L’Argante 242 A.I. over Art: arte o semplice cablaggio?

Per chi conosce un po’ il mondo IT, saprà senz’altro che da un po’ di anni esiste il POE, che sta per Power Over Ethernet, ossia la possibilità di alimentare in bassa tensione un dispositivo IP mediante il medesimo cavo “dati”.

Cito questa cosa perché pensare all’intelligenza artificiale, A.I. pardon, per fare dell’arte non mi fa venire in mente niente di poetico ma, appunto, mi fornisce la stessa emozione che mi dà un cablaggio POE: A.I. OVER ART.

Ma sarà possibile fare arte con l’intelligenza artificiale?
Come recitava il grande Forconi in Berlinguer ti voglio bene: NO.

O meglio, “ni”, nel senso che se si vuole fare qualcosa di artistico decisamente no, ma se si cerca un risultato che matematicamente vada bene, senza pretese emotive e che porti benefici economici, visto il pubblico fruitore medio attuale, va benissimo. Alla riscossa utilizzatori di A.I.

L’intelligenza artificiale e la musica

Per me è congeniale parlare di musica, quindi di quest’arte dirò la mia.

Prendiamo la forma canzone senza complicarci troppo la vita in opere più complesse.

“Ciao Chat GPT, mi scrivi una canzone rock, con accordi allegri e che parli di me che vado a fare la spesa e rincontro un vecchio compagno delle scuole elementari?”.

Ciò che Chat GPT rilascerà è un qualcosa che chiamerei fuoco di paglia: assolutamente stupefacente se restiamo superficiali, ossia come anticipavo sopra se non si hanno velleità emotive e si vuole qualcosa che dobbiamo consegnare come un compito e non abbiamo abbastanza tempo (che bello lo show biz!).

Il cantante o autore, o compositore anche se mi raggelo, ci lavora una mezza giornata ed ecco confezionata la canzone da consegnare che parla di un incontro con un vecchio amico in base rock spensierata.

Bene, e questa è fatta.

Artisti o impiegati della musica?

Ma parliamo di impiegati della musica, non di artisti.

Senza andare a cercare autori metafisici, sfido l’A.I. a scrivere una frase assurda ma d’effetto come quella scritta da Vasco in Un senso, che può piacere o non piacere, non è questo il punto, e che recita:

“Voglio trovare un senso a tante cose,
anche se tante cose, un senso non ce l’ha”.

Ci arriverà tra qualche anno? A mio avviso no.

Che ne sa l’A.I. di un mal di pancia per amore, per una sconfitta, per una qualsiasi frustrazione, o per una gioia che esplode per una sciocchezza?

Mi ritornano in mente i commenti delle nostre maestre o professoresse a scuola, quando si appiccicavano senza amore o collegamento affettivo gli articoli presi a destra e a sinistra dalle enciclopedie:
“Non è farina del tuo sacco!”

Ecco, mi viene in mente la stessa sensazione.

Sentimento, tempo e pigrizia

Paolo Conte ammette di utilizzare un rimario per concludere alcuni suoi testi e lo dice quasi con imbarazzo, come se avesse “rubato” qualcosa senza produrlo con sentimento. Figuriamoci, Maestro Conte.

Ora siamo alla canzone definitiva direttamente scritta e impacchettata da un software. E dov’è la realizzazione se vogliamo esprimere un sentimento?

Non voglio né fare il conservatore né il dissacratore, però artisticamente andremo sempre più, ulteriormente, regredendo e questo dispiace tantissimo.

Non c’è più la volontà di far decantare un’opera: pensarla, scriverla a matita, suonarla, canticchiarla e poi concluderla ascoltandola e riascoltandola per smussare gli angoli o anche farli.

Autori veri e scorciatoie

La massa di interpreti oggi mi lascia un po’ a desiderare, ma è un giudizio mio personalissimo, mentre invece trovo che esistano ottimi autori anche in generi musicali che non ascolto quotidianamente, per esempio Gabbani o Jovanotti.

Ecco, mi piace pensare con forza e ad occhi chiusi stretti che mai e poi mai metteranno il loro estro e il loro sentimento da parte per donarsi alla scrittura con l’A.I.

Sarebbe una vera desolazione, perché sarebbe regredire fondamentalmente per pigrizia.

Invece ai nuovi scrittori che nascono con l’A.I., la utilizzino pure, scordandosi però di essere autori o poeti, ma solo impiegati.

Che va benissimo, basta distinguere.

Manuele Marchi

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