L’Argante #65 || La Narrazione: una mappa per orientarsi, ieri come oggi

La narrazione è quasi una necessità biologica. L’esigenza intrinseca di raccontare e di raccontarsi sta all’origine di ogni società e di ogni cultura; le religioni stesse si basano su storie narrate e poi raccolte dai Testi Sacri. L’uomo non può fare a meno delle storie. Attraverso di esse conosce se stesso e il mondo, divulga moniti, tramanda insegnamenti, recupera il ricordo della propria esistenza e della propria essenza. 

Il bisogno di narrare

Lev Vygotsky,  psicologo russo padre della teoria socio-culturale, afferma che il bambino per poter sviluppare il pensiero ha bisogno di utilizzare il linguaggio prima nella sua funzione sociale. La funzione inter-psichica del linguaggio precede, quindi, quella intra-psichica. Solo in seguito, con il processo di interiorizzazione, il linguaggio diventa uno strumento interiore, del pensiero, contribuendo alla strutturazione dei processi mentali. Cosa vuol dire questo? Che parlare con gli altri, raccontare quello che sta facendo, narrare costantemente il suo gioco aiuta il bambino a sviluppare il pensiero, l’introspezione, la conoscenza di sé. Si deduce quindi che il primo accesso al mondo interiore si costruisce attraverso il racconto di sé all’altro. La pratica narrativa è uno dei più essenziali dispositivi conoscitivi dell’essere umano, il mezzo attraverso il quale organizziamo la nostra esperienza e proviamo a darle un significato. Ma questa esigenza non si estingue col passare del tempo. Noi siamo immersi nella narrazione quotidianamente: raccontare ciò che ci accade ci permette di assimilare ancor meglio la nostra esperienza; i giornali sono narrazione, i libri, la musica, i films. La narrazione è condivisione quotidiana senza la quale la vita perderebbe di senso.

Narrazione come memoria e orientamento

“Le storie sono disseminate di istruzioni che ci guidano nelle complessità della vita” 

“il narrare o ascoltare storie trae il suo potere da una colonna di umanità unita attraverso il tempo e lo spazio […]. Se unica è la fonte delle storie e unico il noumen delle storie, tutto sta in quella lunga catena umana”

C. P. Estés, Donne che corrono coi lupi

 

La narrazione è un’esigenza fondamentale, dunque, insita nella natura umana. Un bisogno biologico, come dicevamo all’inizio, sia del singolo che della comunità a cui appartiene. Raccontare, infatti, significa perpetrare la memoria, significa far parte di una tradizione che proprio grazie al racconto può essere ereditata dalle generazioni precedenti e trasmessa a quelle future. Narrare consente di tramandare, di perpetrare, di differire la morte. Attraverso la narrazione imprimiamo un atto di Vita che garantisce alla propria cultura la sopravvivenza. Ogni generazione consegna il proprio patrimonio: il sapere, le scoperte, gli ideali che lo guidano nella vita. La storia dell’uomo è costellata di conoscenze trasmesse oralmente: dagli sciamani, guaritori, sacerdoti dell’America del Sud alla tradizione Ellenica che ha traghettato grazie ad Omero e agli aedi che hanno recitato i suoi versi, storie e valori della propria civiltà. Raccontare significa costruire in forma semplice, e quindi accessibile a tutti, rappresentazioni del mondo e chiavi di lettura per decifrarlo.  Le storie sono dei puntelli culturali ai quali gli uomini di ogni tempo possono guardare per cercare soluzioni e spunti, nei quali rispecchiarsi e trovare risposte: in fondo, l’uomo delle caverne e quello dell’era spaziale condividono gli stessi problemi esistenziali. Narrare è fornire un orientamento, una direzione; è aiutare l’altro che viene dopo a seguire le indicazioni fornite per non sbagliare. A questa esigenza di direzione hanno risposto da sempre i miti (Mythos in greco vuol dire proprio racconto), le fiabe, il teatro, la musica, la pittura e, in epoche più recenti, la letteratura, il cinema, la televisione. L’uomo collega se stesso agli altri dal passato al futuro attraverso tutte le forme di espressione che ha saputo costruire per lasciare traccia di sé in una catena, parafrassando la Estés, squisitamente umana.

Narrazione è relazione

Anche dopo l’avvento della lingua scritta, la narrazione orale è rimasta importante. Durante il Medioevo e il Rinascimento, ad esempio, gran parte della popolazione non era istruita e non sapeva né leggere né scrivere. Era anche difficile trasmettere notizie su lunghe distanze, dunque le persone si affidavano ai narratori per ricevere le loro storie e i loro racconti. Ma c’è un’altra motivazione che vede la trasmissione orale preferibile a quella scritta: la relazione che si instaura tra chi racconta e chi ascolta. La narrazione deve suscitare ricordo, esperienza e speranza e può farlo solo se chi dona e chi riceve si mettono su un piano di ascolto reciproco aperto all’empatia e all’ immedesimazione. Chi racconta deve accattivare chi ascolta, lo deve conquistare, deve farsi racconto con la sua stessa carne. Chi ascolta, dal canto suo, deve rendersi disponibile alla trasformazione:  quando ascoltiamo un racconto, una fiaba o un mito, esattamente come quando lo narriamo, ci incarniamo per qualche momento nella storia stessa. Ed è questa la qualità della narrazione che vince da sempre: permette di far sparire il confine tra l’io e il tu per dar spazio ad un incantato noi

Le storie di oggi

“Cosa unisce le persone? Eserciti… oro… bandiere? Le storie. Non esiste nulla di più potente di una bella storia. Niente è in grado di fermarla. Nessun nemico può sconfiggerla”.

 Game of Thrones

 

Il teatro ha da sempre svolto un’importante funzione narrativa restituendo alla narrazione la forza sociale e rituale che le veniva assegnata dentro le culture orali: mette in gioco una comunicazione diretta, recupera il valore dell’oralità, innesca la fantasia e raccoglie la comunità nell’obiettivo di una memoria collettiva.

Anche il cinema ha una vocazione narrativa iscritta quasi nelle sue stesse origini: L’arrivo del treno dei Lumière, Il viaggio sulla luna di Meliès sono racconti; racconto di vita l’uno, racconto di sogno l’altro; racconto di ciò che siamo o di ciò che potremmo essere; riflessione sul presente e riflessione sul possibile.

Persino la televisione parrebbe non sfuggire al bisogno di narrazione. Secondo una celebre definizione, essa sarebbe uno story telling system, una macchina per raccontare, quasi come un moderno aedo tecnologico.

Oggi, come nella notte dei tempi, siamo affamati di storie. Rimpinzati dai vari Netflix, Amazon Prime (e tutti gli altri) ingurgitiamo serie televisive proprio per questa nostra fame atavica insaziabile; alcune di queste narrazioni moderne si sono ormai prepotentemente inserite nel nostro immaginario collettivo grazie alla loro forza catartica. Ma questa forza è data da una matrice universale che in fondo non racconta niente di nuovo ma sottolinea archetipi che risuoneranno in eterno nell’animo umano.

Game of Thrones è la serie che porta la narrazione al suo significato più alto, celebrandola come protagonista nella sua forma più arcaica e potente: nell’eterna lotta tra il bene e il male, tra l’ordine e il caos viene suggerito di dare il potere supremo alla storia più bella.

“E chi ha una storia migliore di Bran lo Spezzato? Il ragazzo che cadde da una torre e visse. Sapeva che non avrebbe più camminato, così ha imparato a volare. Si è spinto oltre la Barriera, un ragazzo storpio, ed è diventato il Corvo con Tre Occhi. È la nostra memoria. Il custode di tutte le nostre storie. Le guerre, i matrimoni, la nascite, i massacri, le carestie, i nostri trionfi, le nostre sconfitte, il nostro passato. Chi meglio di lui per guidarci verso il futuro?”

Bran, custode di tutte le storie, rinuncia alla propria identità per diventare la Memoria del Mondo. Sarà dunque lui, portatore di narrazione, testimone e custode di ciò che è stato, a condurre gli uomini fuori dal disordine, esattamente come le storie stesse hanno fatto e continuano a fare dai tempi dei tempi.

Serena Politi

 

 

 

 

 

 

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