“Il Whisky maschio senza rischio” – Articolo n°0 – Speciale Gigi Proietti.

Tocca a me inaugurare questa “redazione”. Una serie di articoli sul teatro e l’arte scenica in genere, questa la nostra idea, non certo nuova ma dal nostro personale punto di vista, questo si.

 

Più che ai miei “colleghi” di redazione e compagnia, dicevo, toccava a me, forse principiare per un dovere da compiere che non è quello verso il teatro in genere, ma in questo caso nei confronti dell’attore, il grande uomo e artista che di recente ci ha lasciati. Avrei decisamente preferito iniziare in maniera diversa questo percorso ma è appunto con sommo dovere che scrivo queste righe per omaggiare Gigi Proietti.

 

Sebbene possa apparire semplice scrivere di questo grande istrione, il rischio di ripetere le parole già usate in questi giorni ha percentuali altissime, anzi è una certezza. Io userò sicuramente le frasi, i concetti, le idee di tutti quelli che hanno scritto, scriveranno e stanno scrivendo di lui.

La domanda è lecita: come si fa a giudicare le gesta in palcoscenico del primo di tutti noi? La risposta è semplice: non si può! Allora seguendo questa logica doveva o poteva essere lo stesso Proietti a giudicare o commentare le gesta altrui in una sorta di giusto rapporto piramidale che solo chi si trova in posizione di vertice può essere autorizzato ad esercitare e qui viene il bello: a Proietti il pensiero non lo sfiorava nemmeno ed è così che si palesa davanti la sua enorme grandezza, lui ci teneva molto a respingere queste modalità degne della più stucchevole “aristocrazia”. Era un maestro che non voleva essere chiamato maestro e proprio per questo lo era più di chiunque altro, molto semplice il ragionamento, quanto complicato è il mondo dell’arte attoriale oggi.

 

Chi ha avuto l’onore di essere suo allievo, ha sperato fino all’ultimo che Proietti potesse tornare ad insegnare, il che sottolinea i grandi valori scenici ma soprattutto umani di quest’uomo, uno fra tutti: LA GENEROSITÁ. Si! Perché un attore deve esserlo, verso i colleghi, verso i giovani e verso il pubblico, sembrerà una frase fatta ma così non è più nei fatti, mentre a parole è facile a tutti quest’operazione.

Proietti nel ruolo di Mandrake in Febbre da cavallo (1976) di Steno
Proietti nel ruolo di Mandrake in Febbre da cavallo (1976) di Steno

 

E’ in atto una cristallizzazione della maniera di essere attore oggi, che richiama i divi di fine ‘800, grandi attori, inavvicinabili, anche se con i social, le foto, internet sembra di averli più a disposizione sono invece sempre più isole di fumo e fama e si comincia da molto giovani, spesso chi meno dimostra sul palco, più si carica di quest’aria che oserei definire “puzzolente” e fosca.

 

Proietti invece operava controcorrente e la soluzione a questo vecchio arcano è assai semplice: proveniva dalla generazione dei grandi, quelli che per riuscire a sfondare così tante orbite di maestosa  attorialità ed umanità, sono dovuti partire da molto, molto lontano e dal “niente”, da quello che noi chiamiamo “niente” per aiutarci a capire, ma che era molto più ricco di contenuti rispetto a quello che ti può dare uno scuola attoriale oggi, o una famiglia benestante che ti può assicurare una carriera d’attore.

Proietti nominato professore honoris causa a Tor Vergata.

No, ecco, nella generazione di cui Proietti rappresenta l’ultimo baluardo, attore lo nascevi per altri motivi che non erano la conseguenza naturale dell’agiatezza e del non avere nient’altro da fare. Esistono, o per meglio dire esistevano, due tipi di esseri umani: quelli che la vita la vivevano e chi invece la assorbiva per poi poterla ricalcare in palcoscenico, dotati di una vista interiore sovrumana, equipaggiati di sensi non percepibili ai loro stessi simili ed è probabile che la parola “mostri” venga usata per descriverli. Mostri bellissimi però, capaci di incantare le folle, di numeri da stregoni, imbonitori dall’animo buono, utilizzando una parola che ha perso il suo vero significato: Attori!

Proietti e Gassman in una foto degli anni ’80

Gigi Proietti era un attore e mentre lo dici ti si riempie il cuore di un piacevolissimo strano calore.

 

Infine e concludo, Proietti era completo che ha volutamente rinunciato al dramma per sua stessa ammissione, poiché la soddisfazione delle risate del pubblico erano per lui il premio più appagante. Ma avrebbe ed ha fatto tutto ai massimi livelli: dalla sperimentazione, all’avanguardia, dal musical, passando per il canto, il dramma, la commedia e poi Shakespeare e il grammelot, la mimica… e non finirei più.

Pensate per un attimo a Proietti e le barzellette, siamo in un paese dove il barzellettiere è visto, giustamente, come un patetico artista che sta ancora a raccontare una cosa vecchia come il “cucco”, in maniera banale e stucchevole. Ecco Proietti era dotato di una tale bravura da non far tramontare nulla, nemmeno la più banale delle barzellette, perché diventava un pezzo straordinario di teatro, di silenzi, pause, descrizioni, mimica facciale che non è possibile descrivere a parole.

 

Grazie di tutto Gigi Proietti, grazie di cuore. Non è che non si riesce a spiegare quanto ci mancherai, è che non ci riuscirà mai veramente capirlo.

 

Marco Giavatto

 

 

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