L’Argante 260: Gliel’hanno suonate!

C’è un momento preciso in cui una carriera pubblica smette di essere una traiettoria e diventa un boomerang. Parte con convinzione, torna indietro con precisione chirurgica. E quando colpisce, non lo fa mai piano.

È esattamente quello che è successo a Beatrice Venezi, protagonista di una vicenda che ha trasformato una nomina già controversa in un caso culturale, politico e mediatico.

Il Teatro La Fenice di Venezia ha deciso di “annullare tutte le collaborazioni future” con quella che, fino a pochi mesi fa, doveva essere la direttrice musicale stabile del teatro per i prossimi quattro anni. Una scelta netta, motivata dal sovrintendente Nicola Colabianchi con parole pesanti: dichiarazioni “reiterate e gravi”, “offensive e lesive del valore artistico e professionale” dell’orchestra.

Il punto di rottura è noto. Un’intervista rilasciata al quotidiano argentino La Nación il 23 aprile. Una frase, apparentemente semplice, ma capace di far saltare il banco:

“Questa è un’orchestra nella quale i posti si passano praticamente di padre in figlio.”

Una frase che non è rimasta sospesa nell’aria. È caduta. E ha fatto rumore.

È difficile non restare colpiti, più che dall’effetto della frase, dalla sua disarmante semplicità. In poche parole si comprime una rappresentazione: un’intera orchestra ridotta a un meccanismo di trasmissione familiare, a un riflesso di nepotismo e familismo.

È linguaggio da slogan, non da podio. E qui non si tratta di divergenze artistiche. Si tratta di adeguatezza. Perché parole così non sono solo discutibili: risultano platealmente false rispetto al funzionamento reale di un’istituzione come la Fondazione Teatro La Fenice, dove l’accesso avviene tramite concorsi pubblici internazionali. Ma soprattutto pongono una domanda inevitabile: quale rapporto si intende costruire con un ambiente descritto in questi termini?

⚖️ La risposta dell’orchestra: merito, non dinastie

La reazione non si è fatta attendere. La RSU del teatro ha parlato senza mezzi termini di dichiarazioni “gravi, false e offensive”, capaci di ledere la dignità e la professionalità delle professoresse e dei professori d’orchestra.

Non solo. Ha sottolineato un punto cruciale: i musicisti della Fenice sono selezionati esclusivamente attraverso concorsi pubblici basati sul talento e sul rigore procedurale. Nessuna ereditarietà. Nessun passaggio di testimone familiare. Il problema, quindi, non è stato solo il contenuto. È stata la frattura. Perché la direzione d’orchestra non è solo tecnica. È relazione. È fiducia. È equilibrio. E senza rispetto reciproco, quel sistema si spezza.

In realtà, il terreno era già fragile. La nomina di Venezi a direttrice musicale stabile, annunciata nel settembre precedente con incarico dal 1° ottobre 2026, aveva incontrato fin da subito l’opposizione dell’orchestra e del coro. Le motivazioni? Un curriculum ritenuto non all’altezza del prestigio della Fenice e una figura percepita come fortemente connotata sul piano politico, vicina al centrodestra. Un segnale simbolico era arrivato già durante il concerto di Capodanno: musicisti e coristi con una spilla raffigurante una chiave di violino. Un gesto silenzioso, ma chiarissimo. Poi le dimissioni: Domenico Muti e Alessandro Tortato lasciano il loro incarico nel Consiglio d’indirizzo al momento della ratifica. Insomma, la crepa c’era già. L’intervista ha solo fatto crollare il muro. Il caso non poteva restare confinato al teatro.

Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha preso atto della decisione, confermando piena fiducia al sovrintendente. Una presa di posizione istituzionale, calibrata, quasi notarile. Molto meno diplomatica la reazione di Luca Pirondini, capogruppo M5s al Senato ed ex orchestrale, che ha parlato di rottura tardiva: una decisione che, secondo lui, sarebbe dovuta arrivare molto prima. E qui la vicenda smette definitivamente di essere solo musicale. Diventa politica.

Perché questa storia non è solo una questione di dichiarazioni infelici. È una questione di postura pubblica. Le parole di Venezi non sembrano un incidente. Sembrano una linea. Un modo di stare nel discorso pubblico che precede, e forse sostituisce, qualsiasi progetto artistico. E allora il punto diventa inevitabile: può un direttore d’orchestra guidare un’istituzione che descrive in questi termini? La risposta, a Venezia, è stata no.

Sembra facile sparare sulla cosiddetta croce rossa, ma una domanda a Beatrice va fatta: quale era il motivo per cui lei era stata nominata? Amichettismo? Che è meglio di nepotismo? La verità è che la “direttora” ha voluto imprimere una linea inequivocabile sul suo pensiero politico, fino all’ultimo. “Molti nemici, molto ridicolo disonore”. Era chiaro che prima o poi sarebbe arrivato un passo falso. Ed è arrivato. Ed è altrettanto chiaro che Alessandro Giuli è un affarista, uno che vuole tenere insieme tutto e tutti. Rinunciare a un’amichetta per passare da grande decisore, in questo contesto, è stata una mossa fin troppo semplice. Ma la partita non finisce qui. Perché il problema non è chi se ne va. È chi arriva dopo. Occhi aperti: ultimamente, a sostituire i disastri del governo Giorgia Meloni, stanno arrivando figure meno appariscenti. Ma spesso ancora peggiori.

Nel frattempo, però, all’indomani del 25 Aprile arriva una bellissima notizia. Per chi crede nel merito. Per i direttori d’orchestra che hanno resistito a questo sopruso in tutti questi mesi.

Al “maestro” gliel’hanno suonate.

E questa volta, senza bisogno di spartito.

Marco Giavatto

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