L’Argante #18 I cantastorie di oggi: da Giorgio Gaber a Caparezza

Nelle “scorse puntate”, qui sull’Argante, abbiamo parlato anche di come il teatro abbia la potenziale capacità di contaminare tutte le altre arti (qui l’articolo sul teatro e la giocoleria e qui quello sul teatro e il fumetto).

La musica è sicuramente una delle arti che meglio si sposa con il teatro. Nel corso dei secoli abbiamo visto come essi si siano spesso evoluti insieme, arricchendosi a vicenda in svariati modi.

L’Italia, sotto questo punto di vista, ci ha offerto (e, se cerchiamo bene, ci offre tuttora) artisti che riescono a fondere perfettamente musica e teatro, cantautori istrionici, che possiamo tranquillamente definire dei cantastorie o dei menestrelli.

Giorgio Gaber e il teatro canzone

Uno dei primi nomi, se non il primo in assoluto, se pensiamo all’incontro tra musica e teatro è sicuramente quello di Giorgio Gaber, grazie al quale negli anni ’70 nacque il “Teatro canzone”, nel momento in cui il cantautore decise di abbandonare la televisione per dedicarsi maggiormente al teatro. Il primo spettacolo in cui sperimentò questo suo nuovo modo di fare musica fu Il Signor G (che iniziò ad utilizzare anche come suo pseudonimo), dove venivano alternate canzoni a veri e propri monologhi interpretati da lui stesso e dove riusciva ad unire un’ironia pungente ad una sognante poesia.

Prosa e canzone si alternano e spesso si fondono; capita anche che lo stesso testo venga qualche volta cantato, qualche volta interpretato (un esempio è L’orgia: ore 22 secondo canale, testo in rima che, in entrambe le versioni, riesce a descrivere in modo così preciso una situazione da riuscire a farla vivere anche a chi sta ascoltando). Da quel momento in poi, quello divenne il suo principale modo di fare spettacolo; in ogni rappresentazione era presente un filo conduttore (spesso anche di tipo emotivo, come lo stesso Gaber afferma) che legava i pezzi cantati a quelli recitati, avendo come risultato uno spettacolo compatto e coerente.

Gaber però non fu ovviamente il solo che riuscì a fondere teatro e musica. Molti cantautori italiani, anche se in modo diverso, sono stati capaci di rendere i loro brani incredibilmente teatrali, grazie soprattutto all’intenzione che mettevano nell’interpretazione dei loro pezzi.

Lucio Dalla e il grammelot

Altra personalità importante da citare in questo caso è Lucio Dalla. Il cantautore bolognese aveva infatti un modo di interpretare le canzoni incredibilmente teatrale, utilizzando spesso anche il grammelot (linguaggio onomatopeico che non utilizza parole di senso compiuto, ma si basa sul suono, il ritmo e l’intonazione). Eccezionale, sotto questo punto di vista, la scena dove, interamente in grammelot, smonta un clarino e interagisce con le sue varie parti, giocando con i suoni dello strumento e i suoni prodotti dalla sua voce, coinvolgendo in questo anche il pubblico. La padronanza di questa tecnica (e non solo, ovviamente), lo portarono ad avvicinarsi artisticamente e personalmente a Dario Fo (che più di tutti in Italia è riuscito a sfruttare appieno le capacità del grammelot); tra i due c’era infatti grande stima, e nacquero anche interessanti collaborazioni.

Dario Fo e la collaborazione con il cantautorato italiano

Lucio Dalla non fu l’unico cantautore con cui Dario Fo decise di collaborare; molte altre importanti personalità musicali infatti si avvicinarono a lui, tra cui anche Enzo Jannacci. Per sempre celebre rimarrà il brano Ho visto un re, con il testo scritto da Dario Fo e contenuto in uno dei più importanti album di Jannacci, Vengo anch’io. No, tu no. Questo brano venne anche eseguito, o meglio, “messo in scena”, nel 2001 su Rai 1, dove troviamo Dario Fo, Enzo Jannacci, Giorgio Gaber, Andriano Celentano e Antonio Albanese attorno ad una tavola imbandita che interpretano il brano e si scambiano battute.

I cantastorie del ventunesimo secolo

Nonostante la musica di oggi non sia più legata al teatro come lo era qualche decennio fa, è comunque possibile trovare artisti contemporanei che ancora cercano di mantenere viva la parte teatrale nei loro brani e nei loro concerti. A tal proposito, non si può non citare Caparezza che, soprattutto durante le esibizioni live, crea un’atmosfera molto teatrale, grazie anche all’uso di scenografia e costumi che, uniti anche a delle brevi “gag” messe in scena prima dell’esecuzione di alcuni brani, aiutano a creare l’ambiente giusto e a sottolineare ciò che è contenuto all’interno del testo delle canzoni. Lo stesso Caparezza d’altronde, durante un’intervista per l’uscita del suo album Museica, afferma di ispirarsi al teatro canzone di Gaber, e trova necessario inserire dello “spettacolo” all’interno dei suoi concerti (come quando per esempio interpreta, a modo suo, l’Otello prima del brano Ti sorrido mentre affogo, per poi iniziare a cantare “Leggere Shakespeare, questo è il vero problema”).

 

Altra artista, che sta acquistando fama proprio in questi anni, che mi sento di citare è la cantautrice e attrice Margherita Vicario. Soprattutto nel suo primo album, Minimal Musical, raccoglie infatti dei brani che spesso e volentieri narrano delle storie, come quella dell’incontro tra due sconosciuti ad una festa, o quella del piccolo pettirosso che viene sbeffeggiato dal merlo per il suo timore di volare e di lasciare il nido. Questi brani, a mio parere, rendono al meglio durante la loro esecuzione dal vivo, grazie anche alla capacità della cantautrice di interpretare, grazie al cambio di tono, intonazione e intenzione, i vari personaggi all’interno del brano, e grazie anche al suo modo ironico, sia mentre canta che mentre racconta, di descrivere una situazione.

Conclusioni

I nomi di artisti che potremmo continuare a citare parlando di questo argomento sono tanti, partendo da cantautori come Edoardo Bennato, passando per cantanti e attori come Simone Cristicchi, fino ad arrivare a gruppi musicali come Elio e le Storie Tese. Ognuno con un modo diverso di esibirsi, di performare, di mescolare le arti, di raccontare storie. E quindi, in sostanza, che sia tramite l’uso di maschere e costumi, di linguaggi particolari o semplicemente di una chitarra e della propria voce, il teatro riesce sempre, se glielo si permette, a trovare un modo per essere presente.

 

Irene Bechi

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