Nei giorni scorsi un’iniziativa promossa dal movimento giovanile legato a Fratelli d’Italia ha attraversato le scuole come una corrente fredda: un questionario che invita gli studenti a segnalare presunti “professori di sinistra”. Un gesto presentato come tutela della neutralità, ma che riporta alla memoria pratiche che la storia repubblicana avrebbe dovuto seppellire definitivamente. Perché l’antifascismo non è un’opinione politica tra le altre, bensì il fondamento stesso della nostra democrazia. Metterlo in discussione significa incrinare la Costituzione, prima ancora del dibattito. Ed è da qui che bisogna partire, senza ambiguità.
L’antifascismo non è una posizione ideologica opzionale, né una bandiera di parte: è il presupposto storico e civile su cui si fondano la Repubblica italiana, il pluralismo delle idee, la libertà di insegnamento. Non è una discussione, è un dato di fatto. Ed è per questo che l’idea stessa di individuare o “segnalare” docenti etichettati come “di sinistra” appare non solo profondamente ridicola, ma vigliacca. Un gesto che sposta l’attenzione dal confronto democratico alla delazione, dal pensiero critico alla schedatura morale.

È difficile credere che iniziative di questo tipo nascano dal nulla. Pensare che dietro non vi sia almeno una copertura politica, se non un incoraggiamento implicito, è ingenuo. E non si tratta di demonizzare un partito o un’area politica, ma di riconoscere un riflesso culturale preciso: quello di chi, non riuscendo a governare il dissenso, tenta di controllarlo. Di chi confonde la neutralità con il silenzio, e il pluralismo con l’obbedienza.
Nelle scuole italiane convivono da sempre sensibilità diverse. Esistono docenti con un pensiero progressista, altri con una visione conservatrice, altri ancora che scelgono di non esplicitare alcuna posizione. È normale, ed è sano. Anche perché la scuola non è un laboratorio sterile, ma uno spazio vivo, attraversato dal mondo. Io stesso, vivendo un’esperienza scolastica recente, ho ascoltato posizioni favorevoli a iniziative governative come la legge sullo sgombero delle case occupate. La legge è legge, e non ha sfumature. Ma la realtà, quella sì. Dietro uno sgombero può esserci una casa restituita, ma anche un minore senza colpa, una fragilità che viene spazzata via senza distinzione. È proprio questo che dovrebbe fare la scuola: insegnare a leggere la complessità, non a cancellarla.
E invece, in risposta al questionario, molte scuole hanno prodotto manifesti, prese di posizione, lettere pubbliche. Un episodio avvenuto in un liceo di Pordenone ha superato rapidamente i confini locali: un foglio, poi rimosso, rimandava tramite QR code a un questionario online promosso da Azione Studentesca, che invitava gli studenti a segnalare presunti episodi di propaganda politica in classe. Secondo quanto emerso, iniziative analoghe sarebbero state replicate altrove. Il risultato è stato un sasso nello stagno, con cerchi concentrici sempre più ampi.
La reazione del mondo della scuola e della politica non si è fatta attendere. I sindacati hanno parlato apertamente di “schedatura”, annunciando esposti e richieste di intervento. Le opposizioni hanno denunciato un clima da lista di proscrizione, incompatibile con una democrazia liberale. L’Anpi ha definito l’iniziativa un attacco frontale alla libertà di insegnamento e un tentativo di intimidazione. Dal fronte governativo si è tentato di ridimensionare, parlando di iniziativa autonoma, anonima, priva di intenti persecutori.

Ma il punto non è solo giuridico, è culturale. Anche senza nomi e cognomi, il messaggio passa chiaro: sorvegliate, segnalate, diffidate. Ed è un messaggio che produce un clima. Un clima di sospetto, di autocensura, di paura. La scuola, invece, dovrebbe essere il luogo in cui il pensiero si allena, non quello in cui si controlla.
In questo contesto si inserisce la lettera di solidarietà sottoscritta da oltre trecento docenti e operatori scolastici, nata in risposta alla campagna “La scuola è nostra”. Nel documento si ribadisce un principio semplice e non negoziabile: l’antifascismo come fondamento della Repubblica. Non come slogan, ma come terreno comune su cui si regge il confronto democratico. Metterlo in discussione significa indebolire la casa di tutti, non rafforzarla.
E qui è necessario essere chiari. Se qualcuno pensa di venire a “censire” i docenti, di catalogarli, di intimidirli con moduli e questionari, ha sbagliato indirizzo. Non dovete venire a cercarci. Perché chi ha studiato la storia sa come finiscono queste derive. Non è una minaccia, è un monito. La civiltà democratica, prima o poi, riaffiora. E lo fa spazzando via ogni forma di controllo ideologico, di discriminazione del pensiero, di censura mascherata da neutralità.
La scuola pubblica non è un campo di addestramento, né un luogo da bonificare. È uno spazio complesso, imperfetto, attraversato da conflitti e idee. Ed è proprio questa complessità a renderla viva. Difenderla significa difendere la possibilità stessa di un futuro democratico. Tutto il resto, questionari compresi, è solo rumore.
Marco Giavatto




