Ci sono storie che appartengono al calcio e altre che, attraverso il calcio, finiscono per appartenere a tutti. Quella di Sandro Mazzola è una di queste.
Perché prima ancora di essere il campione della Grande Inter, prima delle Coppe dei Campioni, degli scudetti, della Nazionale e delle grandi sfide con Gianni Rivera, Sandro è stato un figlio. Il figlio di Valentino Mazzola, il capitano del Grande Torino morto nella tragedia di Superga il 4 maggio 1949. Una storia iniziata con un’assenza.
Un padre scomparso quando Sandro aveva soltanto sei anni e un cognome destinato a pesare enormemente sulle sue spalle. Valentino era stato uno dei simboli assoluti del calcio italiano. Capitano del Grande Torino, protagonista di una squadra entrata nella leggenda, morì insieme ai suoi compagni nel tragico schianto sulla collina di Superga. Sandro avrebbe dovuto convivere per tutta la vita con quella memoria. E avrebbe dovuto farlo mentre costruiva una propria storia, diversa eppure inevitabilmente legata a quella del padre.

Un bambino, un paio di scarpini e un cognome enorme
La storia di Sandro comincia a Milano, all’oratorio della basilica di San Lorenzo alle Colonne, in Porta Ticinese. È lì che cresce calcisticamente, condividendo quei campi anche con personaggi come Adriano Celentano e Tony Renis. La sua vita non è quella di un predestinato cresciuto dentro un mondo dorato. È quella di un ragazzo che porta con sé una storia familiare pesante e che deve trovare il proprio posto nel mondo. L’Inter arriva presto nella sua vita. L’esordio in Serie A avviene nel 1961, a Torino contro la Juventus, in una partita destinata a rimanere nella memoria anche per il risultato: 9-1 per i bianconeri. Era una situazione particolare. L’Inter, in polemica con la Juventus e con Gianni Agnelli, aveva schierato la squadra Primavera. Sandro quel giorno segnò su rigore.
Anni dopo avrebbe ricordato che quella mattina era stato a scuola e che una vettura dell’Inter era venuta a prenderlo dopo le interrogazioni portandolo a Torino. Un ragazzo ancora lontano dall’essere il campione che sarebbe diventato. L’anno successivo, però, arrivò Helenio Herrera, il tecnico destinato a diventare uno degli uomini fondamentali della sua carriera.
Herrera lo promosse titolare. Da quel momento cominciò la storia di uno dei più grandi calciatori italiani.
Sandro Mazzola avrebbe vestito soltanto la maglia dell’Inter per tutta la sua carriera, dal 1960 al 1977. Diciassette stagioni nerazzurre. Quattro scudetti, due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali e una Coppa Italia. Fu anche capocannoniere della Serie A e della Coppa dei Campioni. Ma i numeri, in questo caso, raccontano soltanto una parte della storia. Perché Mazzola fu uno dei volti della Grande Inter, la squadra costruita da Helenio Herrera che negli anni Sessanta portò il calcio italiano ai vertici d’Europa e del mondo. In Nazionale vinse l’Europeo del 1968 e raggiunse la finale del Mondiale del 1970 in Messico, venendo apprezzato non solo per le sue straordinarie doti calcistiche, ma anche per il suo modo di vivere lo sport. E proprio la Nazionale avrebbe alimentato una delle rivalità più famose del calcio italiano: quella con Gianni Rivera. Inter contro Milan. Mazzola contro Rivera. Due campioni, due maglie, due modi di interpretare il calcio. Una contrapposizione che i giornali e l’immaginario calcistico trasformarono in una rivalità quasi epica, ma che dietro le quinte nascondeva un rapporto di stima e amicizia. Perché il calcio, spesso, racconta rivalità che sul terreno di gioco sembrano enormi e che fuori dal campo possono assumere contorni completamente diversi.
Vienna, 27 maggio 1964
Poi c’è una notte che sembra scritta apposta per raccontare l’intera storia di Sandro Mazzola. 27 maggio 1964. Stadio Prater di Vienna. Finale di Coppa dei Campioni. Da una parte l’Inter. Dall’altra il Real Madrid. Prima della partita, il capitano dell’Inter Armando Picchi prende Sandro da parte. Gli dice: «Questa sera papà ti guarda». È una frase brevissima. Ma dentro ci sono Valentino, Superga, il bambino rimasto senza padre, il cognome Mazzola e tutto il peso di una storia che Sandro porta con sé. Poi comincia la partita. A cinque minuti dall’intervallo, Facchetti scende sulla fascia. Zoco, il marcatore di Mazzola, gli va incontro. Giacinto cerca Sandro. Mazzola non chiude il triangolo. Prepara il destro. Il tiro è perfetto. La palla finisce alle spalle di Vicente. 1-0 Inter. La partita finirà 3-1. Sandro Mazzola segnerà due gol. L’Inter è campione d’Europa. Ma quella notte non finisce con il triplice fischio. Alla fine dell’incontro succede qualcosa che va oltre il risultato. Ferenc Puskás, leggenda del Real Madrid e uno dei più grandi calciatori della storia, regala a Sandro la propria maglia. Non è un semplice scambio di casacche. Puskás conosceva Valentino. Conosceva il significato di quel cognome. E riconosce in Sandro qualcosa che va oltre la prestazione di quella sera. Anni dopo Mazzola racconterà:
«Alla fine dell’incontro Puskas mi regalò la maglia: ricordava mio padre, ero stato degno di lui e voleva riconoscerlo. Fui veramente commosso».
Quelle parole spiegano forse meglio di qualsiasi statistica cosa abbia significato quella notte.
Degno di lui. Non soltanto un grande calciatore. Un figlio che aveva portato avanti il nome del padre. Un uomo che era riuscito a costruire la propria leggenda senza cancellare quella di Valentino. E forse proprio quella maglia consegnata da Puskás rappresenta uno dei momenti più belli della storia di Sandro Mazzola.

Una vita dentro il calcio
Mazzola non è stato soltanto un calciatore. Dopo aver lasciato il campo continuò a vivere il mondo dello sport, anche come dirigente e commentatore. Nel 1985 fu amministratore delegato del Genoa, dopo aver concluso il suo lunghissimo percorso con l’Inter. Ma ciò che rimane costante è un’idea precisa del calcio. Lealtà. Dedizione. Onestà. Fedeltà. Valori che Mazzola considerava fondamentali e che, negli anni, avrebbe continuato a difendere anche parlando del calcio contemporaneo. Collaborò anche con L’Osservatore Romano, seguendo da commentatore i Mondiali del 2010 e del 2014, facendosi apprezzare per quel modo di vivere lo sport con competenza, equilibrio e rispetto. E forse proprio per questo, quando Sandro Mazzola è scomparso, il cordoglio ha superato ampiamente i confini dell’Inter. Quando arriva la notizia della sua morte, a 83 anni, il calcio italiano si ferma. Non soltanto quello nerazzurro. Mazzola appartiene ormai alla memoria collettiva del calcio italiano. E così, prima di una partita della Juventus contro l’Atalanta, viene osservato un minuto di silenzio in suo ricordo. Una parte della Curva Sud dell’Allianz Stadium sceglie però di voltare le spalle al campo. Il gesto viene segnalato dagli ispettori della Procura federale della FIGC e la Juventus prende pubblicamente le distanze da quanto accaduto, ricordando che nessuna rivalità può giustificare la mancanza di rispetto durante un momento di commemorazione. Ed è qui che, inevitabilmente, la storia di Sandro Mazzola torna a interrogare il calcio di oggi.
Prima ancora dei colori c’è lo sport. Prima dello sport c’è l’uomo. E davanti alla storia di quell’uomo diventa difficile comprendere come si possa scegliere deliberatamente di voltare le spalle. Come si possa non provare almeno un momento di commozione pensando a quel bambino che perde il padre a sei anni. A quel padre che non potrà più legargli gli scarpini. A quel ragazzo che cresce con un cognome enorme sulle spalle. A quella sera di Vienna. Ai gol in Nazionale. E allora viene da chiedersi cosa significhi davvero essere tifosi. Che senso può avere una rivalità quando davanti abbiamo la storia di un uomo che appartiene non solo al calcio italiano, ma anche alla storia recente d’Italia. E a chi importa quale
maglia abbia indossato? Non credo che voltare le spalle renda più juventini, tanto meno più esseri umani. Credo invece che ci siano momenti nei quali bisognerebbe semplicemente “spostarsi” di fronte alla storia e alle occasioni e osservare, per non rovinare il concetto stesso di essere umano. Ed è forse questo che manca sempre di più a un calcio che abbiamo trasformato in un gigantesco sistema di diritti televisivi, sponsor, marketing e interessi economici. Parliamo continuamente di stadi moderni, controlli, telecamere e sicurezza. E poi scopriamo che la cosa più difficile da proteggere è proprio quella che non può essere controllata da nessun tornello: il rispetto. Il calcio di qualche decennio fa non era certamente perfetto e non va idealizzato. Ma per tantissime persone rappresentava qualcosa di profondamente umano. Una partita poteva cambiare una giornata. Una vittoria poteva cambiare una settimana. Un campione poteva diventare parte della vita di una persona. E oggi, davanti alla storia di Sandro Mazzola, sarebbe bello ricordarsi proprio di questo: sarà pur stato un avversario per chi indossava una
maglia diversa. È stato un simbolo per chi indossava quella nerazzurra. Ma prima di tutto è stato un uomo corretto, un gran signore. Un animo gentile e puro che può valere l’esempio per qualunque padre e qualunque figlio che nello sport stringono un legame. E forse, quella sera a Vienna, Puskás aveva capito tutto prima di noi. Non aveva visto soltanto il ragazzo che aveva appena segnato due gol in una finale di Coppa dei Campioni. Aveva visto il figlio di Valentino. Oggi, davanti alla memoria di Sandro Mazzola, la cosa più semplice che possiamo fare è provare a essere degni almeno del calcio che lui ha rappresentato. Il resto, colori compresi, può aspettare.
Marco Giavatto




