Paolo Nori, prima di scoprire che fosse Paolo Nori, pensavo fosse un cantante.
Che tutti dicevano “questa cosa qui l’ha detta Paolo Nori” e io non mi spiegavo come un musicista, anzi, a questo punto pensavo cantautore, avesse tutte queste cose da dire, spiegandole, in modo così generoso, anziché cantarle. Perché ci vuole del tempo per dirle, e del tempo per scriverle, solo che alla fine non sentivo alcun pezzo di Paolo Nori. Fin quando un giorno, in libreria, mi ritrovo davanti un titolo: Chiudo la porta e Urlo. Di Paolo Nori. E quando lui scrive che spesso, in alcuni istanti della vita, ci si sente un po’ coglioni, ecco, io mi ci sono ritrovata tantissimo in quell’istante.

Con questo suo libro quindi, ho avuto tre rivelazioni: La prima è stata scoprire che Nori, di mestiere e anche di essere, facesse lo scrittore, la seconda è stata Raffaello Baldini. La terza, che esistesse una città in Romagna chiamata Sant’Arcangelo.
Raffaello Baldini è un poeta, anzi, per affinità direi “poetissimo”, perché Nori utilizza questi superlativi per supportare le abbondanze nella vita che spesso ci si dimentica di evidenziare, quando invece un +issimo o +issima aiuta tantissimo. Che noi, oggi, siamo tutti abituati a togliere. A dividere. A dividerci e sminuire e finiamo per normalizzare una realtà a metà, una realtà scarsa ma familiare, dove il di più è eccesso, non concesso, in questo mondo pesante ma di scarsità.
Eppure, Nori ci ricorda che Dostoevskij ci lascia in eredità una frase su cui poter riflettere: la bellezza, salverà il mondo, o più correttamente, Il mondo, lo salverà la bellezza.
Ed è certamente difficile, ad oggi, immaginare che una cosa così, si possa verificare, però, sempre in questo libro-rivelazione, si legge anche un’altra frase, di Iosif Brodskij, che dice che il ruolo dell’intellettuale è scrivere cose belle, allora, in un certo senso, penso che Nori, citando Baldini, citando i poeti russi, citando sé stesso, infondo, un po’ il mondo lo salva. Perché ogniqualvolta si condivide qualcosa all’altro, si contribuisce ad uno scambio tutto umano che, in qualche modo, aiuta a crescere, e l’evoluzione è un’azione così vitale, che assomiglia a sopravvivenza, che somiglia a salvezza, e tutto questo è il contrario di un anestetico. E credo, che oggi, occorra ricordarsi della bellezza.

Sant’Arcangelo è l’universo. Non lo dico io, si legge nel libro. C’è persino un festival. Anzi, “un” festival è riduttivo: è ILxtFestival. Santarcangelo Festival, uno dei più importanti che abbiamo in Italia. E già questo “abbiamo” è interessante: plurale maestatis da platea, orgoglio collettivo con presenza intermittente. Ci mettiamo dentro quando conviene, poi nel resto, ci dimentichiamo da che parte stiamo.
È un festival di teatro contemporaneo, danza, arti performative. Antico, longevo: 1971. In cinquant’anni sono passati Dario Fo e Franca Rame, il Club Teatro, Giorgio Gaber, Giovanna Marini, Carlo Cecchi, e una sfilata di nomi stranieri, importanti, pieni di consonanti, che conviene andare a cercare sul sito, perché certe cose vanno pronunciate bene o non vanno dette.
Vale la pena scoprire questo festival. E Sant’Arcangelo. E l’Emilia-Romagna, che per qualche mistero chimico, fatta eccezione per un individuo nella storia, è terra di poeti, artisti, anime progressiste e libere.
Io non ci sono mai stata. Però Sant’Arcangelo, credo anch’io sia l’universo.

Comunque è vero che ci vuole del tempo per dire certe cose e del tempo per scriverle, e anche un tempo per scoprirle. Alla fine non sentivo alcun pezzo di Paolo Nori, perché dovevo leggerlo prima di sentirlo. E quando leggi Paolo Nori, senti tantissimo. Basta un suo libro a connetterti con una sfera di emozioni semplicissime, primordiali, che ti fan sentire a casa, umano, vulnerabile, che la prima cosa che fai dopo averlo letto è abbonarti alla sua newsletter. Provi uno stato così partecipativo, così superlativo, un anchetucomeme, un anchetucomelui che ti mette in relazione intima con un duale della letteratura. Quella relazione tra parole e occhi, tra concetto e interpretazione, tra autore e mondo. Quell’essere soli insieme. Che basta poco, anzi: pochissimo.
«Lo dico sempre anch’io, in due è il massimo, per stare insieme, se vuoi stare insieme, in dieci, in venti, come fai a stare insieme? la gente invece gli piace d’essere in tanti, “Eravamo una trentina, senza contare i bambini”, e sono contenti, “Stiamo insieme”, che non vuol dir niente, starai attaccato, non insieme, piú siete e peggio è, stare insieme è un’altra cosa, non te n’accorgi? no, non se n’accorgono, per loro, es- sere in pochi è come non esserci, loro hanno bisogno d’es- sere in molti, in cento, in mille, in diecimila, in centomila, che io, ci sono stato anch’io, per San Martino, alla festa del- la Pieve, mangiare, bere, canti, ridi, urli, perché devi urlare, è tutto un urlío, se no non ti senti, e per loro è allegria, che era un casino, e io lí zitto in mezzo, cosa vuoi che dica, mi pareva, ma davvero, d’essere solo, invece in due, tu e lei, la sera, in casa, a un certo momento spegni la televisione, chiacchieri un po’, lei va di là, torna, sorpresa! due gelati, vuoi crema o cioccolato? poi ogni tanto si esce, si va nei posti, a mangiare fuori, al cinema, il cinema è una roba, come da bambini le favole, si sta lí tutti a sedere, zitti, incantati, se ti viene delle volte da dir qual- cosa, dietro c’è sempre uno che protesta: ssst! silenzio! poi Fine, si accendono le luci, è come svegliarsi, ti alzi, e basta un niente, che le tieni il cappotto, che se l’infila, che la stringi, non molto, solo sentirla.»
Raffaello Baldini, traduzione di Paolo Nori.
Gaia Courrier.





Bellissimo articolo