Le Interviste Mortificate #18 II “Reims in Serie”: Antonio Susini racconta il teatro a puntate con MIMER

Il Teatro Reims di Firenze lancia un progetto unico nel panorama teatrale italiano: Reims in Serie, un format che porta la struttura narrativa delle serie TV direttamente sul palcoscenico. In occasione della nuova produzione MIMER – Una fame di un altro mondo, Antonio Susini, direttore artistico del teatro e regista dello spettacolo, ci racconta come è nata l’idea, le sfide della regia a puntate e il lavoro con la Compagnia NCP Città di Firenze.

Lo spettacolo, che fonde horror, black comedy e fantascienza, si sviluppa in tre episodi di 50 minuti, offrendo al pubblico la libertà di seguire le puntate singolarmente o partecipare alla maratona finale. In questa intervista, Susini spiega anche come la sua lunga esperienza come attore, formatore e regista abbia influenzato la creazione di un ensemble coeso e di un progetto che mira ad avvicinare nuovi spettatori, in particolare giovani, al teatro contemporaneo.

CLICCA SULL’IMMAGINE PER SAPERNE DI PIÙ
Il progetto “Reims in Serie” propone un’idea decisamente innovativa: portare il meccanismo della serie TV dentro il teatro. Come è nata questa intuizione e quale esigenza – artistica o di pubblico – vi ha spinto a sperimentare questo nuovo formato?

L’idea di Reims in Serie nasce da un’ispirazione a lungo coltivata: portare il meccanismo delle serie televisive nel teatro. La sfida principale era trovare un equilibrio tra scrittura e regia, perché solo quando dialogano in modo stretto uno spettacolo seriale può funzionare. Questo incontro artistico l’ho trovato con Marco Badi, con cui condivido visione e sensibilità: è nato così il desiderio di sperimentare un nuovo formato.

Abbiamo studiato il pubblico a cui rivolgerci e scelto giorni “non convenzionali” – martedì e mercoledì – per creare uno spazio parallelo alla stagione tradizionale. Fondamentale è stato anche l’uso del ledwall, che permette scenografie digitali innovative e rende il progetto più agile e facilmente esportabile.

L’obiettivo è proporre un modo nuovo di vivere il teatro, che unisca la narrazione avvincente delle serie TV all’unicità dell’esperienza dal vivo. Un teatro contemporaneo, di intrattenimento intelligente, capace di avvicinare le persone allo spazio teatrale. In futuro, il progetto crescerà con nuove storie, fino a creare un palinsesto seriale che completi e rinnovi la stagione teatrale.

MIMER – Una fame di un altro mondo” unisce horror, black comedy e fantascienza, con scenografie digitali su ledwall e una narrazione a puntate. Come cambia il lavoro di regia quando si costruisce uno spettacolo seriale rispetto a una messa in scena tradizionale?

Dal punto di vista drammaturgico, MIMER ci ha permesso di creare un “black comedy\fanta-horror” che possa attrarre anche spettatori non abituati a un tipo di teatro così sperimentale.

Per quanto riguarda la regia: il lavoro non cambia radicalmente rispetto alla messa in scena tradizionale. Il ledwall diventa il cuore visivo dello spettacolo, mentre il palcoscenico resta vuoto o semi-vuoto. Con 14 personaggi quasi sempre presenti in scena, la mia regia geometrica e precisa mantiene comunque il suo ruolo, come se lo spazio fosse completato da quinte reali.

La vera novità sta nella scrittura a puntate: ogni episodio si apre lasciando fili narrativi che si sviluppano nei successivi. È un primo esperimento, e non escludiamo che in futuro possano esserci puntate chiuse, come nelle serie televisive tradizionali. Questo format ci permette di esplorare nuove modalità narrative e di testare quanto il pubblico possa apprezzare un teatro seriale e contemporaneo.

Il progetto rivendica l’unicità dell’esperienza dal vivo. In che modo questo format può rappresentare una nuova porta d’ingresso per il pubblico, magari anche più giovane, verso il teatro?

È vero, quando si parla di innovazione si parla sempre di giovani e di come riportarli a teatro. Io credo che i ragazzi vadano coinvolti con linguaggi che li interessano davvero. In fondo è sempre stato il mio filo conduttore: unire la sacralità del teatro da cui provengo con la ricerca di strade nuove per avvicinare le persone e farle innamorare del palcoscenico.

Per me esistono solo due tipi di teatro: quello fatto bene e quello fatto male. Non è una questione di genere. MIMER rappresenta un buon connubio tra innovazione e tradizione: una storia a puntate, accessibile, non impegnativa – ogni episodio dura 50 minuti – proposta a un prezzo volutamente molto contenuto. È un investimento culturale prima ancora che economico: voglio lanciare qualcosa di diverso, creare un nuovo spazio di interesse.

In passato avevo già provato a innovare, portando il teatro giallo quando ancora non lo faceva quasi nessuno. Poi quel filone ha preso altre strade, più legate all’intrattenimento con cena e formula evento, allontanandosi dalla prosa vera e propria. Mi è rimasto un po’ l’amaro in bocca, perché ero convinto che si potesse costruire uno stabile del giallo a Firenze, fatto bene.

Oggi, con il Teatro Reims, ho finalmente uno spazio dove poter sperimentare davvero. Spero che questo nuovo format, così diverso da ciò che si vede normalmente in scena, trovi il suo pubblico e possa crescere nel tempo.

La produzione di MIMER coinvolge la Compagnia NCP Città di Firenze e una squadra artistica e tecnica molto articolata. Allo stesso tempo, lei ha attraversato il teatro in tutte le sue dimensioni – attore fin da giovanissimo, formatore, regista e oggi direttore artistico del Teatro Reims. In che modo questa esperienza così ampia ha inciso sul lavoro di ensemble e sulla regia di un progetto narrativamente complesso come questo?

MIMER è possibile grazie a un lavoro che parte da lontano. Dopo la chiusura del Teatro dell’Oriolo ho continuato a insegnare, ripartendo quasi da zero, in uno spazio in via Laura (Firenze). La nostra formazione non riguarda solo l’interpretazione, ma il teatro come organismo completo: attori, tecnici, organizzazione. Molti dei giovani coinvolti provengono proprio dalla nostra scuola e continuano a crescere artisticamente all’interno della compagnia. È un percorso legato a doppio filo tra didattica e produzione.

Il mio percorso personale ha sicuramente inciso su questa visione. Poi devo dire che insegnare mi tiene costantemente a contatto con persone e soprattutto con ragazzi, e mi spinge a riflettere su come incuriosirli e invogliarli a venire a teatro uno stimolo costante a trovare modi per rendere l’esperienza sul palco interessante, senza che diventi solo un’occasione per “mettersi in mostra”. Il teatro, per me, è dignità e rispetto del lavoro artistico.

Un progetto innovativo come MIMER nasce proprio da questa esperienza: dalla solidità della formazione e dalla volontà di sperimentare senza perdere il rigore della prosa. L’innovazione funziona solo se poggia su basi forti, e nel nostro caso queste basi sono il lavoro quotidiano con la compagnia e la continuità di un percorso costruito negli anni. Arrivare a fare un progetto di un teatro a puntate, è per me la sintesi di tutto questo.

Oltre alla formula a puntate, avete previsto anche la “maratona” finale. Che tipo di esperienza vuole offrire questa doppia modalità di fruizione e cosa spera che il pubblico porti con sé dopo aver visto “MIMER”?

Per quanto riguarda il format, io penso che la vera esperienza sia quella del teatro a puntate. La maratona finale è stata pensata come qualcosa di molto interessante all’inizio, ma la vedo soprattutto come un modo per permettere a chi non ha l’abbonamento di recuperare gli episodi.

L’idea è che ogni spettatore possa seguire gli episodi singolarmente, scegliendo giorno e orario: martedì o mercoledì, turno delle 20:15 o delle 21:45. Con episodi di 50 minuti, è facile conciliarli con altre attività: si può andare a un aperitivo prima dello spettacolo, prendersi la serata con calma, mangiare e poi godersi la puntata, proprio come si fa con una serie televisiva.

In più, oltre all’abbonamento seriale e alla maratona finale, è previsto anche il biglietto per il singolo evento. Così chi vuole può assistere a una puntata a scelta, anche all’ultimo momento, senza dover acquistare tutto l’abbonamento. L’obiettivo è offrire libertà di fruizione, permettendo agli spettatori di approcciarsi a questo nuovo format senza rigidità, lasciandosi guidare dalla curiosità e dall’interesse per ogni singolo episodio.


Potete trovare tutte le altre “Interviste Mortificate” (cliccando qui)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli correlati

Inizia a scrivere il termine ricerca qua sopra e premi invio per iniziare la ricerca. Premi ESC per annullare.