Il periodo berlinese e la mutazione dell’alieno: Bowie in vinile tra sperimentazione, new age e avanguardia
C’è un prima e un dopo Berlino nella carriera di David Bowie. Se il box “Five Years 1969–1973” ci aveva raccontato la scalata del Duca Bianco verso il mito, e Who can i be now aveva consolidato la sua carriera nel passaggio americano della musica così da lui definita come plasti soul, con “A New Career in a New Town (1977–1982)” siamo di fronte a un uomo che smonta sé stesso per rinascere, artisticamente e umanamente. Questo monumentale cofanetto in vinile, pubblicato dalla Parlophone nil 12 settembre 2017, è una mappa precisa del Bowie più visionario e alienato, ma anche più umano: quello della cosiddetta Trilogia Berlinese, ma non solo.
Come suggerisce il titolo — tratto dalla strumentale minimale dell’album Low — “A New Career in a New Town” è un nuovo inizio. Non solo musicale: è la rigenerazione di un artista distrutto dal caos degli anni americani, dalle droghe e dalla spettacolarizzazione della propria immagine. Ecco allora che questo box set non è una semplice raccolta, ma un vero e proprio percorso. Undici LP in vinile 180 grammi, ristampati con un’attenzione maniacale ai dettagli originali, più un libro di 84 pagine con fotografie rare, appunti di studio, copertine alternative e dettagli tecnici.
1. LOW (1977)
Il primo atto berlinese. Bowie si rifugia tra Parigi, Berlino e Hansa Studios, aiutato dal fidato Tony Visconti e soprattutto da Brian Eno, l’ex Roxy Music ormai sacerdote dell’ambient e della musica generativa. Low è un album diviso in due anime: il lato A, con brani brevi, taglienti, a tratti funky come “Sound and Vision” e “Breaking Glass”; il lato B è invece un’immersione nell’astrazione più totale, con tracce strumentali come “Warszawa” (co-firmata da Eno) che anticipano la world music, ma anche quella new age che ancora non esisteva formalmente.
Il vinile incluso è un capolavoro rimasterizzato dai nastri originali con il suono più limpido mai ascoltato di questo album.

2. “HEROES” (1977)
Il Bowie più epico e oscuro. Di nuovo con Brian Eno e Robert Fripp alla chitarra, “Heroes” è un album che, se possibile, scava ancora più in profondità nel suono. “Beauty and the Beast” e “Joe the Lion” aprono con un rock quasi industriale. Ma è la title track, “Heroes”, a dominare l’immaginario collettivo. Cantata in diverse lingue (inglese, tedesco, francese), è l’inno della resistenza umana in tempi freddi, proprio come il Muro che divideva Berlino fuori dallo studio Hansa.
Il vinile brilla per dinamica e profondità sonora, evidenziando dettagli mai sentiti prima nei synth di Eno e nelle chitarre trattate di Fripp.
3. STAGE (1978) – Versione originale e versione rieditata (2017)
Qui il discorso si fa doppio e appassionante. Il live Stage, originariamente uscito nel 1978, era stato criticato per il montaggio freddo e la scaletta stravolta rispetto ai concerti reali. Bowie sembrava un po’ ingabbiato, e l’ascolto ne risentiva.
Nel box A New Career… troviamo due edizioni del concerto: la versione originale, con la tracklist rimescolata e l’audio trattato in modo asettico, ma storicamente coerente con la pubblicazione dell’epoca; e la riedizione fedele alla scaletta dei concerti del 1978, con l’ordine originale dei brani e una nuova energia. Questa seconda versione è imperdibile: l’apertura con “Warszawa”, le transizioni fluide, e una band stellare (Carlos Alomar, Adrian Belew, Dennis Davis) restituiscono l’esperienza reale del Bowie live berlinese.
Il suono è potente, atmosferico, avvolgente, con un’equalizzazione che fa finalmente giustizia all’interazione tra elettronica e performance.

4. LODGER (1979)
Il capitolo più sottovalutato della trilogia berlinese. Lodger non è mai stato amato quanto Low e “Heroes”, eppure rappresenta la sintesi perfetta tra canzone pop e ricerca. Eno è ancora lì, e la musica è quasi etnografica: “African Night Flight” e “Yassassin” mescolano ambienti esotici e ritmiche spezzate. “DJ” è sarcastica e modernissima, e “Boys Keep Swinging” è un Bowie che sfida il genere e la mascolinità.
Il vinile qui incluso è basato su un remix curato da Tony Visconti (solo nella versione box) che rivela sfumature dimenticate, rendendo giustizia a un album sempre stato troppo trascurato.
5. SCARY MONSTERS (AND SUPER CREEPS) (1980)
La fine dell’era sperimentale e il ponte verso gli anni ’80 più commerciali. Scary Monsters è un disco aggressivo, pieno di angoscia postmoderna. La chitarra di Robert Fripp si fa acida e distorta (“Fashion”), mentre il glam e il punk si mescolano in “Ashes to Ashes”, che chiude il cerchio con l’epoca di Space Oddity. È anche l’ultimo Bowie con la RCA.
Il vinile è una fedele riproduzione dell’originale con stampa lucida e audio rimasterizzato ad alta fedeltà. Un congedo perfetto da una fase irripetibile.
6. RE:CALL 3 (raccolta di singoli, b-side e versioni alternative)
Come nei box precedenti, RE:CALL 3 raccoglie un patrimonio di perle laterali: versioni singolo di “Heroes”, la rarissima “Alabama Song”, remix di “Fashion” e “Ashes to Ashes”, live radiofonici e tracce pubblicate solo in paesi specifici. Un archivio sonoro prezioso, che mostra quanto Bowie fosse prolifico anche fuori dagli album ufficiali.
Bowie e la musica New Age: la mutazione spirituale
Nel cuore di questo box c’è anche la trasformazione interiore di Bowie. Se “New Age” è spesso associata a suoni rilassanti e spirituali, l’apporto bowiano alla sua estetica è tutt’altro che banale. Brani come “Warszawa”, “Moss Garden” o “Neuköln” prefigurano la musica ambient e meditativa. Bowie, con l’aiuto di Eno, compone paesaggi sonori più simili a quadri astratti che a canzoni. È una musica che non vuole sedurre, ma guidarti dentro.
Siamo davanti a un Bowie che ascolta il silenzio, che si lascia influenzare dal minimalismo europeo, dai suoni del Giappone e della Germania dell’Est, e dalle avanguardie elettroniche del krautrock.
Collaborazioni che hanno segnato un’epoca
In questo cofanetto si riflette anche l’alchimia con musicisti di altissimo profilo:
- Brian Eno, deus ex machina delle textures elettroniche.
- Robert Fripp, chitarre taglienti e atonali.
- Tony Visconti, produttore con orecchio unico per la profondità sonora.
- Carlos Alomar, chitarrista groove, presente fin dagli anni soul.
- Dennis Davis, batteria precisa e jazzata, capace di attraversare generi con eleganza.
Per approfondire:
🎥 Guarda il mio video completo dedicato al box A New Career in a New Town (1977–1982) con un’analisi disco per disco, l’evoluzione dell’artwork e i segreti del mastering, a questo link:
Conclusione
A New Career in a New Town non è un semplice cofanetto, è un archivio sonoro di uno degli artisti più inquieti e geniali del XX secolo. È la prova che Bowie non era solo un camaleonte, ma un cartografo dell’anima: ci ha mostrato come ci si può perdere per reinventarsi. E in vinile, tutto questo si sente meglio.
Stefano Chianucci




