L’Argante #32 || Teatro senza parole: Slava’s Snowshow

Tra i tanti modi che esistono di fare teatro, uno di quelli che preferisco è quello dove la parola viene meno, perde di importanza, lasciando spazio invece a corpi che si muovono, che prendono vita nello spazio, che raccontano storie in modi diversi da quelli che siamo abituati a concepire.

E, pensando a questo, automaticamente mi viene subito da pensare ad uno spettacolo a cui ebbi l’immenso piacere di assistere anni fa, al teatro Duse di Bologna, dal quale uscii gioiosa, malinconica e piena di coriandoli tra i capelli.

Slava’s Snowshow

Lo spettacolo in questione è Slava’s Snowshow, pensato e realizzato dall’artista russo Slava Polunin, e portato in scena tutt’oggi dopo ventotto anni dal debutto a Mosca, nel 1993 (sarebbe tra l’altro dovuto tornare in Italia anche lo scorso anno, ma è stato poi cancellato a causa della pandemia).

Considerato forse uno dei più grandi clown al mondo, durante questo spettacolo Slava si presenta con un’enorme tuta gialla e il naso rosso, abbinato alla sciarpa e alle grandi scarpe che rendono caratteristico il suo modo di camminare e di muoversi nello spazio fin dalla sua entrata in scena. Non è però il solo ad abitare il palco: ad accompagnarlo ci sono altri personaggi, alcuni con la solita tuta gialla, altri con un impermeabile verde e un cappello che sembra proprio l’elica di un elicottero. Lo spettacolo è un susseguirsi di scene, di immagini create attraverso gestualità e suoni, attraverso l’interazione di corpi diversi, di storie che si incontrano e inevitabilmente si intrecciano.

Gesti, suoni e interazioni: tutto ciò che rende magico lo show

La scenografia, i costumi e gli oggetti sono parte fondamentale dello show, ma è il modo in cui i personaggi interagiscono con tutto quello che trovano in scena che rende davvero magico ciò che avviene sul palcoscenico. È così che si riesce a credere che un letto di metallo con una scopa e un salvagente posti alle estremità, sia in realtà una barca sulla quale i personaggi navigano con difficoltà, ed è sempre così che si riesce ad emozionarsi semplicemente assistendo all’incontro tra il protagonista e un cappotto appeso ad un attaccapanni, dal quale prende vita una scena carica di tenerezza e malinconia (e che, tra tutte le cose viste a teatro, è stata forse anche quella che mi ha fatto scendere più lacrime in assoluto).

Slava, per il suo personaggio, prende ispirazione da grandi maestri della gestualità, come Marcel Marceau e Charlie Chaplin. Ogni movimento, ogni gesto, non è mai compiuto a caso. Movimenti lenti, piccoli, misurati, seguiti immediatamente da attimi di sfrenata follia e delirio, che si trasformano poco dopo in gesti delicati e leggeri; qualsiasi azione compiuta su quel palcoscenico è in grado di trasmettere qualcosa, ogni suono emesso, anche se apparentemente privo di senso compiuto, ci racconta, in realtà, moltissimo. Anche le musiche che noi sentiamo non sono un semplice sottofondo, un banale accompagnamento, ma assumono la stessa importanza dei personaggi, creando un connubio perfetto in grado di far entrare lo spettatore totalmente dentro a ciò che sta vedendo, immergendolo, facendogli vivere ciò che avviene sul palco.

L’effetto sul pubblico: una platea piena di bambini

Ed è proprio per questo che è del tutto impossibile rimanere indifferenti dopo aver assistito ad uno spettacolo del genere. È inevitabile esser trascinati dentro al mondo magico, surreale e fantasioso che per un’ora e mezzo si crea all’interno del teatro, fatto di strani personaggi che parlano una lingua incomprensibile e che si muovono in un modo apparentemente buffo.  E, all’interno di quel mondo, è come se tutti tornassero ad essere un po’ bambini. Ed è proprio questa, a parer mio, la più grande magia che questo spettacolo è in grado di compiere: riuscire a tirar fuori di nuovo, seppur per poco tempo, la parte bambina che sta, da qualche parte, nascosta dentro tutti noi. Le facce piene di gioia, i sorrisi che si allargano, gli occhi che si riempiono di lacrime e gli angoli della bocca che scendono verso il basso; senza bisogno di dialoghi, di parole, quello che viene creato riesce a suscitare emozioni e sensazioni autentiche, vere ed immediate.

Ed è davvero commovente vedere indistintamente adulti e bambini che giocano e si divertono allo stesso modo, che ridono lanciandosi i giganteschi palloni colorati che vengono catapultati sulla platea, che restano a bocca aperta mentre osservano il teatro riempirsi di neve, che si spaventano e cercano di nascondersi non appena, durante l’intervallo, i clown scendono tra di loro a spruzzare acqua e a fare dispetti.

Questo spettacolo è l’assoluta dimostrazione che non sempre è indispensabile parlare, che esiste un altro modo di comunicare, forse addirittura più immediato e diretto, sicuramente universale. Ed è forse questo quello che mi affascina così tanto: questo modo non mediato dalle parole, dal pensiero, che semplicemente ti tira fuori le cose senza che tu nemmeno te ne accorga. E che soprattutto riesce, in modo semplice e leggero, a farmi fare quello che più mi piace fare: tornare bambina.

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