A Michael Jackson piaceva enormemente passare per quello a cui le cose, semplicemente, accadevano: il talento, la fama, la solitudine, le metamorfosi fisiche. Come se fosse trascinato suo malgrado dentro una trama scritta da qualcun altro. Eppure conosceva perfettamente il proprio potere: sapeva quando apparire e quando sparire, quanto concedere alla folla e cosa sottrarle, quanto alimentare la leggenda e quanto spingere il mistero.
Michael nasce su una scacchiera già apparecchiata, con regole scritte da altri. Poi, a un certo punto, impara a giocare e comincia a muovere i pezzi. La sua esistenza diventa così un continuo corpo a corpo tra momenti in cui è lui a dettare la partita e altri in cui è la vita a riscriverne le regole.
In questo penultimo pezzo del nostro Puzzle cerchiamo proprio questo: quanto Michael Jackson è stato pedina e quanto, invece, giocatore?
HIS-STORY
Budapest, 1995. Migliaia di soldati in uniforme marciano a passo di carica. La folla è in delirio, le bandiere sventolano con un logo dai tratti quasi imperiali, l’atmosfera è quella delle grandi adunate di regime. Poi la macchina da presa stringe su un gigante di bronzo imbarcato su una chiatta lungo il Danubio, pronto a essere eretto al centro della piazza. Non è un monarca del passato, non è un condottiero di storia antica. È Michael Jackson.
Quattro minuti di cortometraggio promozionale per lanciare l’album HIStory. Un’operazione mastodontica, megalomane, quasi disturbante per la sua sfrontatezza.
Per capire cosa stiamo davvero guardando bisogna tornare al 1993. Fino a quel momento Jackson ha vissuto al riparo dal mondo. A Neverland è il re incontestato di un regno costruito a sua immagine, dove le regole sociali e temporali sembrano non valere. Poi arriva l’urto con la realtà: le prime accuse, la tempesta mediatica globale, la perquisizione umiliante nella sua dimora e sul suo corpo nudo, il fango rovesciato da ogni angolo del pianeta. È la prima, devastante batosta della sua vita.
Per la prima volta Michael scopre che le sue azioni hanno conseguenze fuori dal suo regno e che le regole del gioco non le stabilisce lui, neppure se si chiama Michael Jackson. La pedina è stata travolta.
Qualunque altro artista avrebbe forse scelto il silenzio, preparando un ritorno prudente. Michael Jackson no. Di fronte a una vita che prova a prendersi il banco, lui risponde rovesciando il tavolo.
La campagna di HIStory diventa la sua controffensiva. Non un semplice ritorno discografico, ma un monumento a se stesso mentre è ancora vivo. Statue gigantesche che lo ritraggono compaiono nelle principali capitali europee; una attraversa il Tamigi, trasformando la città in un gigantesco palcoscenico della sua immagine.
È la risposta di chi sembra dire: Voi avete provato a cancellarmi? E io mi moltiplico. Mi volevate in ginocchio? E io mi erigo in bronzo.
Non c’è traccia di ritirata. C’è l’occupazione dell’immaginario collettivo. Jackson ha capito che, se non può controllare la realtà, può almeno tentare di dirottarne la narrazione. Non è più il re nascosto a Neverland: si impone sulla scacchiera globale come icona assoluta.
Non è più soltanto His Story, la sua storia subita. Diventa HIStory: la Storia riscritta da lui.
LEAVE ME ALONE

Quello con i paparazzi è stato un duello estenuante: una versione pop di Lupin e Zenigata dove il fuggitivo, sotto sotto, godeva a fare la sua mossa. Per Michael la caccia non era soltanto una persecuzione: era una partita a scacchi fatta di travestimenti, sosia e fughe a fari spenti.
Il problema è che quando trasformi la vita in uno spy-thriller, chi ti sta accanto soffoca. Come Lisa Marie. Barricata con lui in un grand hotel; fuori la piazza è assediata dalle reflex, dentro Michael è chino sui tavoli insieme ai bodyguard, con le piantine dell’albergo aperte davanti a studiare depistaggi, percorsi alternativi e uscite secondarie: chi deve uscire, da dove, a che ora, quale strada prendere. Un vero e proprio vertice operativo. Lei osserva la scena, poi, semplicemente, manda a fanculo Michael, i bodyguard e le piantine dell’albergo, apre la porta e se ne va da sola. Mentre si avvia nel corridoio, Michael le corre dietro urlando quasi in lacrime: «Ti uccideranno! Ti uccideranno!». La ritrovano poco dopo al bar dietro l’angolo, tranquillissima, mentre sorseggia un whisky e fa quattro chiacchiere con uno sconosciuto.
C’è tutto, in questo momento. C’è il cortocircuito, il limite oltrepassato, la paranoia che diventa grottesca. Visto da fuori è il delirio di un uomo che ha perso ogni aggancio con il mondo reale. Ma vista da dentro la testa di Michael… quella stessa paranoia è carburante puro. Prende l’assedio, prende la claustrofobia e la trasforma in suono: Leave Me Alone, Privacy, Tabloid Junkie, Why You Wanna Trip on Me.
Non sono i lamenti di una vittima, sono contrattacchi. Hanno il tiro secco di una fuga a trecento all’ora e un’aggressività ritmica quasi sexy. La persecuzione diventa groove. In questo perverso gioco delle parti Michael poteva anche sembrare la preda, ma la colonna sonora della fuga la decideva sempre e solo lui.
Il messia
C’è un’altra partita, più sotterranea, che Michael comincia a giocare molto presto: quella con la sua stessa divinità.
Siamo nel 1987, nel pieno del Bad Tour, una macchina da soldi e stadi esauriti. Tra una data e l’altra, prende carta e penna e scrive una lettera di suo pugno indirizzata ai suoi detrattori, ai giornalisti. Parte piano, citando quel vecchio proverbio nativo americano: non giudicarmi prima di aver camminato per due lune nei miei mocassini. Poi però la penna affonda:
“I must endure for the power I was sent forth, for the world, for the children.”
Devo resistere per il potere per il quale sono stato inviato. Per il mondo. Per i bambini.
Ha ventotto anni e non sta dicendo “sopporto il peso di essere una popstar“, non sta parlando del prezzo del successo; sta parlando di una missione. Michael non si sente più semplicemente un uomo graziato da un dono straordinario: si percepisce come un prescelto, un inviato speciale con una cambiale da saldare verso l’umanità. La sofferenza, nella sua testa, smette di essere un incidente di percorso e diventa la prova provata che quella missione è vera. C’è dentro tutto: i Testimoni di Geova, la Bibbia letta e riletta con mamma Katherine, quell’immaginario martiriologico dove senza il calvario non esiste la resurrezione: ha iniziato a raccontare la sua vita usando la grammatica del Messia.
E le parole, prima o poi, si fanno carne. Diventano immagini.
Londra, 1996, Brit Awards. Va in scena Earth Song. Jackson entra sul palco completamente vestito di bianco. Tutt’intorno è apocalisse, ma poi arrivano i bambini, gli corrono incontro, si arrampicano su di lui, lo abbracciano. E lui sta lì, al centro, le braccia aperte, quasi a raccogliere quell’amore infantile come se fosse il suo unico, naturale destinatario. La canzone parlava di un pianeta che muore, ma quello che sta andando in onda in mondovisione è un’altra cosa: Michael non è più quello che denuncia il problema. È il Redentore.
È il definitivo cambio di paradigma. C’era stato il Michael vittima dei tabloid, che chiedeva soltanto un po’ di comprensione. Poi il Michael furioso dell’era HIStory, che rispondeva ai colpi trasformandosi in un monumento a se stesso. E adesso, la mutazione finale: il Michael che non cerca più di essere assolto, ma si mette direttamente al posto di chi assolve.
Ed è qui che la nostra domanda di fondo, Pedina o Giocatore?, comincia ad avvisare il lettore che la partita sta per finire. Perché c’è un momento in cui plasmare il tuo personaggio significa dominare il mondo; e poi c’è un momento, impercettibile, in cui la creatura diventa così smisurata, così ingombrante, da voltarsi indietro e inghiottire il suo creatore.
Michael pensava di muovere i pezzi sulla scacchiera. E invece, senza essersene nemmeno accorto, è diventato schiavo della sua stessa leggenda.
Serena Politi




