L’Argante 261: Alex Zanardi, il «campione dell’impossibile»

Ci sono storie che appartengono allo sport. E poi ci sono storie che lo superano, lo travolgono, lo ridefiniscono. La vita di Alex Zanardi è una di quelle. Non è soltanto il racconto di un pilota, di un atleta paralimpico o di un uomo che ha vinto medaglie e campionati. È il percorso di chi ha attraversato il dolore senza mai permettergli di diventare identità, trasformandolo invece in carburante. Il 1° maggio 2026 si è spento a 59 anni, lasciando un’eredità che va ben oltre i numeri, oltre i trofei, oltre le cronache sportive. Un’eredità fatta di resilienza concreta, non proclamata. Di sorrisi ostinati. Di una visione della vita che continua a interrogare chi resta.

Alessandro Zanardi nasce a Bologna il 23 ottobre 1966. Cresce a Castel Maggiore, dove sviluppa presto una passione viscerale per i motori. A quattordici anni riceve il suo primo kart: non è un semplice regalo, ma una porta spalancata su un destino.

I primi anni sono fatti di sacrifici, mezzi limitati e talento puro. Il padre gli fa da meccanico, la pista diventa una scuola. Già nei primi anni ’80 emergono le sue qualità, fino alla conquista del titolo italiano kart nel 1985 e del campionato europeo nel 1987.

Da lì, la scalata continua: Formula 3, Formula 3000, fino alla Formula 1 nel 1991. Un percorso non lineare, segnato da difficoltà economiche e occasioni sfuggite, ma anche da prestazioni che attirano l’attenzione degli addetti ai lavori.

L’esperienza in Formula 1, tra Jordan, Minardi e Lotus, non è quella che ci si potrebbe aspettare da un talento come il suo. I risultati sono altalenanti, spesso frenati da limiti tecnici delle vetture o da contesti instabili.

Zanardi mostra velocità, coraggio, capacità di adattamento, ma manca quella combinazione perfetta tra mezzo e squadra che permette di emergere davvero nella categoria regina. Nel 1999 torna in Formula 1 con la Williams, ma la stagione si rivela deludente. Nessun punto, molte difficoltà. È una fase complessa, che segna una battuta d’arresto importante.

Ma non è una fine. È una deviazione. Il vero Zanardi esplode negli Stati Uniti, nel campionato CART. Qui trova l’ambiente giusto, la macchina giusta, la dimensione perfetta per esprimere il suo talento.

Tra il 1996 e il 1998 costruisce una delle stagioni più iconiche della storia della categoria:

  • Campione CART nel 1997
  • Campione CART nel 1998
  • Rookie of the Year
  • Vittorie spettacolari, come il celebre sorpasso al “Cavatappi” di Laguna Seca

È un pilota aggressivo, creativo, spettacolare. Uno che non si limita a vincere: intrattiene, emoziona, lascia il segno. Sembra l’inizio di una lunga dominazione.

Poi arriva il 2001. Il 15 settembre 2001, sul circuito tedesco del Lausitzring, tutto cambia. Durante una gara CART, Zanardi perde il controllo della vettura in uscita dai box. L’impatto è devastante. L’auto viene spezzata in due. Le conseguenze sono drammatiche: amputazione di entrambe le gambe, emorragia massiva, condizioni disperate. Sopravvive dopo 16 operazioni e sette arresti cardiaci. La sua carriera, come era stata fino a quel momento, finisce lì. Ma non finisce lui.

Il ritorno alla vita è lento, doloroso, incredibile. Eppure, in pochi mesi, Zanardi è già in piedi. Letteralmente. Non si limita a sopravvivere. Decide di tornare. E lo fa con una leggerezza disarmante, spesso ironizzando sulla sua condizione. Nel 2003 torna simbolicamente in pista al Lausitzring per completare i giri mancanti della gara dell’incidente. È un gesto che va oltre lo sport: è una dichiarazione di esistenza. Poi arriva una nuova sfida. Zanardi scopre l’handbike e trasforma anche questo mondo.

I risultati sono straordinari:

  • 4 medaglie d’oro paralimpiche (Londra 2012, Rio 2016)
  • 12 titoli mondiali
  • Vittorie nelle maratone più importanti, tra cui New York
  • Record e imprese nell’Ironman

Non è solo un atleta vincente. È un simbolo globale di resilienza. Eppure, chi lo ha conosciuto racconta soprattutto altro: la gentilezza, l’ironia, la capacità di mettere a proprio agio chiunque. Un campione senza distanza.

Il 19 giugno 2020, durante una staffetta benefica in handbike, Zanardi è coinvolto in un nuovo gravissimo incidente. Le condizioni sono critiche. Segue un lungo percorso tra operazioni, coma farmacologico e riabilitazione. Nel 2021 torna cosciente, inizia un nuovo cammino. Ancora una volta, combatte. Ancora una volta, senza rumore. Dopo anni di riabilitazione, il 1° maggio 2026 Alex Zanardi muore in una struttura assistenziale a Padova, all’età di 59 anni. Le reazioni sono immediate, trasversali, profonde.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo definisce un “punto di riferimento oltre lo sport”. La FIA lo ricorda come un “simbolo intramontabile di coraggio e determinazione”. Gianni Morandi scrive: “Hai trasformato il coraggio in sorriso”. Luciano Spalletti lo descrive come “un uomo unico per valori nella vita e nello sport”.

Il ricordo più intimo tra tutte le voci, una resta sospesa più delle altre: quella della madre, Anna. “Alex è stato un ragazzo dolcissimo. Mi ha dato tante soddisfazioni. Adesso le sto pagando tutte.” In queste parole c’è tutto: l’orgoglio, il dolore, la memoria. La dimensione privata di una figura pubblica che non ha mai smesso di essere, prima di tutto, figlio. Definire Alex Zanardi “campione” è corretto, ma incompleto. Campione è chi vince. Zanardi è stato qualcosa di diverso: uno che ha ridefinito il concetto stesso di vittoria. Ha dimostrato che il limite non è una linea, ma una negoziazione continua. Che il corpo può cedere, ma la volontà può riscrivere le regole. Che il sorriso, quando è autentico, è una forma di resistenza. Non ha mai chiesto compassione. Non ha mai costruito una narrazione vittimistica. Ha semplicemente vissuto, con una radicalità che oggi appare quasi rivoluzionaria. La storia di Alex Zanardi non è edificante nel senso facile del termine. Non è una favola. È qualcosa di più scomodo e più potente.

È la prova che si può cadere nel punto più basso e scegliere comunque di non restarci. Che si può perdere tutto e trovare un altro modo per andare avanti. Che l’impossibile, a volte, è solo una parola pronunciata troppo presto. E forse è proprio per questo che continua a parlarci. Non perché sia stato invincibile.
Ma perché ha continuato a provarci, anche quando nessuno lo avrebbe chiesto.

Ernesto Censere

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