichenbach con il suo acerrimo nemico, il Professor James Moriarty, è sopravvissuto ed ha fatto il suo ritorno nella capitale inglese. L’investigatore, rientrato a Londra in mezzo all’incredulità generale, si è rimesso subito a lavoro a fianco del fedele collaboratore, l’amico Dott. John Watson. 

Un giorno però, dopo alcuni casi semplici e di poco conto, riceve la visita di un anziano e celebre musicista, Sir Edward Morris, meglio conosciuto come il primo violinista della Royal Philarmonic Orchestra di Londra. Questi denuncia ad Holmes la scomparsa del suo violino preferito, un prezioso Stradivari dal valore inestimabile e commissiona all’investigatore il caso, che sembra avere una inevitabile soluzione: l’unica persona presente al teatro la sera della scomparsa è il secondo violinista dell’orchestra, il francese Monsieur Jean Olivier Trustois, che resta dunque l’unico sospettato.

Proprio per questo motivo Morris non si è recato alla polizia ma ha scelto Holmes per risolvere il caso: in aperto conflitto con il collega francese ed invidioso del suo talento, cerca in Holmes un attore per infangare la reputazione del rivale. Questi avrebbe dichiarato colpevole Trustois al posto dello stesso Morris e tutto sarebbe andato per il meglio per l’anziano musicista.

Holmes sembra procedere nella direzione prevista quando, d’un tratto, tutto si ferma e le indagini si arenano. A niente valgono le preghiere e l’insistenza del cliente musicista, né del collaboratore Watson: Holmes si è perso dentro un caso che sembra, a detta sua almeno, voler raccontare ben altre storie.

Un anno passa e Holmes, rimasto solo nel suo appartamento del 221B di Baker Street, è stato abbandonato da tutti. Watson si è definitivamente trasferito in un appartamento con la moglie e non ha più contatti con lui; Sir Edward Morris morirà dopo sei mesi, colpito da un colpo apoplettico.

Ma il fratello Mycroft ha un’ultima, disperata idea, e decide di coinvolgere l’Ispettore Greg Lestrade e l’amico Watson per realizzarla. Sarà questo l’ultimo tentativo di far svegliare Holmes dal suo sonno che “genera mostri” (come avrebbe detto Goya) e di riportarlo vicino a chi lo reclama.

Un prologo e due atti e avrete tutte (o quasi) le risposte!

E’ una trama al quanto intricata e interessante davvero. Ma non ci aspettiamo di meno da una storia con Holmes. Senti, Sherlock Holmes è un personaggio letterario ideato da Sir Arthur Conan Doyle alla fine del 1800. La sua prima apparizione risale al romanzo Uno studio in rosso del 1887. Negli ultimi anni è stato interpretato al Cinema nei due film di Guy Ritchie con Robert Downey jr. (2009 e 2011) e nella serie tv della BBC con Benedict Cumberbatch dal 2010. Perché portare Holmes a teatro oggi nel 2022 e reinterpretarlo, rivisitarlo in questo modo? Cosa porta ancora Arthur Conan Doyle ai giorni nostri e nella tua rivisitazione? 

Hai detto benissimo, le opere dedicate a questo personaggio hanno conosciuto, nell’ultimo quindicennio, un interesse del tutto speciale. È innegabile che io stesso sia caduto vittima (e ben felice di esserlo) del fascino di queste trasposizioni: dal narcisismo esasperato di Downey Jr. alla sociopatia dell’Holmes interpretato da Cumberbatch. Due precedenti di grande successo cinematografico e televisivo che non si possono proprio ignorare. Quando nell’ormai “lontano” 2019 mi sono approcciato alla scrittura del mio spettacolo avevo lucidamente presenti le storie raccontate da queste superstar.

In questo clima febbrile, un’idea mi balenò alla mente e decisi di dare totale sfogo ai dialoghi che crescevano dentro di me come fiori primaverili. Buttai giù dunque la prima versione del testo in un paio di settimane.

Qui però sta la prima risposta alle tue domande, ovvero il perché, il senso alla base di un’opera teatrale su Holmes nel 2022. Ebbene, conscio di queste prerogative, mi sono da subito preoccupato di non lasciare niente al caso e di non essere schiavo delle sceneggiature che, fin da bambino/ragazzo, mi avevano insegnato quello che credevo essere lo Sherlock Holmes di Baker Street. Decisi quindi di cambiare prospettiva e di, a testo già completo, mettere in discussione la mia idea di questo eccentrico personaggio: mi decisi a studiare tutti i testi (romanzi, racconti e così via) di Arthur Conan Doyle sul celebre investigatore.

Non mi sono pentito di questa scelta, che avrei potuto facilmente evitare, rimanendo su una interpretazione che non avrebbe reso giustizia alla vera natura di quest’uomo, così come ci viene raccontata dal suo creatore, ma che certamente avrebbe soddisfatto la maggior parte degli spettatori. Potremmo dunque parlare (per sentirci tutti un po’ Montale) di un “attraversamento” di Holmes, e non di un superamento delle letture effettuate dai miei “colleghi” cineasti (ben più celebri del sottoscritto).

Per dare infine una risposta al secondo dei tuoi quesiti mi appello ad una tanto inevitabile, quanto necessaria premessa: condicio sine qua non questo discorso possa continuare è che si tratta solo di un punto di vista e, per definizione, può scontarsi con quello del lettore più ortodosso. A questi non mi resta che rispondere che al mondo c’è spazio per tutti, soprattutto per chi è accecato come lui.

Il teatro è in una crisi d’identità senza precedenti, questo è di fronte agli occhi di tutti. Pochi sono i suoi frequentatori assidui, pochi tra questi i giovani e giovanissimi con una mente critica sufficientemente sviluppata per approcciarvisi. Quindi, quando mi sono ritrovato a scrivere e modificare il mio testo, da moltissimi amici e colleghi mi veniva invocata una “semplicità di scrittura”, una “chiarezza degli intenti”, una “morale lineare ed esplicita” che andasse incontro alle esigenze del suddetto pubblico. Ebbene, a questi e ad altri ho risposto nell’unico modo possibile: se il pubblico non è pronto troverà il modo di diventarlo. L’opera non si pone certo su di un piano pedagogico in stile De Amicis, non mi si fraintenda, non è questo che l’ha portata in vita; quando scrivo lo faccio perché chi mi ascolta, o legge, o prova a fare entrambe le cose, si sforzi di incastrare tutti gli indizi che gli fornisco. Tanto basti, e credo che questo sia il miglior dono che possa fare a chi ha ancora curiosità di sedersi in un sala e ascoltare una storia finora non raccontata. Mi sentirei in colpa altrimenti.

E’ una scelta stilistica coraggiosa. Specie per il pubblico di oggi, ma come tu dici non si devono ceto semplificare le proprie “trame” per attirare un pubblico o auto censurare la più difficili e complesse sfaccettature della propria scrittura per essere più fruibili. Capita spesso anche a me. 

Parliamo ora di Arthur Conan Doyle, considerato il padre di tutto un filone della letteratura dopo di lui diventato immenso e che prende il nome di giallo deduttivo (anni dopo sarebbe arrivata anche Agatha Christie, creando anche lei un mirabile e immortale personaggio-investigatore, Poirot). E nello specifico questo grande autore ha scritto un totale di 4 romanzi, 59 racconti e 3 commedie teatrali con protagonista il suo celebre personaggio. Hai letto tutto questo materiale? Il tuo incontro con i romanzi di Arthur Conan Doyle come è nato? 

Come dicevo poc’anzi, l’incontro è stato da me cercato e voluto e mai mi sono pentito di questa scelta. Dal numero di storie che ho sentito e visto nel corso degli anni con protagonista Sherlock Holmes, avrei potuto benissimo estrapolare i personaggi e le linee narrative principali. Ma non credevo di rendere sufficientemente onore al suo vero ed originario creatore. 

Per tornare alla tua domanda la risposta è sì, ho letto tutto e mi sono divertito tantissimo! Quante storie incredibili e sviluppi inaspettati che si trovano in questi scritti!

C’è da dire, e questo è un dato di fatto, che il medium linguistico scelto da Doyle nella stesura di tutte queste fatiche è sempre a favore di un pubblico seriale (e questa sarà certamente non solo il motivo del suo grande successo, ma anche un esempio che ha illuminato tutta la narrativa del giallo dei decenni a seguire), e che quindi al terzo romanzo e al cinquantesimo racconto la struttura della sintassi e della sinossi possa risultare alquanto ridondante. Poco male dico io: è il contenuto a colpire davvero molto e che, ancora oggi, affascina generazioni di lettori.

Piccolo appunto: romanzo preferito, da non perdere assolutamente, è “Il mastino dei Baskerville”. Nella mia opinione la punta di diamante della produzione di Doyle, sia per originalità che per stile.

Sono d’accordo. Talmente famoso e importante che è stato trasposto anche nei fumetti! Nel celebre primo episodio della Vita di Paperon ‘de Paperoni (in 12 puntate) di Don Rosa le citazioni sono continue, forse anche per questo è uno dei miei fumetti preferiti. Citare addirittura Doyle nella letteratura per immagini è la dimostrazione di quanta fama e giusti omaggi egli abbia ricevuto in ogni senso. 

A proposito di questo: citazioni, rivisitazioni in ogni arte, fumetto compreso appunto. Cosa pensi delle varie riduzioni.. oh beh scusa non amo davvero mai chiamarle così, non penso che il cinema riduca davvero nulla ma cambia solo semmai peculiarità narrative (ovviamente)… diciamo allora: trasposizioni cinematografiche? 

Trovo che il personaggio sia figlio del suo tempo e che per questo inevitabilmente debba essere reso con quello che è il linguaggio di chi lo racconta. Così è per tutti i personaggi creati nella storia della letteratura: dal Don Chisciotte di Cervantes al Dracula di Stoker.

Ho notato quindi, con poca sorpresa, quanto gli stessi adattamenti che ho incontrato nella mia infanzia e nella mia prima età adulta ( non mi esprimo su quelli dei precedenti decenni, sono troppo lontani dalla mia prospettiva in questo momento) siano legati ad un trend o una tendenza insita nella loro produzione.

Niente da dire sulle scelte narrative: ho trovato illuminante l’utilizzo di storie come quella del Professor Moriarty nei film di Guy Ritchie, tanto quanto quella di un anziano e sperduto Holmes resa dal maestro Ian Mckellen in “Mr Holmes – il mistero del caso irrisolto”. Poca fortuna ho visto nel tentativo esasperato di trovare altri personaggi da inserire nell’universo di Doyle, come nel film prodotto da Netfilx e dal titolo “Enola Holmes”, più una mossa pubblicitaria che un vero e proprio lungometraggio (ci sorprendiamo davvero di sentire queste parole visto il nome del produttore?), dove le scelte del cast sono dettate dagli incassi che ne deriveranno, più che dal bisogno di affidare a questi la resa “originale” di personaggi così spassosi.

Ci inviti quindi il 7 luglio?

Come non potrei! Vi aspettiamo tutti il prossimo 7 di luglio presso il Chiostro del Teatro San Martino di Sesto Fiorentino (FI) , ore 21 e 15. Ultima replica prima dell’insperata pace e arsura dei mesi estivi.

 

Adesso una domanda un po’ scomoda, ma va fatta. Visto che in molti si sono chiesti (a seguito della prima visione) il senso del finale che hai dato a questa opera. Ti va di raccontarci meglio cosa significa per te?

Hai ragione, non possiamo sorvolare su questo punto, di importanza centrale. Come sai lo spettacolo è composto da un prologo e due atti, con un secondo atto che si configura come un vero e proprio epilogo della vicenda, i cui tratti fondamentali sono illustrati nel corso del primo.

Ebbene, in molti sono rimasti sorpresi di quanto potere abbia dato loro e quanto poco ne abbia tenuto per me nello scrivere un finale come quello che avete visto (no spoiler, lo giuro!). Tantissimi sono venuti da me chiedendomi se avessero capito bene, oppure se si fossero persi nei meandri di una storia dai troppi elementi, in bilico tra il reale ed il surreale.

Per dare una risposta breve a queste richieste posso dire che non esiste una “risposta”: il finale è volutamente ad interpretazione. Perché, mi direte? Per permettervi veramente di essere parte attiva di quello che guardate, per giocare davvero con il testo e con i personaggi. E poi, parliamone: chi sono io per dirvi cosa è giusto e sbagliato? Volete che vi dia una morale? Sono convinto che siate pienamente capaci di estrapolarla dal testo con più passione di quella che potrei scovare io nel tentativo di donarvene una.

Dai faccio una di quelle cose da giornalismo spicciolo e scontato e ti chiedo di dirci perché dovremmo venire assolutamente a vederti a teatro ma una motivazione la do prima io che ho già visto la premiere! Questa volta è all’aperto! 

Sorvolando sul fatto che avrei detto la stessa cosa (solo chi era presente alla prima capirà) dovrò sforzarmi di trovare altre e più mirabolanti motivazioni.

Allo spettatore che si approccia a quest’opera dico che certamente vedrà una storia dove lui stesso ha un ruolo centrale: quello dell’investigatore. Niente, o quasi, è detto a caso o sprecato in questo testo, ed ogni elemento che ascolterà sul palco sarà un pezzo del puzzle che gli permetterà di scoprire la soluzione al caso (o almeno la sua). Una storia che, con la giusta temperatura, può facilmente appassionare e creare un legame e delle domande che meritano una seconda (o terza) visione per essere completate.

In sunto: ci si diverte!

A presto a Teatro allora!

 

Stefano Chianucci

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