«Tutti sono presumibilmente innocenti finché non vengono accusati di un crimine e poi condannati da una giuria di pari. Non mi ero mai preso il tempo di comprendere davvero questo ideale… finché non sono diventato vittima di false accuse. Perché non solo io sono presumibilmente innocente. Io sono innocente. E so che la verità sarà la mia salvezza.»
Los Angeles, 5 gennaio 1994.
Sul palco dei NAACP Image Awards –premio attribuito ogni anno dalla National Association for the Advancement of Colored People come riconoscimento per il lavoro svolto da persone nere nel mondo dell’arte–, Michael Jackson dovrebbe limitarsi a consegnare un premio. È il Re del Pop, è appena stato accolto da un’ovazione e il protocollo è semplice: annunciare il vincitore, stringere una mano, sorridere alle telecamere. Michael, invece, prende il microfono e interrompe il copione. Non parla di musica, non parla di spettacolo. Il suo discorso converge su un’unica parola: Innocenza.
La pronuncia come se non fosse un principio giuridico, ma un’identità. Non sta cercando di convincere il suo pubblico, bensì di difendere l’immagine più profonda che ha di sé, contaminata irrimediabilmente dopo le accuse di molestia su minore dell’anno prima.
Ed è proprio qui che si nasconde la seconda tessera del Puzzle Jackson.
Dopo aver osservato la logorante convivenza tra il bambino e l’adulto (potete leggere il primo pezzo di questa rubrica su l’adulto e il bambino qui), emerge un’altra frattura, ancora più difficile da ricomporre: quella tra il puro e il cattivo. Perché Michael Jackson ha passato tutta la vita a inseguire la purezza e, allo stesso tempo, a giocare con il male.
Il peccato e l’innocenza

Per trovare una chiave di lettura di quest’ulteriore contraddizione dobbiamo tornare lì dove tutto è cominciato: i terribili otto anni. Come abbiamo raccontato nel precedente articolo, mentre i suoi coetanei giocavano per strada, Michael attraversava l’America con i Jackson 5. A bordo di un furgoncino malridotto, in cui pativano il caldo d’estate e il freddo d’inverno, il padre li portava da un capo all’altro della costa orientale degli Stati Uniti, facendoli esibire ovunque: dai talent show nei pub ai veri e propri night club. Dietro le quinte entrava in contatto con un mondo “vietato ai minori”: spogliarelliste, spettacoli hard, uomini ululanti. Assiste ai numerosi tradimenti del padre, condivide la stanza coi fratelli che si divertono con le groupies noncuranti di avere un bimbo di 8 anni nella stanza, osserva cose che lo sconvolgono.
In un posto di Chicago, ero solito stare ai lati del palco per osservare una donna che si chiamava Mary Rose. Dovevo avere nove o dieci anni. La ragazza doveva togliersi i vestiti e la biancheria per gettarla poi al pubblico. Gli uomini la raccoglievano, la annusavano e urlavano. I miei fratelli e io assistevamo a tutta la scena e mio padre non se ne preoccupava molto.”…” In un altro locale avevano praticato un foro nella parete dei camerini dei musicisti, che serviva anche da muro divisorio con la toilette delle donne. Si poteva sbirclare dal foro e anch’io l’ho fatto, vedendo cose che non ho più dimenticato. Quando andammo all’Apollo Theater di New York, vidi qualcosa che mi colpì in modo particolare, perché non avevo mai immaginato che potesse esistere quel genere di cose. Di spogliarelliste ne avevo viste moltissime ormai, ma quella volta la ragazza dalle ciglia lunghe e dai capelli fluenti fece uno spettacolo grandioso. All’improvviso, verso la fine, si tolse la parrucca ed estrasse un paio di arance dal reggiseno, rivelando così di essere un ragazzo sotto tutto quel trucco. Rimasi scioccato.
-M.Jackson, Moonwalk, 1988–
Tornando a casa da mamma Katherine Michael viveva una dolorosa frattura interiore: non avrebbe mai potuto confessarle ciò che vedeva, ciò che accadeva durante quelle notti, né il turbamento che quelle esperienze gli lasciavano addosso. Il silenzio, la menzogna diventavano, così, la prima origine dei suoi conflitti. Nell’impossibilità di coincidere con l’immagine che sua madre e, ai suoi occhi, Dio stesso si aspettavano da lui, finiva per percepirsi come irrimediabilmente colpevole. Ogni mattina rinnovava la promessa di essere un bravo Testimone di Geova; ogni sera tradiva quella promessa radicando in sé il precoce senso di colpa per la distanza tra ciò che era e ciò che avrebbe voluto essere. Aveva già perso la sua innocenza; porre rimedio per ricostruirla inseguendola ostinatamente sarebbe diventata una delle tensioni più profonde della sua esistenza.
L’irresistibile fascino dell’oscuro

Michael è un bravo ragazzo. Non lo sentiremo mai imprecare o lasciarsi andare a volgarità in tutta la sua vita. Conserva una forma di galanteria quasi d’altri tempi che non perderà mai, nemmeno negli anni delle accuse e dell’esposizione mediatica più feroce. Eppure, accanto a questa indiscutibile bontà, convive un’altra pulsione. D’altra parte è un ragazzo americano cresciuto negli anni Settanta, affascinato dai film horror, dai mostri, dall’oscurità. Desidera conoscerla meglio, sfiorarla almeno, sbirciandola negli occhi. Il primo passo in questa direzione è Thriller. Per Michael, l’abbiamo detto, interpretare significa attraversare, esplorare possibilità dell’esperienza umana che nella sua vita reale non si concede mai. Il palcoscenico diventa il luogo in cui il bene può osservare il male senza esserne contaminato. E per avvicinarsi al male, osservarlo da vicino, sentirne il fascino, senza oltrepassare davvero quella soglia, Michael decide di affidarsi a John Landis, il regista di Un lupo mannaro americano a Londra. L’idea è folle per l’epoca: non un semplice videoclip, ma un vero e proprio cortometraggio horror. Un costosissimo gioco di ruolo cinematografico in cui il ragazzo più famoso del pianeta può, per qualche minuto, trasformarsi in un licantropo, poi uno zombie, infine il capo di un esercito di morti viventi che danza sotto la luna. Ma il gioco diventa pericoloso quando alcuni anziani della congregazione dei testimoni di Geova gli fanno presente che quel video, popolato di licantropi, zombie e riferimenti all’occulto, è incompatibile con gli insegnamenti della fede. Entra nel panico, teme di aver peccato. Ordina a John Landis di fermare tutto, di bruciare la pellicola e di non pubblicare il videoclip. Per convincerlo ricorrono a un precedente illustre: Bela Lugosi, l’attore che aveva consacrato la propria carriera interpretando Dracula, era un cattolico praticante ma prima dell’uscita del film aveva chiarito pubblicamente che il personaggio apparteneva esclusivamente alla finzione e non rifletteva la sua fede né i suoi valori. Michael si convince: se un attore può interpretare il male senza farsene portatore, allora anche lui può trasformarsi in un mostro sullo schermo senza tradire ciò che è nella vita. Pretende. però, all’inizio del videoclip una dichiarazione che non lasci dubbi:
A causa delle mie forti convinzioni personali, desidero sottolineare che questo video non approva in alcun modo la credenza nell’occulto.
Ha bisogno di rassicurare il pubblico, ma prima ancora se stesso: quel mostro è soltanto una maschera che non può contaminare l’uomo che lo interpreta. Eppure, Michael non riesce a lasciarla andare. La storia finisce, il videoclip sembra concluso, ma poi lui si volta lentamente verso la macchina da presa. Sorride. I suoi occhi diventano gialli: il mostro è ancora lì. Dopo aver fatto di tutto per convincerci che appartiene alla finzione, ci lascia col dubbio. Forse quel male non lo ha posseduto davvero, ma nemmeno lui è mai riuscito a convincersi di poterlo guardare senza rischiare di esserne contaminato. Lo tiene sempre a un passo di distanza, senza mai la certezza che quel passo sia davvero sufficiente.
Una carriera da cattivo
Se Thriller rappresenta il primo timido avvicinamento all’oscurità, negli anni successivi Michael Jackson sembra tornarci continuamente. Nella vita privata resta un timorato uomo di Dio, un’anima profondamente religiosa che vive la beneficenza come un dovere morale (Michael è a tutti gli effetti la pop star più generosa della storia, un primato certificato dal Guinness dei Primati per aver donato in vita oltre 300 milioni di dollari e sostenuto più di 39 cause umanitarie). Eppure sul palco, ogni volta che può, sceglie il lato opposto. È come se il male – o il poter sperimentare cosa significhi incarnarlo – esercitasse su di lui un fascino irresistibile. Con Bad (1987) questo meccanismo emerge chiaramente. Michael si presenta avvolto in cuoio nero, borchie, catene e fibbie, muovendosi in una metropolitana degradata per ripetere quasi ossessivamente: “I’m bad”. Ma per quanto cerchi di convincerci, e per quanto Martin Scorsese ci metta tutto il suo talento visivo, Michael non sembra un uomo naturalmente violento. Appare piuttosto come qualcuno che prova a capire cosa si provi dall’altra parte, indossando per qualche minuto i panni del duro, del ribelle, del ragazzo di strada che non è mai stato.
Negli anni Novanta il gioco cambia ancora. Con Is It Scary (1993), Michael abbandona definitivamente la figura del gangster (altra sperimentazione sul campo del cattivo del video di Smooth Criminal) per diventare il mostro. Questa volta, però, il punto di vista si ribalta completamente: non è lui a proclamarsi cattivo, sono gli adulti a guardarlo come una creatura inquietante, a volerlo lontano e a considerarlo pericoloso. Al contrario, i bambini fanno l’esatto opposto: lo cercano, giocano, ballano e ridono con lui. Il mostro, insomma, esiste soltanto nello sguardo degli adulti. – inquietante che, pochi mesi dopo (a causa delle accuse di molestia del 13enne Jordan Chandler) quella metafora smette di essere confinata solo al territorio della rappresentazione. L’incubo messo in scena in Is It Scary collassa nella realtà: essere guardato come una creatura spaventosa che minaccia i bambini non appartiene più al videoclip. Esce dallo schermo, lo raggiunge e lo travolge.–
Ma è con Threatened, l’ultima traccia di Invincible (2001) – e ultima traccia registrata in assoluto di tutta la sua vita– che la sua ricerca ricerca arriva al suo punto estremo. Qui Michael non interpreta più un duro, né un uomo perseguitato: parla direttamente come il mostro. Grazie anche ai campionamenti della voce di Rod Serling, storico narratore di The Twilight Zone, il brano assume i toni di un thriller psicologico. Michael diventa una presenza invisibile che osserva, conosce i pensieri altrui, minaccia e si nutre della paura generalizzata. È un ribaltamento completo: se in Thriller il mostro arrivava dall’esterno, qui prende la parola, come se avesse ormai deciso di appropriarsi dell’immagine inquietante che la stampa e il mondo intero gli stava cucendo addosso. «Volete vedermi così? Allora divento molto più mostruoso di quanto mi avreste mai immaginato.»
Quando il mostro diventa l’uomo

Arriva il processo del 2005, con le stesse identiche accuse di molestia su minore mosse, però, da un altro ragazzino: Gavin Harvizo. Michael si ritrova, dopo i lunghi colloqui con il rabbino Shmuley Boteach in cui tornava insistentemente sulla parola “innocenza” – intesa come condizione essenziale dell’essere umano – a vivere l’incubo intollerabile di un mondo che lo vedeva come un criminale predatore. È un colpo letale che mette in crisi la sua stessa essenza, le sue coordinate, stigmatizzandolo indelebilmente. Crolla il suo regno e, con esso, l’illusione che la propria eccezionalità lo sottraesse ai parametri comuni.
Nonostante l’assoluzione piena arrivata in tribunale nel 2005, il processo dell’opinione pubblica non si è mai davvero concluso. Anche dopo la sua morte, il mito continua a essere trasformato da documentari, testimonianze, nuove accuse, ritrattazioni e procedimenti civili che mantengono la sua storia in una condizione di perenne revisione. La sua biografia resta un terreno conteso, dove ogni nuova ricostruzione rimette in discussione la precedente e nessuna verità è capace di imporsi definitivamente.
Qui si consuma il dramma di questo pezzo di puzzle. Michael Jackson ha passato la vita a sfidare il male sul terreno dell’arte, mentre dentro di sé inseguiva la purezza come una patria perduta. E il corto circuito finale è spietato: l’uomo che ha cercato l’innocenza con un’ostinazione quasi mistica fino all’ultimo respiro, è diventato proprio colui al quale il mondo, a prescindere da ogni verità, non sarà mai più disposto a restituirla.
Serena Politi





