Sono sempre stata una persona dai gusti musicali piuttosto rigidi. Gran parte della musica che ho studiato, ascoltato e utilizzato nelle mie produzioni teatrali e musicali nel corso degli anni si fermava idealmente al 1979. Rock, folk rock, hard rock, progressive rock. Per molto tempo ho vissuto nella convinzione che dopo quella data ben poco di davvero memorabile fosse stato prodotto dall’industria musicale. Con qualche eccezione, certo: i Nirvana, i System of a Down, i Dream Theater, I Guns. Ma il pop, quello no. Il pop non era una cosa seria.
Poi, alla veneranda età di quarantadue anni, è successo qualcosa che non avevo minimamente previsto.
Ho riscoperto un mito planetario che non avevo mai considerato davvero.
Perché il Michael Jackson che abitava i miei ricordi era poco più di un fantasma: una figura bianca e smagrita, circondata da stranezze e leggende. Il ranch con le giostre, le accuse, qualche intervento chirurgico di troppo, la camera iperbarica, improbabili storie di candeggina e sbiancamenti. E poi le canzoni. Quelle sì. Quelle le conoscevo. Le più famose. Erano le stesse che, nelle rarissime occasioni in cui mettevo piede in palestra, riuscivano a farmi aumentare la velocità sul tapis roulant.
A farmi inciampare davvero in Michael Jackson è stato uno dei miei più cari amici, compagno di banco al liceo e fan della prima ora. Ricordo ancora gli “Annie, are you OK?” scarabocchiati sulla Smemoranda. È stato lui a convincermi a guardare un biopic dedicato a Michael.
Per amore suo, ho accettato.
Il film, a dire il vero, non mi ha conquistata. Anzi. A tratti sembrava trasformare Michael in una specie di messia disneyano, stucchevole al punto da provocare il diabete per semplice esposizione visiva.
Eppure in quella sala è successo qualcosa di fondamentale.
Quel film ha spostato il mio sguardo.
Per la prima volta non vedevo il mito. Intravedevo la persona; una persona estremamente dicotomica tra ciò che si sa perché è esibito e ciò che è, ma che resta nascosto.
Ed è lì che si è aperto il baratro.
Perché raramente mi è capitato di imbattermi in una figura così profondamente contraddittoria. Un uomo che sembra esistere contemporaneamente nei propri opposti. Precisione assoluta e caos emotivo. Potenza quasi ultraterrena e fragilità puerile. Vittima e accusato. Bianco e nero. Notorietà e solitudine.
Michael era tutto e il contrario di tutto.
E figuratevi il mio sgomento quando ho scoperto quanto fosse stato pioniere in moltissimi aspetti musicali e quanto fosse trasversale: capace di attraversare il pop, il soul, il funk e di avvicinarsi a territori del rock più duro con una naturalezza che non avevo mai associato alla sua figura. Io che l’avevo sempre liquidato come una popstar da classifica mi sono trovata davanti a qualcosa che non riuscivo più a incasellare nelle categorie che avevo usato fino a quel momento.

Anche nella sua musica riusciva ad essere molte cose contemporaneamente.
E questa dicotomia raccontava un dolore sordo al quale non potevo fare a meno di prestare orecchio, quasi per una forma di transfert.
Da quel momento, preda di una mania, ho iniziato a leggere o ascoltare tutto ciò che riuscivo a trovare: articoli, interviste, podcast, biografie, documentari, registrazioni, analisi musicali, videoclip, testimonianze.
Sono entrata in una spirale di studio che, a distanza di molte settimane, non si è ancora esaurita. Continuo ad accumulare informazioni, a collegare dettagli, a cercare un filo dentro un groviglio che forse non può essere sciolto.
Perché Michael Jackson, ancora oggi, resta un enigma.
Nonostante le migliaia di pagine scritte su di lui, le ore di interviste, i documentari, le accuse, le assoluzioni, le testimonianze e le leggende, continua a sfuggire a qualsiasi definizione definitiva.
Nasce così questa piccola rubrica dedicata a Michael Jackson. E proprio per questa natura frammentata e inconciliabile, come un puzzle di pezzi che non combaciano mai del tutto, nasce anche il suo nome: Puzzle Jackson. Ve la presento oggi, in memoria dei diciassette anni dalla sua scomparsa, e proseguirà con cadenza bisettimanale, dal 2 luglio 2026.
Non seguirò un percorso cronologico: le biografie lo fanno già molto meglio di quanto potrei fare io.
Proverò invece a raccontarlo attraverso alcune delle contraddizioni che sembrano attraversare tutta la sua esistenza e che, forse, spiegano perché continui a sfuggire a ogni definizione definitiva. Il bambino e l’adulto. Il re e l’eremita. I sensi e lo spirito. La vittima e l’aggressore. Il bianco e il nero. Coppie di opposti che in Michael Jackson non si escludono mai davvero, ma convivono, si sovrappongono e spesso si alimentano a vicenda.
Ogni articolo proverà a raccogliere alcuni pezzi di questo puzzle, senza la pretesa di completarlo.
Non per spiegare Michael Jackson.
Probabilmente nessuno può farlo.
Ma per provare a osservare insieme le tracce che ha lasciato dietro di sé.
E per condividere un’idea semplice, che è diventata il centro di questo lavoro: M. J. non è una figura che si lascia leggere in modo lineare, ma un sistema di tensioni irrisolvibili. Forze opposte che convivono nella stessa immagine senza mai trovare una sintesi definitiva. E forse è proprio in questa impossibilità di risolversi che continua a restare così difficile da afferrare.
Questo percorso non sarà solo mio: sarà un cammino fatto insieme a chi leggerà queste pagine, nella speranza che questa piccola rubrica possa contribuire, nel suo modo inevitabilmente parziale, a fare luce su qualche angolo in più di una delle figure più complesse e sfuggenti della cultura contemporanea: un uomo che, nel tentativo di illuminare il mondo, non è riuscito ad arginare buio che lo stava consumando dentro.
Serena Politi





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