L’Argante #20 La speranza è una trappola.

Abbiamo ancora l’opportunità di poter pensare positivo? Ma soprattutto, sarebbe coerente far previsioni ottimistiche in questa nostra società?

Tira una brutta aria. Questa constatazione enunciata da Mario Monicelli, in occasione di una sua intervista trasmessa nel servizio RAIperunanotte mandato in onda nel 2010, alcuni mesi prima della sua scomparsa, mi pare ancora tremendamente attuale.

Il maestro, denominato da alcuni come “il padre di tutti gli indignati”, più volte ha espresso il suo parere nei confronti di una società sorda, svogliata, siglando a chiare lettere: Una generazione morta e bacata.

Già da tempo Monicelli, insieme a molti suoi colleghi, aveva intuito un decadimento culturale, un cambiamento generazionale tendente verso l’incomprensione, il distacco, l’incomunicabilità.

La nostalgia di una comunanza di obiettivi, di una libera e giusta opportunità per tutti, del confronto professionale, appare per i figli della vecchia scuola d’arte, cosa lontana in quest’epoca così altamente competitiva e famelica.

Nel 1980, Ettore Scola regala al pubblico La Terrazza, convenzionalmente accettata come ultima pellicola in grado di chiudere il grande ciclo della commedia all’italiana. Il regista conclude il filone con estrema drammaticità e schiettezza. Una storia che diviene racconto di un secolo ormai passato. Il distacco generazionale non offre alcuna opportunità di adattamento con i nuovi canoni, non vi è alcuna continuazione nel mutamento del tempo ma soltanto uno scollamento drastico e definitivo con il vecchio mondo. Si riconosce dunque, il limite dato dall’incomprensione.

Cosa rimane da dire quindi? Come comunicare attraverso un’espressione artistica universale?

Dubbio amletico che investe le vecchie generazioni di cineasti che per anni hanno narrato la realtà mediante la sua osservazione e che all’ultimo ne hanno visto il fallimento.

In prima linea Scola ha reso difatti la commedia italiana uno strumento per raccontare un paese, costretto infine, ad arrestarne il processo.

In una delle sue rare interviste, lo stimabile regista giudicherà la nostra società come malata, eretta sopra una felicità disonesta in cui la perdita di curiosità e di stupore sono all’ordine del giorno. Citerà poi l’immenso Marcello Mastroianni, carico della sua illimitata ed istintiva voglia di scoprire e di scoprirsi, costatando in maniera addolorata come i giovani di oggi siano sempre meno bendisposti a rispettare il naturale e graduale processo per apprendere gli strumenti del far spettacolo nella giusta misura. Si potrebbe attribuire alla causa di tutto questo una predilezione all’autobiografia che ai racconti dedicati all’Uomo che appartiene a tutti, una perdita di modelli da imitare o la ricerca di modelli appartenenti ad altre culture o ad altre proposte televisive, osserva sempre Scola…

Mastroianni nel film “La dolce vita”, di Federico Fellini.

Il ritratto dei nostri giorni, ascoltando le parole dei più maturi maestri, appare alquanto vivido e tendente ad un involgarimento dei contenuti. Gli ideali di un tempo sembrano finiti tra le pagine di una storia da leggere meramente in un’ottica didattica e non coscienziosa.

EppureHistoria magistra vitae”, ma in un paese come il nostro, questo detto vale solo quando ci conviene.

Si procede dunque, tra i binari di un’Arte che porta le fondamenta di validissimi personaggi, considerati giganti nel panorama culturale italiano, quelli che per intenderci la storia l’hanno fatta, e binari senza meta percorsi da chi la storia la distrugge ogni giorno condividendo contenuti scarni, gettati al pubblico per saziare la vista ma senza sfamare di fatto, una sete di conoscenza.

Eppure, è importante riportare ai gentili spettatori di quella volta che un professore universitario insultò una deputata della Repubblica italiana la quale ogni giorno, con eleganza, si spende per il proprio paese stando attenta a non offendere nessuno. È utile ricordare il boom degli ascolti di un qualsiasi talkshow o reality televisivo in cui si schiamazza e poco si dialoga nell’effettivo. È certamente necessario trasmettere notizie riguardanti la vita di qualche calciatore che con estrema probabilità dedica il suo tempo al volontariato (beh, sicuramente un goal è un atto di generosità per i propri tifosi e pertanto va condiviso!). È giustificabile concentrarsi soltanto sulle conseguenze della chiusura di palestre e ristoranti piuttosto che dei teatri, dei cinema, delle mostre già in chiusura da tempo, in quanto “interessi di terza, quarta, quinta necessità”. Mi rendo conto che quest’ultima affermazione possa sembrare alquanto ridondante e fastidiosa, nonostante ciò, si continua ad avere poco riscontro e quindi, le parole in aiuto dei numerosi artisti, restano le sole possibilità di ascolto.

Ma questa deriva avrà mai un suo argine?

In illo tempore, un linguista svizzero, Ferdinand De Saussure sposò la teoria strutturalista del “Tout se tient”.

Nella sua complessa filosofia, si nasconde una positiva visione della realtà, la quale applicata all’interno del nostro tessuto sociale, aiuterebbe a comprendere e ripristinare un ideale di insieme legato ad un’ottica universale in cui tutto trova un senso e una sua importanza per ogni cosa.

In maniera reciproca ed infinita. L’Arte in sé, potrebbe essere un’ottimo collante per le discrepanze che fratturano il nostro tempo.

Il giorno del risveglio da questa cecità collettiva sarà traumatico, semmai dovesse avvenire.

Andrebbe pure bene guardare in modo unitario ciò che accade e cercarne il senso, ma è anche vero che forse non possiamo ancora permettercelo.

È scoraggiante procedere all’infinito con farse per nulla divertenti che ostacolano una sana esistenza. Prima o poi la noia dovrà pur prender piede e spero che molti si siano già stancati di questo immobilismo che ci pressa e ci fa perder persino la voglia di cambiare ciò che notiamo di sbagliato.

Rivalutare i sistemi di comunicazione e ristabilire un ordine su ciò che è davvero importante sarebbe un atto di alta sensibilità. Infondo, lo dobbiamo a tutti quei maestri che ci hanno lasciato in eredità degli esempi sul quale oggi è possibile ancora sognare, discutere, perderci e ritrovarci. Il degradamento culturale è una scivola rischiosa e senza sbocco. Il mondo dello spettacolo e la nostra dimensione personale dovrebbero andare di pari passo proprio perché uno completa l’altro, sostenendosi vicendevolmente.

Monicelli alla prima domanda proposta in quest’analisi, avrebbe risposto: La speranza è una trappola, una trappola inventata dai padroni, ma il pensare a ciascuno di noi come padrone di noi stessi e allo stesso tempo padrone di niente potrebbe certo, se pur lievemente, aiutare ad intravedere un barlume di luce.

Le sceneggiature dei film, così come quelle della quotidianità, trovano sempre il tempo e l’occasione per correggersi e riscriversi, anche all’ultimo momento, sta a noi orientare la penna sul foglio.

Ai grandi del passato, sono certa possono succedere anche grandi del presente, e da qualche parte esistono già. Dipende però da quanto siamo disposti ad accogliere il confronto e farne tesoro. Dipende da quanto siamo disposti ad accogliere visioni auspicabilmente più formative e meno ignoranti e solo lì potremmo permetterci senza rischi di “tener tutto”.

L’indifferenza che ci circonda, ci sovrasta, ci culla, preoccupa parecchio.

Volti noti della Commedia all’Italiana.

In conclusione, la nostalgia dei vecchi metodi, potrebbe essere un’ottima arma contro questa malinconia che ci attanaglia, che non ci rende mai soddisfatti di niente forse perché necessitiamo inconsapevolmente di una dimensione che ritorni a guardarci dentro l’anima così come accadeva una volta, che torni a parlar di noi come uno specchio che riflette i nostri umori e qui, identificarci e di conseguenza sollevarci. In questo intento, l’espressione artistica è un’abile maestra e va lasciata creare.

Gaia Courrier.

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